Potevamo essere (2° puntata)

scritto da Biro79
Scritto 3 giorni fa • Pubblicato 20 ore fa • Revisionato 18 ore fa
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Seconda puntata
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Testo: Potevamo essere (2° puntata)
di Biro79

Con il cuore che batteva a un ritmo tutto nuovo, passai la mattinata successiva davanti allo specchio, provando e riprovando un completo di lana leggera. Guardavo la valigia aperta sul letto. Per me quella non era solo una partenza ma una missione in un mondo sconosciuto. Dopo pranzo corsi verso la stazione inciampando con i pensieri nei miei stessi passi, in ansia all'idea che il treno potesse scivolare via senza di me.
Una volta a bordo, mentre il treno prendeva velocità, mi incollai al finestrino per osservare il paesaggio che si trasformava con palazzi che lasciavano il posto alla campagna piemontese dipinta con pennellate dorate e brune. Guardavo le cascine isolate e i campanili che sfrecciavano via come ricordi del passato, mentre il battito del cuore sembrava sintonizzarsi sul ritmo metallico delle rotaie. Pensai al profumo dell'aria di Torino — che immaginavo sapesse di cioccolato e pioggia— e provai una fitta di dolcezza allo stomaco. Poi, il pensiero volò a chi mi stava aspettando. Sentivo che Luca era un respiro che si faceva sempre più vicino, una promessa che l'accelerazione del treno stava per rendere finalmente reale. Mi chiesi se anche lui stesse guardando l'orologio, se sarebbe rimasto ad attendermi fondo al binario o in stazione tra la folla.  In quel momento, chiusa nel mio guscio di metallo in corsa, mi sentivo un’eroina di un romanzo che stava per scrivere il suo capitolo più importante.
Quando il treno si fermò, mi alzai in piedi stringendo forte il manico della valigia. Fui  investita da un’aria nuova quando le porte si aprirono e scesi i gradini immergendomi nel fiume di persone che scorreva lungo i binari. In quel caos di cappotti scuri e passi veloci, mi sentii improvvisamente piccola e mi fermai cercando con lo sguardo un punto di riferimento mentre il cuore mi rimbalzava nel petto. Poi, lo vidi.
Luca era fermo tra la folla con le mani in tasca e lo sguardo che setacciava i volti dei passeggeri. Non appena i nostri occhi si incrociarono, il rumore della stazione sembrò svanire. Accennò un sorriso, quel sorriso che avevo ripassato mille volte nei miei sogni. Iniziai a farmi largo tra la folla, quasi correndo e dimenticando finalmente ogni timore. Mi ritrovai seduta sul sedile posteriore di un taxi, con il battito del cuore che  rimbombava nelle orecchie, senza avere la minima idea di come ci fossi finita. Appena lo sportello si chiuse, il brusio della stazione venne sostituito dal ticchettio delle goccioline di pioggia che iniziavano a ricamare i vetri, trasformando le luci dei lampioni in tante piccole macchie di colore sfocate. Il taxi scivolò rapido sui viali fiancheggiati da portici maestosi. Guardavo fuori, incantata dalla geometria della città, ma il mio vero universo era tutto lì dentro. All’improvviso, quasi con naturalezza Luca cercò la mia mano. Le dita di lui si intrecciarono alle mie, che riposavano ancora nervose sulle gambe. Fu un gesto calmo, ma per me fu come una scossa elettrica che mi tolse il respiro. Sentire il calore di quella mano reale mi fece provare un’ondata di gioia pura, quasi insopportabile che risalì dallo stomaco fino alla gola.
Tutto sembrava troppo perfetto per essere vero: la pioggia sui vetri, il rumore del motore in sottofondo e quel contatto che mi faceva sentire, per la prima volta, esattamente dove volevo essere. Era un sogno, sì, ma uno di quelli da cui non avrei mai voluto svegliarmi. Ora, seduta accanto a lui nel taxi, con la sua mano che mi stringeva, mi regalava una sensazione dolcissima ma paralizzante. Avrei voluto dirgli quanto fosse bello rivederlo, quanto avessi contato i minuti sul treno. Invece, le parole restarono incastrate in gola, pesanti come sassi preziosi. Ogni volta che provavo a schiudere le labbra, il respiro mi si spezzava a metà.
Il silenzio tra noi non era vuoto, ma carico di tutto quello che non riuscivo a dare a vedere. Lui mi guardava con una tenerezza che mi faceva sentire nuda, ed io, non sapendo che altro fare per non scoppiare di gioia, stringevo la sua mano, cercando di comunicare con quella pressione tutto il mondo che non riuscivo a trasformare in voce.
Mentre il taxi scivolava silenzioso, le goccioline sui vetri diventarono piccoli schermi dove si proiettava un altro tempo.  Gli sorridevo e mi chiedevo come fosse stato possibile trovarmi lì, nel cuore di Torino, quando tutto era iniziato nel bagliore azzurrino dello schermo, con le dita che volavano sulla tastiera in un misto di audacia e timore. Allora erano solo parole su uno sfondo bianco che arrivavano da una città lontana e che piano piano avevano iniziato a scaldarmi il petto.
La ragazza che sorrideva ai messaggi sul cellulare stava finalmente guardando negli occhi il ragazzo che aveva imparato ad amare senza averlo mai toccato. Mentre osservavo le luci di Torino riflettersi nelle pozzanghere, un pensiero fugace attraversò la mia mente, facendomi sorridere: quanto aveva dovuto combattere per quel momento. Ricordai le sere passate a messaggiare, quando le parole scritte non bastavano più e il silenzio dall'altra parte diventava un muro. Avevo dovuto quasi pregarlo per poter sentire, almeno una volta, il suono della sua voce al telefono. Ricordavo ancora il tremore nelle mani la prima volta che avevamo parlato davvero, rompendo la barriera dei tasti. E poi la sfida più grande: convincerlo che un incontro reale non avrebbe rovinato l’incanto. Ero così ingenua ma determinata e avevo insistito contro i dubbi di lui, contro la distanza e contro quella paura di scoprire che la realtà potesse essere meno bella del sogno.                    Invece, sentendo la pressione della sua mano nel taxi, capii che avevo avuto ragione a non arrendermi. La sua voce, che un tempo era stata solo un'onda sonora, ora era un respiro caldo accanto a me. Una frenata del taxi mi riportò al presente.                                                            Il taxi si fermò e, in un attimo, ci ritrovammo sul marciapiede. Quella sera la pioggia era  un velo sottile che rendeva tutto lucido e silenzioso. Camminammo per un breve tratto finché non ci trovammo davanti all'insegna illuminata di un supermercato di quartiere. Lui mi  fece segno di fermarmi nell'atrio, al riparo, vicino alle casse: «Aspettami qui con la valigia, faccio un salto veloce», disse con un sorriso rassicurante prima di sparire tra le corsie. Rimasi lì, stretta nel mio cappotto e con la mano ancora calda per il contatto di poco prima. Guardavo la gente passare che faceva la spesa del sabato pomeriggio con aria distratta e mi sentivo  dentro una bolla di sapone, fragile e bellissima. Dopo pochi minuti, lo vidi riemergere. Non aveva preso quasi nulla, ma tra le mani stringeva una confezione di merendine e una bottiglia di latte. «È per domani mattina», mormorò lui raggiungendomi, «mi avevi detto che non riesci proprio a svegliarti senza». Quel gesto così semplice, così quotidiano eppure così attentamente rivolto a me, mi colse del tutto impreparata. Non erano i monumenti o le piazze solenni a togliermi il fiato, ma quella bottiglia di latte scelta apposta per me. Sentii un calore dolcissimo diffondersi nel petto e gli occhi tornarono a farsi lucidi, e in quel dettaglio c'era tutta la conferma che la mia insistenza era stata premiata. Lui non mi aveva solo ascoltata; mi aveva custodita nei suoi pensieri.

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