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L’orso è stanco
L’orso è stanco.
Non lo dice quasi mai ad alta voce, perché l’orso non chiede, non pesa, non pretende.
L’orso porta.
Porta come si porta un inverno sulle spalle, come si porta una casa quando non c’è più un tetto, come si porta qualcuno quando non sa più stare in piedi.
L’orso è grande, e tutti lo vedono grande.
E allora pensano che regga.
Pensano che non senta il freddo, che non senta il vuoto, che non senta la fame di essere scelto.
Ma l’orso sente tutto.
Sente troppo.
L’orso dà.
Dà tempo, dà presenza, dà ascolto, dà silenzi buoni.
Dà carezze che non chiedono nulla in cambio.
Dà protezione senza fare rumore.
Dà spazio, perché l’orso non stringe: l’orso lascia respirare.
E ogni volta che lascia spazio, perde un po’ di sé.
L’orso è quello che resta quando tutti se ne vanno a pensare.
È quello che aspetta senza orologio.
È quello che dice “va bene” anche quando non va bene per niente.
È quello che ama senza manuali, senza strategie, senza promesse scritte.
Ama come respirare: se smette, muore.
L’orso è stanco perché ama senza economia.
Non fa conti.
Non misura.
Non risparmia.
L’orso investe tutto, sempre, anche quando nessuno gli ha chiesto di farlo.
Anche quando nessuno gli ha detto “tocca a te”.
L’orso è stanco perché è forte.
E la forza, quando è vera, consuma.
Non esplode, non fa scena, non si impone.
Tiene.
E tenere, giorno dopo giorno, è la forma più lenta di stanchezza che esista.
L’orso si è fatto casa per qualcuno che non sapeva dove stare.
Si è fatto rifugio, confine, riparo.
Si è fatto caldo quando c’era freddo.
Si è fatto silenzio quando il rumore faceva male.
Si è fatto scudo quando le parole diventavano coltelli.
Ma nessuno chiede mai alla casa se è stanca di reggere i muri.
L’orso ha imparato a non dire “ho bisogno”.
Ha imparato a dire “ci sono”.
E in quella frase ha messo tutto: il sonno perso, il cuore aperto, le paure mai dette, le notti in cui avrebbe voluto essere preso per mano invece di essere lui la mano.
L’orso è stanco perché spera.
Spera anche quando non conviene.
Spera anche quando il tempo sembra dire “basta”.
Spera senza fare rumore, come una clessidra che scende senza protestare.
Granello dopo granello.
Finché resta vuota.
L’orso non chiede di vincere.
Chiede solo di non essere dimenticato mentre dà tutto.
Chiede solo che qualcuno, una volta, lo guardi e dica:
“Lo vedo quanto stai dando.”
Ma spesso nessuno lo dice.
E allora l’orso continua, perché l’orso ama così: anche quando è stanco, ama.
E quando finalmente crolla, non è per debolezza.
È per eccesso.
Per troppa cura.
Per troppo cuore lasciato in giro.
Per troppe volte in cui ha scelto di restare quando sarebbe stato più facile andarsene.
L’orso dorme, sì.
Ma nel sonno chiama piano.
Non per essere salvato.
Solo per essere raggiunto.
Perché anche l’orso, ogni tanto, vorrebbe essere preso in braccio.