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DUE AMICI
Inverno del 43, un gruppo di partigiani annaspa nella neve delle colline dell’astigiano.
Fa un freddo cane, e tutti non mangiano da due giorni, la barba gelata tortura la faccia.
Finalmente si arriva ad un piccolo borgo di contadini, forse ci sarà un fuoco e da mangiare.
Bussano alla prima casa, apre una vecchia, sembra l’immagine del dolore, ma per loro ha un sorriso.
Ieri son passate di qui le bande nere, dice, hanno portato via tutti gli uomini del paese, miei figli compresi.
Brutta storia, ma forse si limiteranno a mandarli al lavoro in Germania, vedrai ritorneranno, disse Gino.
Ho delle mele e due galline nell’aia, un brodo caldo vi farà bene, la legna è in cantina, fate un fuoco, io vado a tirare il collo ai polli.
A quella povera vecchia non era rimasto niente, e si privava delle ultime cose per sfamare i partigiani.
Col caldo del fuoco tornava il caldo alla faccia e alle estremità, sembrava un paradiso, e poi poter mangiare…un re non sarebbe stato più felice!
Che bene! Dopo una notte di riposo abbracciai quella donna come fosse mia madre che non vedevo da due anni.
Al freddo , di nuovo , Bottiglia, vai in avanscoperta….e ancora pensavo: che buono quel pollo!
Per un tratturo passava un carretto di povera gente, erano in fuga, scampati a un rastrellamento per il rotto della cuffia, sono ancora là a finire il lavoro ci dissero.
Quanti sono? Chiesi- una ventina rispose il vecchio che doveva essere il capofamiglia.
La nostra banda era composta di sei uomini, pochi ma esperti ormai….
Se li prendiamo di sorpresa ce la possiamo fare, dissi, gli altri annuirono.
Stabilimmo che gli saremmo andati avanti, quelli in testa li avremmo fatti fuori subito, quelli dietro si sarebbero infrattati o avrebbero puntato le armi sugli ostaggi, normale.
Non andò così, alzarono le braccia tutti tranne due che disimpegnatisi presero a sparare.
Eravamo in campo aperto, così ci sistemammo dietro i loro camerati, ma quei due erano degli ottimi cecchini…dissi a Triglia e a Barba che erano i più svelti di correre uno a destra e uno a sinistra per prenderli di fianco, due di noi restarono con le armi puntate sui fascisti, gli altri due fecero un fuoco di copertura.
Il conto fu pari,fecero secco il Triglia e Barba uccise un cecchino, ma quello rimasto era più in alto di lui.
Toccava a me, mi prendevo sempre io le rogne grosse, feci di corsa venti metri e mi piazzai dietro un masso, io avevo lui nel mirino, lui aveva me.
Eravamo abbastanza vicini, così lo riconobbi: era Giulio, il figlio della Gina , mio fratello di latte, cresciuti assieme, il migliore amico che avessi mai avuto.
Allora gli urlai ,Giulio sono io L’Achille, butta il fucile e ti lascio andare!
Lui urlò: non mi arrendo ai nemici della patria!
Io non potevo sparargli, da sempre avrei dato la vita per lui, ma c’era l’ideale…l’ideale, il mondo migliore….
Ero bloccato, ma il Giulio aveva perso di vista il Barba, che lo impiombò di brutto a un fianco, il fucile gli cadde dalle mani.
Allora mi avvicinai, sperando di salvarlo, mi accorsi subito che non c’era niente da fare, avevo grappa nella borraccia e gli diedi da bere, poi tirai fuori l’ultima sigaretta e gliel’accesi.
Mi guardò con un sorriso e mi disse: sei sempre stato più bravo di me, anche al pallone, in punto di morte non dico bugie…se non ti fanno secco sei buono come punta del Torino; se te la scampi al primo goal pensa a me!
Poi si irrigidì.
Tre anni dopo, com’è la vita, non militavo nel Torino, ero in serie B, prima di campionato feci goal al 15' restai per terra e piansi a dirotto, non riuscivo ad alzarmi, mi portarono via con la barella.
Nello spogliatoio mi lasciarono un momento solo, allora il Giulio è come se lo vedessi anche ora che te lo racconto mi si avvicinò, mi diede un sorso di grappa, mi accese una sigaretta, mi diede un buffetto e mi disse:hai mantenuto la promessa, continua, vinci per me campione!
Il resto è vita.
N.d.A. Questo racconto ha vinto il premio Laguna di Elmas, sezione prosa italiana, nel 2009. Mi sorprende il fatto che è ancora vivo e pulsante, e attuale, l'amicizia che è in fondo il tema principale è uno dei motivi per cui vale la pena di vivere e la memoria della resistenza, pure quella, non si è spenta, non è retorica dire che è un valore fondante della nostra Repubblica, tanto criticata ma i diritti umani, di espressione, le libertà civili, garantiti dalla Costituzione senza tema di smentita scaturiscono dagli stessi valori che hanno ispirato la resistenza.
Diceva Calamandrei, chi vuole vedere dove è nata la nostra Repubblica, salga in montagna dove morirono i partigiani.