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Ad uso di chi vede solo i corpi.
Mi sono persa nel disegno di quelle rughe piccole
che ti nascono agli occhi quando mi guardi e sei lì;
hanno la forza di un uomo e la purezza di un bambino,
l'unico segno del tempo in cui mi riconosco.
Mi dici che ti appartengo e io mi lascio consumare,
mentre ti aggrappi a me per non scivolare via
da questo istante che scotta e ci trasforma.
È strano come il mio corpo, così minuto accanto al tuo,
non faccia fatica a farti spazio,
a diventare vetro che si fonde.
Siamo un incastro perfetto che non ha bisogno di nomi,
il segreto di un’unione che ha scordato ogni confine.
Ho affogato ogni respiro nella curva della tua spalla,
dove il tuo profumo sa di casa e di tutto ciò che è salvo.
E per un momento non siamo stati carne,
ma l’impossibilità di capire
dove l’uno si perde e l’altro ha inizio.
Poi è arrivata lei, con la sua curiosità distratta,
quella di chi riduce l’immenso a un traguardo o a un dovere.
“Allora? L’hai fatto?” mi ha chiesto,
come se parlasse di un impegno.
L’ho guardata sentendo ancora quell’universo pulsarmi dentro.
Ho sorriso, perché io avevo trovato un’origine.
“Sì”, ho risposto,
“ho smesso di appartenermi, per non finire mai più”.