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Arrivò quando la casa
aveva già imparato a fare spazio.
Non troppo,
ma abbastanza da non cadere.
Crebbe guardando il mondo intorno a sé,
prendendo appunti con gli occhi,
notando gesti storti, silenzi imprevisti,
come se ogni cosa parlasse a bassa voce.
Capì presto che le cose importanti
non fanno rumore
e restano comunque.
Indossò giorni già vissuti,
li piegò un po’ storti,
li rese suoi.
A scuola inciampava,
confondendo numeri e giorni,
ma quando scriveva
trovava il passo giusto,
come se qualcuno le avesse lasciato
una mappa piegata bene.
Sbagliò, sì,
con ostinazione.
Non per rovinare,
ma per capire dove finiva il bordo.
Qualcuno restò più lontano,
qualcuno non seppe aspettare.
Lei imparò a voler bene
anche senza applausi
e senza farlo vedere troppo.
Rideva,
una risata che inciampa e si rialza,
che apre porte e a volte le sbatte leggermente.
Non nascondeva tutto,
solo il necessario.
Era leale senza proclami,
leggera senza essere vuota.
Scrive ancora,
quando il mondo rallenta,
per inseguire pensieri che sfuggono,
per dare voce al silenzio
e al passo che non vuole fermarsi.
Non chiede salvezza.
Cammina, inciampa un po’,
si rialza.
E in quel passo imperfetto
pur partendo in salita,
ha imparato a guardare avanti
senza smettere di sentire.