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"Aliunde"
Cammino in un tempo che non ha impronte,
porto addosso il peso del ferro e l’odore di un altro secolo.
Non capisco la lingua dei mercanti,
ma cerco l’eterno nel battito di un addio.
Sono un anacronismo vivente:
non sono nato tardi, sono nato altrove,
dove la gloria non era un numero
ma il coraggio di restare fermi,
mentre il mondo decideva di crollare.
Appartengo alla stirpe di chi guarda il fuoco
e non vede calore, ma il principio di tutto.
Non cerco il riparo di un tetto, ma la vastità della rovina,
perché solo tra i cocci le cose smettono di mentire.
Mentre intorno tutto si fa lucido, asettico e senza spigoli,
io resto uno scoglio che l’onda non riesce a levigare.
Voi misurate il tempo col successo delle dita,
io col silenzio che resta dopo un grido.
Non ho bisogno di essere compreso da chi conta i giorni,
ma di essere riconosciuto da chi sa cosa significa attendere.
La mia solitudine non è una condanna,
ma l’altare su cui sacrifico la vostra fretta.
Resto qui, con le mani sporche di radici e di stelle,
mentre il vostro secolo corre verso l’oblio.
Perché chi nasce altrove non ha paura di restare solo:
sa che il vero altrove è l’unico posto
dove il sangue non è un debito,
ma la prova che siamo esistiti—
anche se per un istante soltanto,
contro tutto il rumore del mondo.