Il chimerico e balbuziente pensiero in fasce era la distanza a dividere un oceano di parole e un deserto di silenzi, con l'anima a farmi da zaino, ficcatici dentro due etti di speranza e non so quanti ciottoli di fiume essiccato.
Un viaggio inanellare penombre zingare e brinosi arcobaleni, creare concentrici limbi sui quali stampigliare psichedelici e ineluttabili concetti danteschi; ma gli unici timbri a portata di Paradiso erano i miei occhi, assenti di emozioni e visioni.
Il nulla palpitava sulle mie labbra e occhi.
Ero un aggregato di particelle senza pensiero e parola.
L'ibridazione del concetto era più che un'invenzione nata e cresciuta nella caverna cerebrale; divenne, mano a mano che attraversava zone buie e lucenti, ma tanto gelate, un ammasso.
Un ammasso come di azoto congelato.
Il sole era immerso in un bagno di nuvole e vapore e quindi non dava energia calda...
In quegli istanti il mio corpo era diventato una costola della terra, ammantato di gelo buono solo perché i vermi l'usassero come giaciglio, ma non prima di avere sognato, salendo a due a due le vertebre del cielo.
Il mio corpo si strutturava in una orizzontale cattedrale composta di ossa e carne, accerchiata da branchi di mosche intente in incessanti e mortifere elucubrazioni ronzanti.
L'unico modo per scacciare l'arzigogolo di insetti era tramite manate di ciglia, perché le uniche non gelate e smorte.
Una densa nuvola nera e ronzante era un sudario, su cui non c'era cucito l'alfabeto, che mi copriva totalmente, con le mosche ,più in là, messe a sudario a cercare di farne frasi .
Ma nulla si smosse dalle labbra del Tempo fatto carne e ossa.
Il macabro ronzio era di una nota superiore a quella del silenzio: io ero l'unico spettatore di quella danza ridondata da un eco cosmico.
Il corpo era solo un insignificante interludio a dividere la voce del nulla a quella del caos cosmico, ma fortuna voglia che sentivo sbatacchiare il cuore sulle costole e profondere gorgogli di vita.
Il naso, come un pinnacolo arrotondato, bucava i soffitti d'aria.
L'olfatto a tastoni identificava la mia morte temporanea, ma avevo una gran voglia di gridare che "la vita è bella", ma non trovavo nessuna parola per comporla e rompere la funebre cortina di silenzio.
Ma il Destino, a occhi bendati, quel giorno passò di lì; era totalmente felice e di vena, gettando calde particelle d'oro a piene mani ; il gelo esplose a causa dello sfrigolare di una particella sugli occhi.
Iniziò il Big Bang del pensiero.
Il corpo riniziò a salire le vertebre del cielo, con il sole a sciogliermi le palpebre, consentendo agli occhi di rinnestarsi le ali.
Ero ritornato uno dei tanti e trasecolati "Icaro" a tenere una traiettoria pindarica.
Ritornai un corpo ad abitare nel pensiero, che a sua volta dava vita alla parola, a rinnestare la mia costola nell'edenico alfabeto: dal quale ricavai la frase "...L'Inferno del pensiero...".
Inferno... testo di Giullare della morte