Le catene dell'anima

scritto da dea700
Scritto 14 anni fa • Pubblicato 14 anni fa • Revisionato 14 anni fa
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Testo: Le catene dell'anima
di dea700

Quando siamo tristi invece di risollevarci il morale andiamo a cercare le canzoni più tristi ed era quello che stavo facendo in quel momento.
E all'età di 21 anni mi trovavo nel baratro della depressione, gli amici non facevano altro che allontanarmi da quando l'anno scorso ebbi un incidente che mi cambiò la vita.
Sono su una sedia a rotelle e non so se riuscirò a camminare di nuovo. Il mio ragazzo mi abbandonò lo stesso giorno dell'incidente, cosa doveva farsene di una donna senza gambe? E adesso nella mia stanza non faccio altro che stare dietro una tastiera a scrivere su facebook, 1569 amici, amici se così si può dire, forse li dietro lo schermo qualcuno mi ascolterà, o per lo meno cercherà di capirmi. Non ho mie foto, non ho voluto metterne mi ricorderebbe di quel maledetto giorno, di quel maledetto incidente e di lui che mi lasciò da sola dentro un ospedale, a piangere da sola.
Adesso dopo quell'evento non faccio altro che imbottirmi di medicinali, sono ingrassata, diversa, almeno la gente mi fa notare questo, ma non pensano che il loro blaterare può farmi del male? Distruggermi? Tanto a loro cosa frega? Stanno bene ed hanno una vita propria, egoisti del cazzo, hanno un ragazzo o un marito e cosa più importante hanno le gambe, ma a differenza loro io ho un cervello.
Passano i giorni e mi arriva un contatto di un certo Markus, l'accetto, pensai un altro stronzo, e invece fu la mia salvezza, un vero angelo.
Lo incontrai dopo qualche mese, era della mia stessa città, più grande di me di ben 6 anni, ma l'età non conta, non volevo un ragazzo, ma qualcuno che ascoltasse le mie pene. Chi mi vedeva mi chiamava puttana, vai agli incontri di sconociuti così facilmente, e io rispondevo:
“Non devo andare a letto mica con lui?”, cercavo solo qualcuno che mi aiutasse ad uscire da questa malattia che mi levava le energie giorno dopo giorno, ma le persone mi additavano ugualmente, ok, additatemi pure, pensate quello che volete, ma nessuno può farmi tornare com'ero prima.
Aiutata a scendere entrai in macchina con Marco, così disse di chiamarsi. Le parole uscirono da sole, mi sembrò di conoscerlo da una vita. Raccontai tutte le mie ansie e i miei dispiaceri, non dissi nulla del mio stato, ma già dal primo appuntamento aveva visto le mie rigide gambe.
Lui non commentò, fece finta di nulla, questo mi rendeva serena ed a mio agio, quando improvvisamente cercò di baciarmi, fu lì che non riuscì a difendermi. Mi baciò con tanto trasporto, sembrava fregarsene delle mie condizioni, io cercai di fermarlo:
“Aspetta” gli dissi, lui si fermò e mi guardò negli occhi “Che ti prende?” “Volevo solo discutere e basta” “Non ti piaccio?” “Bhe si, ma...” “Stefy che problmi hai?” “Non lo vedi?” risposi arrabbiata e scoppiai in un pianto liberatorio. “Non m'importa da quando ti ho vista mi sei piaciuta subito, non mi interessa il tuo corpo, ma quello che tu hai dentro, nella tua anima” questo mi rincuorò, ma nella mia mente pensavo che fosse solo un suo gioco per potermi possedere solo per quella sera e poi "ciao".
Mi riportò a casa dopo qualche ora e non lo rividi per almeno qualche settimana. Forse ci aveva ripensato. Decisi di spegnere il mio cellulare, e non entrare su facebook, volevo allontanarmi da tutto e tutti, il mio intervento si avvicinava e a breve avrei saputo se qualche remota speranza di camminare potesse ancora esistere.
Tanti messaggi si accumularono sia su facebook che sul telefonino, ma io non risposi mai. Purtroppo il medico mi disse che la possibilità di camminare erano molto remote, il 30 per cento, bassissime, molto basse. Iniziai nel letto dell'ospedale a pensare alla mia vita a come sarebbe stata da oggi in avanti, mi sentivo in gabbia, come un uccellino che vorrebbe la sua libertà, che ha le ali ma non li può usare, ecco io sono quell'uccellino.
La mia depressione si trasformò in rabbia, volevo a tutti i costi camminare di nuovo.
Passarono esattamente otto mesi dall'intervento, adesso porto le stampelle e riesco a fare dei piccoli passi al giorno, riaccesi il mio cellulare lo trovai inondato di messaggi.
Marco non mi aveva abbandonato un solo istante, mi cercava ogni giorno e ad ogni ora, da lì capii veramente il suo interesse e decisi di richimarlo, stavolta volevo veramente conoscerlo e poi chissà, basta la mia anima voleva spezzare quelle maleette catene che mi tenevano inchiodata a quella sedia a rotelle e le mie ali volevano di nuovo volare.
Fine
Le catene dell'anima testo di dea700
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