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Piove. Prendo il bus, senza un vero motivo. Neanche a dirlo, non ho l'ombrello. Fuori una di quelle pioggerelline leggere, ma insistenti: come certi pensieri che sembrano innocui finché non ti ritrovi fradicio. Tamburello con la punta dello stivale su una pozzanghera.
Arriva il bus: salgo su, siamo in pochi, mi siedo. Il viaggio sarà lungo, il traffico è in tilt. La pioggia, qui a sud, ci confonde - direi ci “sfuma” - e non importa che siano due gocce d’acqua o un temporale. Luoghi comuni, sì, ma indiscutibili verità.
Di solito assecondo la mia leggera misantropia con gli immancabili auricolari, ma questa volta no: voglio osservare, ascoltare, forse raccontare. Guardare fuori per capire cosa c’è dentro. Spettatori prima, bravi attori poi.
Passeggero n.1 - Giulia, 15 anni.
Le sue cuffie sono più grandi di lei, un guscio di plastica per proteggere un’adolescenza tragica e magnifica. Stringe il cellulare come se qualcuno volesse strapparglielo via, il vetro illuminato che le riflette sulle unghie colorate. Guarda fuori dal finestrino con uno sguardo carico di una malinconia che, probabilmente, non sa ancora di avere.
Le chiederei: dove sei davvero? Un turbinio di “vorrei” che fa rumore sotto la musica. L’età in cui pensi che non cambierai mai, non sarai mai come loro. Sorrido di fronte al suo entusiasmo tenero, forse a volte arrabbiato, tuttavia il motore necessario per partire e proseguire. Il suo telefono vibra, è Laura: “Sbrigati, lui è in atrio…”. Il primo “Lui”: quello che colora tutto e che, ahimè, non le dà retta come vorrebbe. Eh, cara Giulia, è tempo di farti le ossa. Vorrei proteggerti, dirti che non ne vale la pena, ma parlerebbero le mie ferite, non le tue. E poi, a dire il vero, anche io continuo a fare errori simili: le mie avvertenze non ti servirebbero. Sbaglia tutto, Giulia. Inciampa pure. Hai ragione tu.
Passeggero n.2 - Elena, 38 anni.
Ha una treccia un po’ spettinata che la fa sembrare una ventenne, ma stringe tra le mani una borsa troppo pesante per avere quell’età. È un medico. La stanchezza le scivola sulle spalle; il turno di notte deve essere stato un corpo a corpo impegnativo. Le piace il suo lavoro e divide la casa con Bea, il suo cane. Del suo appartamento ha fatto il suo “giardino fiorito”, come ama dire: è l’unico posto dove può permettersi il lusso di non esserci, di ridere o piangere senza dover rendere conto a nessuno.
Scusami se ti guardo dentro, Elena, giuro che sarò breve. In giro dici che non ci pensi più, che va bene così, che in fondo non cambia niente. Però, quando sei sola, non te ne vergogni: vuoi tutto, e non puoi farci niente. Hai imparato che la vita può sorprendere, ma sai anche che, a volte, crederci è una fatica immane. Mentre il bus arranca nel traffico, tu leggi. Sei assorta. C’è qualcosa che ti resta addosso, anche mentre leggi. Forse in quel libro cerchi le risposte che il turno di notte non ti ha dato. Ti auguro di trovarle, o almeno di perderci dentro le domande.
Passeggeri n.3 e 4 - Fabio e Luca, 41 e 42 anni.
Amici da una vita. A chi chiede come abbiano fatto, seppur così diversi, rispondono che sono simili nelle cose fondamentali. Quelle che servono. Sono cresciuti, hanno studiato e continuano a ridere insieme. Fabio è il classico Peter Pan, lo scapolo incallito della “libertà prima di tutto”. Il suo cellulare vibra senza sosta, ma lui non ci fa caso. Parla, ride, emana un’energia che alle 7:30 del mattino sembra quasi invincibile. Ma cosa c’è sotto, Fabio? Posso entrare un attimo? Forse il silenzio è diventato un posto pericoloso per restarci da solo. Oggi, più che mai, Luca è la sua famiglia, l'unico che sa tutto senza bisogno di chiedere. Fabio, ti ho visto guardare Elena. Quella sua semplicità ti ha incuriosito e, lo so, ti ha anche spaventato. Dai, vai. Molla lo scudo. Sembra così facile da qui, a pochi metri di distanza.
Luca ride con lui. Si sposa tra poco con Greta; lei ha saputo aspettare i tempi della sua timidezza. Luca ha una famiglia immensa, così tanti parenti che scherza dicendo di non conoscerli tutti (forse Fabio li conosce meglio di lui). È sempre stato quello ligio al dovere, quello che non esce mai dai bordi quando colora. Eppure Luca ha un mondo parallelo che nutre in silenzio, perché comunque “i piani vanno rispettati”: scrive racconti meravigliosi dove i bordi non ci sono neanche. Di notte non dorme per vivere davvero, dice tra sé; lì c’è Luca. Greta e Fabio, pur sapendo, non chiedono.
Scendono di fretta, quasi saltando giù dal bus: parlando non si erano accorti di essere arrivati. Per un secondo Fabio ed Elena si guardano attraverso il vetro del finestrino. Ed io spero che si incrocino sul serio, prima o poi.
Passeggeri n.5 e n.6 – Fatima e Pietro, 27 e 4 anni.
Fatima è italiana di origini marocchine, ed è bellissima. Insegna in una scuola elementare, la stessa dove ha iscritto suo figlio Pietro. Lui piange: si annoia, ha sonno, le scosse del bus non aiutano. Stringe in una mano una merendina a metà e nell’altra una macchinina. Fatima lo rassicura con un sorriso di una dolcezza innata. Ha la pelle ambrata e gli occhi attraversati da venature dorate. Gli parla a bassa voce, con una pazienza naturale, finché Pietro si calma e tira su col naso: le lacrime sono già un ricordo, sostituite ormai dal sapore della merendina. Guardandola, provo un senso di pace inaspettato. Penso ai venti bambini della sua classe: sono fortunati. La loro fermata è proprio davanti alla scuola. Un gruppo di bambini urla: "Maestra, scendi presto!". Non resisto, mi alzo un po’ per guardare meglio la scena. Fatima fa finta di non vedermi, ma sento che sta trattenendo un sorriso.
Passeggero n.7 - Valerio, 65 anni.
Valerio è in pensione da poco. L’ha sognata per anni, immaginando giornate intere dedicate al suo orto. Eppure stamattina è qui, sul bus, a ripercorrere la strada che per quasi quarant’anni lo ha portato in ufficio. Si è vestito di tutto punto, come se dovesse timbrare il cartellino un’ultima volta. Non credeva di provare questa nostalgia; non è l'ufficio che gli manca, ma l’uomo che era quando ci andava. Stamattina Valerio riflette sull'abitudine, vuole convincersi che sia stata lei a portarlo qui. Questo è il suo bus: lo ha abitato più di chiunque altro qui dentro. No, non è solo abitudine. È un pezzo di vita che chiede il conto. Non vorrebbe tornare indietro, ha riscoperto le proprie passioni e si dedica a mille cose, eppure oggi sente il bisogno di rivedere, ricordare. È un saluto silenzioso. Tra i piedi stringe una busta della spesa: la scusa per giustificare a sé stesso questo viaggio a ritroso. Lui scenderà esattamente dove siamo partiti. In un certo senso, ci accompagna tutti alle nostre destinazioni, perché questo bus, in fondo, gli appartiene.
Passeggero n.8 - Mauro, 45 anni.
Mauro sale sul bus con la sua bici, bagnato dalla testa ai piedi. Alla fine, la pioggia ha avuto la meglio. Stringe una Bianchi azzurro metallizzato che apparteneva a suo nonno; è un pezzo di storia del ciclismo, ma sembra appena uscita dalla fabbrica. Mauro ha sempre creduto che fosse la bici a scegliere il percorso, a dargli una direzione. Quel telaio sembra sapere più cose di lui. Proprio mentre lui sale, Giulia scende di corsa e sbatte contro la ruota azzurra. Lei è spazientita, lui corruga le sopracciglia: un micro-scontro di mondi che non si incontrano. Mauro è un giornalista freelance e una guida alpina; vive al nord, ma è nato qui tra queste strade che “sfumano”. È tornato ieri in nave e ovviamente non si muove senza la sua bici e la sua fretta. Il tempo, per lui, non è mai abbastanza. Tamburella con le dita sul sellino, impaziente di scattare, di correre. Eppure, a ben guardare, non lo sta aspettando nessuno. Al punto che non sa nemmeno bene a quale fermata scenderà. Mauro, guarda fuori: la pioggia ha già fermato il tempo per te, anche se non te ne sei accorto.
Passeggeri n. 9 e 10 – Sofia e Carla, 23 anni.
Sono salite insieme, portando a bordo l’aria elettrica di chi ha troppi esami e poche ore di sonno. Sofia parla senza sosta; il tono acceso, quasi un’urgenza di convincere il mondo. Tiene in mano un manuale sgualcito, lo stringe come se fosse una parte di sé. Vedo le pagine gonfie di sottolineature nervose, appunti scritti con una foga che quasi buca la carta. Sofia non vuole solo sapere: vuole cambiare le cose. Ha una fretta che quasi spaventa: si alza all'alba, cura le piante, aiuta tutti, ma lo fa con una voracità che nasconde la paura di non bastare.
Accanto a lei, Carla è il contrappunto di silenzio. Ascolta con un sorriso che sembra una trincea. Ha in sé il calore dell’Africa, ma è un calore che ha dovuto difendere dal freddo di certe occhiate distratte intorno a lei. Porta al collo un ciondolo a forma del suo continente e combatte anche lei, ma in modo diverso: decisa, ostinata, per chi non ha voce. Insieme, Sofia che urla e Carla che tace formano una strana, necessaria armonia. Guardandole, sento vivere in me la speranza.
Passeggero n.11 e n.12 - Caterina, 72 anni e il suo cane Nerone.
Inutile dire che lei sembra la più giovane a bordo: ha una forza tale che offre il posto a chi ha la metà dei suoi anni. Quante ne potremmo dire su di lei? Ha cresciuto cinque figli e, come ama dire scherzando, “anche un marito”. Ride sempre, e ride prima degli altri, trascinandoli con sé. Ha lavorato la terra tutta la vita e dice di avere imparato tutto da lei: la pazienza, il ritmo delle stagioni, il valore della cura. La terra è stata la sua maestra silenziosa; ha assorbito le sue lacrime e le ha trasformate in frutti.
Nerone è la sua estensione. Sembra avere la sua stessa età e aver vissuto le stesse fatiche. Ci guarda tutti con una punta di compassione, dall’alto di una saggezza che lo pone una spanna sopra noi umani. Potrebbe insegnarci tutto, forse, ma preferisce tacere e restare al fianco di Caterina.
L'autista: Paolo, 56 anni
Paolo non è d’accordo con il cartello “vietato parlare al conducente”. Se c’è una cosa che ama del suo mestiere è proprio il contatto con chi sale; è un chiacchierone impenitente, un filantropo del volante che predilige il turno dell’alba per intercettare i primi umori della giornata. Quando non parla, fischietta o canta; invidio la sua attitudine alla comunicazione. Paolo crede che con la parola si costruiscano ponti, legami, soluzioni. È un filologo della strada. Non nasconde il suo amore per la vita: crede che per ogni caduta ci sia una risalita pronta e che l’unione faccia la forza. C’è solo un momento in cui si estranea dal mondo e tace: quando legge. È convinto che leggendo si vivano più vite e si conosca meglio la propria. Nel suo zaino riesco a scorgere un libro che lo attende. Non gli ho rivolto la parola, ma so che prima o poi lo farò (o lo farà lui per primo). In questo momento, canticchia “Fly me to the Moon” di Sinatra. E per un istante, tra le note e le gocce sul vetro del finestrino, volo via anche io.
Scende Elena: la vedo correre via riparata dal suo ombrello rosso. Lei, non l’ombrello, è l’unico punto di colore in questo tempo grigio. Entra un soffio di aria fredda, la porta si chiude e ripartiamo. Sembra un viaggio infinito, eppure sono qui solo da poco più di trenta minuti. Ma per raccontare una vita, non basta una vita intera.
Siamo potenziali intrecci che forse non si creeranno mai: passanti, momenti, occasioni perse. Alcuni incontri passano e basta. Altri restano, senza chiedere permesso.
Questo meccanismo sconosciuto ha bisogno di ogni pezzo: della rabbia di chi studia, dei sogni di chi resta, della fretta di chi torna e persino del silenzio di un cane.
In ognuno di noi c’è qualcosa degli altri. Forse basterebbe fermarsi un attimo per vederlo: tutti sotto lo stesso cielo, a scambiarci i ruoli senza nemmeno accorgercene.
Ah, dimenticavo: poi ci sono io, l’ultimo passeggero… ma questa è un’altra storia. Siamo arrivati alla mia fermata, devo scendere. Corro sotto la pioggia. Mi piace pensare (forse sapere?) che, in fondo, queste storie siano tutte parti di me.