De Chirico 900. Tra Arte e Bellezza

scritto da babacattiva
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Arte, bellezza, bruttezza. De Gustibus....
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Testo: De Chirico 900. Tra Arte e Bellezza
di babacattiva

De Chirico Novecento

Bellezza e Realtà





Premessa



Siamo nel 2009 e mi viene spontaneo considerarmi parte di una nuova epoca.

Nonostante sia figlia del Novecento mi astraggo da esso, ripensando alle inquietudini ed alle polemiche che hanno scosso di continuo questo secolo turbolento, teorico e democratico, oligarchico ed intimamente anarchico, nel quale si è espressa e contraddetta ogni cosa.

Con la velocità della luce ne abbiamo stampato la storia completa sui libri di storia ed ora fa parte delle materie di studio.



La Storia dell’Arte in particolare è densa, contorta, immensa, nel Novecento.

In Italia hanno convissuto emotività forti e contrastanti, parimenti splendide e tenaci, il cui braccio di ferro, durato i primi 4 decenni, ha provocato una stasi in quell’evoluzione che ha investito ogni civiltà attiva e partecipe delle due guerre mondiali.

Quindi, salvo pochissime eccezioni, le Avanguardie artistiche italiane non hanno trovano riscontri in ambito internazionale, evidenziando una cultura retrograda e classista, incapace di offrire un segno tangibile, una minima idea di un risveglio culturale - sociale - politico

ovvero

di un progresso adeguato al proprio tempo.



Come invece è accaduto in altri Paesi.



Tipo la Francia, capitale estetica dell’immagine moderna grazie al dialogo sempre aperto tra le più indicative tendenze di rottura e di ricerca, quali Impressionismo,Fauvismo o Cubismo;

o la Germania, capitale estetica della forma, grazie alla condivisa tendenza astratto-concreta di Bauhaus;

o l’Olanda, con la concretizzazione neoplastica della forma, dettagliata nella scuola di pensiero chiamata De Stijl;

o la Russia, che attraverso il linguaggio del Costruttivismo dialogava più o meno liberamente con le altre scuole di pensiero. Più o meno, a seconda dell’ostracismo che ha fatto chiudere la scuola di Gropius e ha fatto fuggire molte menti dalla Russia comunista di allora.



Come è accaduto più tardi anche nella giovane America.



Pochi gli artisti italiani capaci di condividere questo linguaggio universale; che si sentivano già europei.

Quali? Balla? Depero? Morandi? Magnelli? De Chirico? Marini?

Pochi altri ancora?

Quelli che si incastrano a pennello nella Grande Sinfonia del Tempo e della Storia, in un’ Arte che non ha confini, che non ha punti di riferimento perché è la costante fluidità nella quale si muovono i riflessi del pensiero.



Per questo la nostra contemporaneità tende a studiare solo le esperienze in assonanza con la Neo Ellenistica posizione dell’uomo moderno.

Posizione ellenistica =

integrazione sociale avanzata =

insieme di intelletti che agiscono all’unisono nel rispetto altrui.



Tentando di interagire con le culture emergenti.

Che si stanno evolvendo.

Che non tacciono più.

Che si impongono con principi differenti.



Picasso aveva idealizzato nella scultura africana il simbolo immutabile dell’uomo quale dignitoso modello di perfezione.

Oggi gli influssi della civiltà occidentale non avrebbero invogliato Picasso quanto allora, trovandosi a scegliere tra la tradizione e la modernità.

Lo stessa sorte forse sarebbe toccata e Gauguin, se fosse sbarcato oggi a Tahiti.



Ma se la mentalità è direttamente legata al tempo, quando si valuta ogni pensiero passato dobbiamo anche riavvolgere il nastro della storia.

Arte non è più un’espressione elitaria, un gingillo pseudo-mentale/filosofico, usato e dibattuto da una comunità intellettuale ristretta, bensì “messaggio” in espansione di un popolo in espansione.



Sembra che il pianeta si sia rimpicciolito, ma i paesi sempre meno sottosviluppati, i meeting sempre più mondiali, hanno cambiato molte cose.

Si devono scavalcare ulteriori ostacoli per andare avanti.

C’è un impellente bisogno di superare le barriere razziste e razziali, le intolleranze culturali.

C’è un impellente bisogno di svecchiare un mondo che sta iniziando a collassare, anche fisicamente.



C’è necessità di integrazione.

C’è necessità per interagire.



L’Arte, manifesto di tutti i tempi, ce lo segnala.



E ricomincia la musica.

L’evoluzione non si ferma.

Attraverso la grande rete artistica, favorita da Fiere, Mostre e Manifestazioni ospitate ovunque, culture differenti si incontrano e dialogano.

Le porte sono aperte a tutti coloro che vogliono proporsi, senza bisogno di una “maggioranza” o di un “manifesto”.

Il confronto-raffronto tra stili è maggiore quanto maggiore è la capacità d’incontro e scambio.



La creatività ha raggiunto livelli altissimi.

Non se ne può privare nessuno.

Questo identifica il nostro grado di civiltà.



Ma l’Arte è un’altra cosa rispetto alla creatività.

Nasce come suono.

Possa essere stridulo quanto melodioso, si inserisce nell’esperienza estetica della realtà.

In rapporto con l’uomo e con il tempo.

Ogni nota ne precede un’altra, e così via.



Si prosegue = si progredisce.



Immaginiamo di vedere un film proiettato direttamente alle menti della gente, tipo “ psico-proiettato”, senza una sala collettiva che raggruppi gli spettatori.

Sarebbe sicuramente percepito in maniera pura, libera ed individuale da ciascuno.

Pur raccontando la medesima storia, con le medesime immagini, sarebbe esperienza diversa da soggetto a soggetto.

Fantastico, no? Se ci fosse un film con queste caratteristiche.

Spazzerebbe via il confronto con gli altri.

La paura di essere diversi.

La paura di essere quindi condannati.



Io sono

Tu sei

Egli è



Ma è una tolleranza prematura alla quale non siamo ancora abituati, nonostante ci insegnino i pronomi personali ben suddivisi tra di loro come basi per una logica elementare.



Io sono

Tu sei

Egli è



E non solo



Noi siamo

Voi siete

Essi sono.



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Gli americani sono stati i primi a fare differenza.

La loro giovane storia li ha resi giovani.

Sempre progressisti. Soprattutto liberi.

Da condizionamenti.



Bambini alle prese con i colori e le costruzioni: carta, forbicine, legnetti: tutto quanto si pone sotto la loro attenzione e fa venire l’idea: “proviamo?”.

Bambini che si divertono a fare i monelli.

Che si esprimono e poi guardano quello che hanno combinato.

Ricordiamo che Kandinsky studiava la capacità infantile di esprimersi come la purezza che temeva di perdere, causa il condizionamento esterno.

Anche Munari ha creduto nella logica disinibita dei bambini, istituendo laboratori attualmente in uso per abituarli allo stupore ed aiutarli a ritagliare un pezzo della loro identità ove ricordarsi questa emozione.



Gli americani, nei primi anni del Novecento, saranno sembrati un’accozzaglia di infantili pasticcioni ai colti europei che vi portavano una cultura civilizzata ma circolare. Un cane che si morde la coda.



Cent’anni fa l’America aveva di fronte l’Europa.

Molti tra gli artisti che varcavano l’oceano erano italiani. Importavano la cultura italiana.

Quella delle teorie.



Gli Americani.

Modernamente spontanei.

Senza proclami, manifesti, affermazioni filo-teoriche, trasformeranno l’Arte nei decenni a seguire in un grande cartellone pubblicitario.

E’ il sogno americano che si anima.

Tutti possono liberamente parteciparvi, usando le tele, lavorando in gruppi, od armeggiando con bombolette sui muri delle città.



Oggi è l’America a fare scuola.

E’ la Cina che si impone.

E’ il Giappone.

Dopo epoche repressive,

da loro il bigottismo ha superato i propri imbarazzi.



Ma vi ricordate di quando gli artisti venivano addirittura censurati?

Ecco, queste condanne inconsciamente davano eco ad un giudizio che non si voleva affrontare ma del quale si conosceva l’esistenza.

Infatti i Futuristi volevano annullare tutta la storia dell’arte:

perché corrispondeva ad un falso, perché legata all’esigenza di pochi, perché gestita dalla borghesia e dalla politica.

Perché era un’Arte del Non progresso.



Mi viene in mente di quando Carrà aveva “rotto” con De Chirico per la Metafisica.

Entrambi ne ribadivano la paternità. Ed anche se all’epoca risultava più allineata alle esigenze del tempo la soluzione pittorica, plastica e razionale, di Carrà, la Metafisica resta pur figlia di De Chirico, che per evadere dal caos si era inventato un mondo parallelo libero, da inquietudini e tumulti, ove tutto si era già svolto, nel quale non esisteva più la vita, bensì la sola citazione. Come in un regno dei morti.

Che senso ha quindi avuto la loro polemica, se non quello di rendere noto a tutti un Movimento generato a Parigi, ispiratore del Surrealismo e che forse in Italia non avrebbe avuto largo respiro se non a causa della sua nobiltà di nascita?



Cos’ è l’ Arte contemporanea, allora?

Una variante dell’essere umano?

Un registratore di valori espressi e repressi?

Un idealismo mastodontico che viaggia alla velocità della luce?

Senza inizio e senza fine?

Senza forma logica?

Dove tutto è permesso e concesso?

Dove il senso cambia e l’espansione è liquida e fluorescente?



Tutta la storia è stata contemporanea.

Si deve solo capire da quale necessità ha avuto origine.

Poi si valutano gli effetti provocati.



E’ un po’ come testare un farmaco.

Lo si sperimenta. Ci si crede, non ci si crede più.

Il Tempo da il responso.

Guardiamo ad esempio la Coca Cola.

Nata per essere una medicina mediocre è diventata la bevanda più famosa del mondo.



Ma allora dov’è l’Arte?

Vorrei dire ovunque, perché il suo concetto si è allargato.

Ma non è solo capacità inventiva, intuito, illuminazione, abilità tecnica, espressione gestuale del verbo, traccia indelebile, sperimentazione.

Allora la farebbero tutti. Anche i bambini, che a scuola vengono spinti verso la libera interpretazione e la ricerca con mezzi sia tradizionali che avanzati.

Non spiega più solo l’emozione di un’ispirazione individuale, non segue un “programma”.



L’Arte estrae con potenza ciò che è imprigionato dentro di noi.



Le nostre paure.

I nostri pudori.

I nostri imbarazzi.



La parte mediocre che si annida nel retro di quella medaglia che non vogliamo girare mai.



Grande e mitico è chi estrae con potenza i mali del secolo, che contagiano come herpes, e quando meno ce l’aspettiamo saltano fuori, lasciandoci increduli e scioccati.

Ma quello che “sciocca” generalmente colpisce nel segno, perché è ciò che non possiamo ammettere di desiderare.

Grande e mitico è colui che estrae un diamante in una miniera polverosa, povera e labirintica e diviene il re del male oscuro più lucente; divinità della tragica bellezza di una nascita.

Padre e padrone, cioè artista.

Colui che libera l’istinto e lo imbriglia nella ragione. All’oscuro. Senza ragione.

Crea. E’ ciò che di più umano esista.

Senza scopi apparenti.



E’ una specie di nucleo cerebrale che attiva l’elettricità del pensiero.

E’ anarchico. Deve esserlo.



Governi “civili” sono solo castelli di sabbia che gli uomini hanno costruito per porre ordine e metodo.

E va bene se si parla di sviluppo, di forza economica o industriale, di potere politico.

D’altronde “un governo” + “un popolo”+ “una legge per tutti quelli del popolo”, è una formula democratica, che funziona. Da sempre.

Perché, come fa un bambino di fronte alla marmellata vietata? Se ha fame mangia. “Ruba”. E cosa fa la mamma che lo scopre? Anche se ne conosceva la fame lo punisce.



Istinto anarchico e ordine democratico.

Sembrano quasi le due metà che compongono l’idea di Arte… inversamente proporzionali.



L’Arte non la si può incanalare.



E’ aria fresca, è un arcobaleno nel cielo. Viaggia su un’altra strada. Anzi non dovrebbe avere strade da seguire e credo che non le abbia mai avute, le strade da seguire.

Questo l’Arte. Che giustamente supera la dimensione temporale.

Per raggiungere le profondità più abissali dell’animo: quelle sublimi e quelle diaboliche.

L’erotismo, quando era considerato tabù.

L’orrore.

La volgarità.

L’eccesso.

“Perderci”senza perderci, “evadere” senza “evadere”.

Emozioni che tutti provano. Indipendentemente dalla cultura e dalla civiltà.

Forti emozioni che fanno udire la “famosa” nota diversa, che può stonare, od intonarsi a meraviglia col nostro ritmo interiore.

Ma che dobbiamo udire.

Un silenzio piatto non è nulla.

Arte è sempre suono.

Il nulla non lo si trasmette a nessuno,

mentre un suono lo sentono tutti.





Se arte è innanzitutto Comunicazione.

Comunicazione è linguaggio.



Fotografia, computer, simbologia musicale, fetish animato, postazione mediatica, mimica ed allineamento, sono molte le priorità che vedono impegnati i ventenni di oggi.

Non solo tele e sculture, ci siamo accorti tutti che l’arte è entrata nella nostra vita anche attraverso uno spot pubblicitario o un oggetto d’uso casalingo.



Arte è differenza tra le cose.

La si può chiamare design quando è ispirazione diretta e volontaria: spinge a cercare ciò che esprime una particolare originalità del nostro stile.

Ne definisce le caratteristiche che lo rendono unico.

E’ la creatività di cui si parlava prima.









La creatività è Impulso.

Ma se lo scibile è Riflesso

l’attività artistica è Istinto.

Istinto = sopravvivenza



L’ Arte invece definisce intuitivamente le caratteristiche collettive, bypassando sia l’intenzione che la moda.

Viviamo in un momento che ha iniziato a franare in tempi lontani e continua, aumentando la sua dimensione; aumentando la capacità di inglobare in esso pensieri, emozioni, origini; radunando lentamente ciò che si era perso con la divina distruzione della Torre di Babele.



Artisti.



Che non si propongono più alla critica ma direttamente alla gente.

Che non vogliono piacere a tutti costi,ma cercano di essere comunque capiti.

Con l’ironia, con la gioia, con la disperazione, con la fredda tecnologia.

Cercano un linguaggio comune, quando ancora i linguaggi sono diversi.

Si studiano e prendono spunto gli uni dagli altri.

Si propongono … pacificamente.

E’ una nuova cultura quella che stanno creando.



L’Arte di ogni tempo è dialogo.

L’emozione che regala è dialogo.

L’immagine che offre è dialogo, anche quando di immagini non ve ne sono.

E’ un motore che funziona dal 10.000 a.c.

Ci trasmette il corpo e l’anima.

Perché l’Arte è umana.



Tutto questo premesso… facciamo un bel passo indietro..

e torniamo al Novecento, che sembra così lontano, ma soprattutto così vecchio da non avere quasi significato.

Ma qui starebbe l’errore.

Ritornare a credere di dover nuovamente girare pagina per ricominciare.

Il presente è già di per sé troppo vasto per poterlo abbracciare in un sol gesto.

E dalla Storia dell’Arte Moderna vengono promossi solo coloro che hanno osato agire al di fuori di una morale comune.



Guardiamoci alle spalle.

In Italia si sono tagliati i ponti con un passato

che stava imponendo una tradizione artistica

medioevalizzata e logorroica.

Bloccava lo scambio offerto dall’Europa.

Bloccava lo stimolo e l’immaginazione, l’idea.

Ci sono voluti 50 anni per uscire dal labirinto

del Non Progresso.



Nel 1909 si viveva nel caos più totale, culturalmente parlando. Tutti cercavano di dare un ordine…

…Ordine!!! Come se una civiltà, anche se restringiamo il cerchio a quella artistica, possa essere riordinata come una libreria!!!

E comunque l’Ordine consisteva nell’Annullamento.



Non abbiamo più motori da far rombare né bandiere da sventolare, bensì luoghi ove ammirare ogni esperienza, luoghi ove il pregiudizio è crollato, luoghi fisici e virtuali dove spesso la critica è sinonimo di successo.

Se gli scopi sono diversi, se i muri da far crollare sono sempre più sottili ed ingannevoli, la convinzione, quella di progredire è la medesima di Marinetti, ma oggi deve essere valutata differentemente.

L’impulso ad una prosecuzione non deve basarsi su concetti distruttivi, bensì conservatori.



La continuità è prerogativa del genere umano.

Il cervello è una prerogativa dell’essere umano.

L’Arte è una prerogativa dell’essere umano.



Sin dai tempi del Neanderthal, al quale pare risalgano i primi manufatti e le prime opere create non per necessità ma per piacere e per “non dimenticare”..

E’ storia.

Ma la storia è cultura così come la cultura è la storia degli uomini.

In questo modo si sono formate le civiltà, sommando le piccole e le grandi esperienze apportate nel corso del tempo.

Tutte fondamentali, tutte pagine di una grande enciclopedia .

E nulla deve essere scartato, perché col tempo diventano simbolo e narrazione.

Ogni generazione ha influenzato quella successiva.

Si sa che funziona così.



E qui torniamo in Italia.



Ora si guarda un filmino sul nostro paese.

Italia frastagliata; legata da pensieri e coincidenze; sofferta nel momento di maggior sviluppo; imprigionata nel giochetto del compromesso. Figlia mammona e orgogliosa del suo glorioso passato. Impreparata ma al contempo geniale.

Immaginiamoci un cardellino. Cresciuto nella sua gabbietta, guarda con malinconia gli uccelli che liberi svolazzano nel cielo. Canta e batte le ali, ma le sbarre lo tengono prigioniero. Un bel giorno si trova la porta aperta. Il suo padrone lo lascia andare. Ma lui non esce. Sì, è vero, ha sempre desiderato questo momento: ora potrebbe andare dove vuole: sentire il vento e farsi portare dalle correnti in alto. Provare il brivido della velocità e dimostrare agli altri che anche lui è impavido e coraggioso… ma ha paura di perdere la sua gabbietta: il cibo garantito, l’acqua e la fettina di mela fresca tutti i giorni. Che fare?



Gli artisti italiani hanno fatto le loro scelte ed ancor oggi ne studiamo i valori acquisiti e quelli perduti.

Senza falsi orgogli dobbiamo ammettere che è stato tra l’altro un periodo estremamente prolifero.

Forse non il più famoso, ma di certo il più vario.

Perché gli artisti italiani ed il loro costante rapporto passato/futuro, hanno avuto il coraggio di rinnovare un paese diviso dalle tradizioni e distrutto per mancanza di unione politico-sociale.



Un paese in cui non c’era nessuna libertà.

Un paese in cui non c’era nessuna parità.

Un paese in cui l’istruzione non era un diritto.

Un paese in cui l’ignoranza allontanava il progresso.

Un paese nel quale le tradizioni superate erano radicate quanto una quercia secolare.



Tra critiche ed applausi, tra scivoloni e riprese, hanno faticosamente continuato a percorrere una strada tutta in salita, arrivando a cambiare il concetto di figurazione da semplice pittura di ruolo ad elemento artisticamente indispensabile per concettuare ogni idea, fantasia, teoria le si voglia cucire addosso.

Siamo nel 2009.

L’Arte ha imparato a gestire un concetto, indipendentemente dalla sua forma.



Ci siamo allineati alla comprensione di una ideologia artistica neo-mondiale, grazie a quelli che “non stanno più bene con l’arredamento moderno” e che il “cambio generazionale rifiuta sprezzante”. Ma non importa.



Come ben vedete,

non è con l’occhio che si guarda

bensì con la mente.



Oggi non permettiamo di Annullare: semmai di Archiviare.

Per vincere l’ignoranza popolina del rifiuto.

Per fare un po’ gli americani.

Noi difendiamo la storia. In particolare la nostra storia.

Fatta di grandi opere, di movimenti politicamente scorretti, di copiature e ricopiature dei Grandi maestri e dei Grandi Movimenti; fatta di tentativi deboli e di mancanza di energia. Ma fatta da artisti. Che attraverso l’uso principalmente della figura hanno provato e riprovato a spremersi le meningi, a leggerla in modo espressionista piuttosto che impressionista; alla maniera di Giotto o a quella di Masaccio; per poi accorgersi di essere arrivati ad una ricerca talmente avanzata da poter spaccare perfino una tela e di poterla anche bruciare, giacchè il concetto era nato.

E sarebbe resistito al di sopra di ogni figura da allora dipinta.



Ma allora erano così vergognose queste opere figurative?

O erano meravigliosi capolavori di un costante, velocissimo sviluppo?



Oggi ci vivono le nostre tradizioni.

Nelle tele vibranti di Carrà ed in quelle tormentate di Boccioni.

Nelle sculture di Martini e nelle sfuggenti pennellate di Arturo Tosi.

La pudicità di certi malinconici gentiluomini e l’azzardo dei più ribelli si compongono come pezzi di un puzzle tridimensionale.



Denotano quella geniale fantasia che li ha resi attraenti,

nella loro ostinata riluttanza verso una ricerca estrema.



Denotano quanto il concetto di Bellezza della realtà sia stato,

prima che nelle loro teste, nei loro occhi e nel loro cuore.



L’amata Bellezza della realtà,

fatta di colore, luce, forma, materia.

Fatta di archetipi antichi.



E tutto ha Tutto è stato fatto. E tutto ha avuto un senso.

Questa mostra ci rinnova l’offerta di fare un passo indietro, laddove De Chirico e Savinio erano “scappati” in Francia per avere un po’ più di respiro; mentre Ligabue era preso solo per un pazzo.

Per non dimenticare i numerosissimi movimenti e le correnti che nel loro disgregarsi ed aggregarsi hanno

tessuto una fitta trama “all’italiana” che espone, tra il serio ed il faceto, il dramma disarmante del genio incompreso. Dal suo tempo.



Ma Perché?



Il peso epocale, le culture fortemente radicate in ogni parte del territorio, la responsabilità di essere il “luogo di tradizione” più antico del mondo, non hanno permesso all’Italia di distaccare il concetto di Arte da quello di Storia.

Nemmeno durante le Avanguardie Storiche.

Fa eccezione il primo Futurismo, l’intuito di Marinetti e Balla. Il tentativo di arrivare ad una collettiva condivisione estetica con i paesi che si dimostravano rivolti ad un positivismo moderno, dalla mentalità aperta e dalla voglia di collaborare, per creare insieme un mondo nuovo, migliore, più ricco per tutti.

Giusto, giustissimo, ma precoce ed impossibile per l’Italia dell’epoca.



Perché non è stata l’Arte Italiana ad essere in crisi, ma lo Stato, il cui tessuto politico e sociale fino a dopo le guerre si è dimostrato debole, senza alleanze interne pronte per accendere i motori della ripresa.

Questa la causa/effetto dei micro-movimenti, dei giri vorticosi di tendenza, degli slanci e dei ritorni grazie ai quali gli artisti non sono riusciti ad unirsi, ma a trasmetterci la profonda sofferenza attraverso la quale ogni cosa ha trovato ordine e ragion d’essere.



De Chirico Novecento cosa ci racconta?



Una lunga storia in modo efficace e sintetico, scegliendo il segmento più tradizionale, più splendidamente emotivo.

Scegliendo la favolosa Arte del Non Progresso.



Partiamo da lontano per capire meglio.

Dal Divisionismo e dal Simbolismo: i capisaldi che generano le correnti di pensiero più importanti e gettano i semi del cambiamento in un terreno perfettamente concimato. Da essi nascono la ribelle Scapigliatura ed il tradizionale Naturalismo, mentre fermentano nella corrente europea le esperienze che si concretano nel Futurismo e nella Metafisica.

Molti “autonomi” maturano all’estero, emigrano a Parigi, spinti dalla voglia di cambiamento. Ognuno di essi ritornerà in patria.

Ciascuno con la propria esperienza.



Nel medesimo periodo il Futurismo muterà in Secondo Futurismo, Aeropittura, Nuove Tendenze; mentre la Metafisica verrà assorbita autonomamente da ogni cultura territoriale quando De Chirico volerà verso altri lidi.

Artisti che non seguono un andamento costante, ma vagano per le traiettorie del pensiero come uno stormo che viaggia a diverse velocità; a volte avanti gli uni, a volte avanti gli altri, a volte rimescolati come un mazzo di carte.

Non abbiamo ancora superato gli anni Venti.



Viene fondato “Realismo Magico”, evoluzione di “Nuove Tendenze”, capitanato da Sironi, Dudreville e Funi, pronti per le performances rivolte ad un passato tradizionale.

Anche Boccioni ritorna, dopo Cubismo e Futurismo ad un’idea più classica e romantica della pittura, e si inserisce nel movimento chiamato “Valori Plastici”.



Un vortice di aggregazioni che si confronteranno

una volta raggiunte tolleranza e rispetto.



Morandi, Gentilini, Casorati, Marino Marini.

Con lo spirito dechirichiano dell’astrazione totale in un mondo parallelo, sono tra i pochi che continuano un percorso esclusivamente personale.

Nel 1922 nasce a Milano “Il Gruppo dei Sette pittori di Novecento” intorno al quale gravitano anche De Chirico, Carrà, Soffici, Morandi, come soli di un grande Universo.

E’ sostenuto da Margherita Sarfatti, amica di Mussolini.

Appare Arturo Martini.



Siamo già in clima di Nuova Oggettività. Il Fermento è al massimo.



Nel 1930 il Movimento della Sarfatti, che peraltro abitava a Roma, si sfascia.

Cause politiche.

L’arte volge nuovamente al Naturalismo ed all’Antigrazioso, in contrapposizione con le regole plastiche di Novecento.

Riappaiono in Italia gli esponenti della Scuola Francese: Mario Tozzi, Renè Paresce, Massimo Campigli e Filippo De Pisis, mentre in Toscana, dopo l’esplosione divisionista, ci si rituffa nell’abisso ottocentista tra Rosai e Maccari.



Torino, la città più industrializzata d’Italia, dà vita ai “Sei pittori di Torino” (1929), che spinti da Persico e Venturi, critici filo-francesi, alleggeriscono la tavolozza alla maniera impressionista.

Torino, ancor prima di Milano è la prima città libera da compromessi.

Anche oggi ospita la Fiera dell’Arte più trendy d’Italia.



Nel Milanese i “Chiaristi”, spinti dalle ideologie impressioniste di Persico, si dichiarano liberi dall’ essere convenzionali ma restano attaccati al Naturalismo d’origine.

Studiano la particolare luce della padana che cambia con il cambiare dell’umidità dell’aria. Perché una volta le strade tra le campagne erano di terra battuta e le industrie ancora non avevano cambiato l’odore di fango e di betulla che riempivano l’aria, mentre si mescolavano i suoni dei boschi con il rumore lontano del progresso.



Abbiamo quindi in Italia due poli opposti

che si attraggono e respingono.

E tali dovranno rimanere.



In ambito figurativo

gli Anni Trenta hanno prodotto due gruppi parimenti forti quanto “anti-tutto”;

la “Scuola Romana” di Scipione, Mario Mafai, Antonietta Raphael e Marino Mazzacurati, fortemente “impressionata” ma di stampo realista, andrà rinforzando il proprio carattere con l’adesione successiva di Roberto Melli, Giuseppe Caporossi, Afro, Pericle Fazzini, Mirko, Renato Guttuso;



e “Corrente”, a Milano, movimento in buoni rapporti con la “Scuola Romana”, strutturati sulla nascita e la crescita di un realismo che da contemplativo diverrà estremista e sociale.

Renato Birolli, Aligi Sassu, Giuseppe Migneco e Bruno Cassinari i primi adepti di “Corrente”.

Più tardi il gruppo assumerà i toni di un vero e proprio Movimento, avvalendosi del primo “testimonial” moderno della storia dell’Arte: Guttuso, che ha usato la propaganda dello scandalo a titolo di insegnamento popolare.

Fuori e dentro i club più esclusivi, Guttuso si schierava con il Movimento Comunista ed esplodeva in opere eclatanti, spesso scandalose, denunciando la realtà di un’Italia che protestava.

Artista moderno in assoluto. In perfetta combinazione tra snobismo qualitativo dell’elitè e commercio quantitativo della massa.



In ambito astratto

il primo segnale ci viene lasciato, come gagliardetto di un nuovo astro nascente, dalla “Dichiarazione degli espositori”, manifesto scritto alla Galleria del Milione di Milano, nel 1934, da Oreste Bigliardi, Gino Ghiringhelli e Mauro Reggiani, ma è solo una zolla dell’ampio pianeta Astrazione.

Pattinano sulle altre zolle Osvaldo Licini, Fausto Melotti, Attanasio Soldati, Luigi Veronesi, Ezio D’Errico, Alberto Magnelli.

Molti vengono ospitati nel 1935 ad esporre nello studio di Casorati e Paulucci, due eremiti anti-graziosi di Torino; nel 1939 Mario Radice e Manlio Rho sono invece presenti alla Quadriennale di Roma, insieme a Soldati e Licini.

Nel 1848 nasce a Torino il “Movimento per l’Arte Concreta” o “M.A.C.”, composto da Soldati, Munari, Monnet e Dorfles. Ampliato senza limiti ad ogni forma d’arte espressiva non figurativa, si è rivolto soprattutto all’architettura ed al design, optando per le direttive del “Movimento d’Arte Concreta” teorizzato da Van Doesburg negli anni Trenta a Parigi.

Vi partecipano liberamente Dorazio, Fontana, Mazzon, Garau, Perilli e Sottsass.



Pro-Novecento e Anti-Novecento

si contrappongono fino agli anni Quaranta

in bilico stabile.



Dopo l’Italia entra in fase di scissione molecolare.

Velocemente, gli artisti si staccano tra loro; prima in gruppetti di breve durata, poi in vortici unicellulari in costante mutazione.



Nel 1946 Birolli fonda la “Nuova Secessione Artistica Italiana”, trasformata nel 1947, su suggerimento di Guttuso, in “Fronte Nuovo delle Arti”.

Vi partecipano Cassinari e Morlotti; Pizzinato, Santomaso, Turcato, Vedova e Viani di Venezia; Guttuso, Leoncillo e Levi di Roma.

Ma di lì a poco, nel 1952, un’ulteriore rigore informale distrugge il “Fronte Nuovo” e da questi sorge il Gruppo degli “Otto Pittori Italiani” (Afro, Birolli, Corpora, Moreni, Morlotti, Santomaso, Turcato e Vedova).

E così come Torino resta in testa nella classifica dell’avanguardia più esasperata, a Milano inizia a regnare una cultura “politicamente corretta” grazie alla quale artisti d’ogni estrazione si confrontano.



Con l’affinazione della teoria di concetto si fanno avanti le sperimentazioni su materiali e tecnologia.



Attorno agli artisti non si tafferuglia più.

La critica demolitrice sta lasciando il posto alla curiosità.

Che è alla base dello sviluppo dell’intelligenza umana.



Il “Movimento” è sempre meno significativo.



Dagli anni Sessanta in poi è l’attività del singolo ad essere valutata.

I Movimenti nascono come grandi case comuni.

Spazialismo; Arte Povera ; Informale ; Minimalismo; Concettuale; Pop; Transavanguardia; Anacronismo; Citazionismo; Nuovi Nuovi; Cultura digitale.



Immagine e segno ora hanno pari valore

e pari peso ideologico.

Ed il concetto regola l’estetica.

Le figure sono concrete, corporee, ironiche, mentali, oniriche,

anche se non ci sono.

Oggettive o soggettive.



Una Scatola di Lodola non è soltanto una lampada d’autore.

La contestualizzazione ne difende l’unicità artistica e ne riserva quello “stupore” che solo l’Arte ci sa regalare.



La Realtà della Bellezza rimane l’archetipo dell’immagine dell’uomo e del suo ambiente.

Per la cultura Italiana e per le culture occidentali in genere.

Archetipo che in molte zone africane si trova praticando una vera e propria “body art” ( interventi sul corpo umano); oppure quello tipicamente orientale, ricercato spesso attraverso quella che noi chiameremmo “land art” ( intervento dell’uomo sulla terra) e che sono apprezzate nel mondo sotto forma di bonsai, sotto forma di giardini di sassi e sabbia.



Quante docce fredde, quanti passaggi, quanti tentativi l’Arte Italiana ha fatto per misurare il grado di civiltà raggiunta, ma soprattutto il grado di civiltà voluta.

Un turbinare di pensieri che su un fronte garantivano il progresso e sull’altro garantivano il passato.

In una corsia si schiaccia sull’accelleratore, nell’altra ci si ferma. A guardare un mondo che cambia.



Godiamoci la possibilità di apprezzare ogni sforzo fatto,

ogni esperienza vissuta.

Non prescindiamo dalla realtà della bellezza di un’opera.

Soprattutto quelle del Novecento, che oramai non hanno più tempo per parlarci,

perché sono già storia.





M.B.






De Chirico 900. Tra Arte e Bellezza testo di babacattiva
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