Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
La caffettiera dell'ufficio faceva sempre lo stesso rumore, un borbottio rauco che annunciava l'aroma di cicoria e caffè economico. Per anni, quel rumore era stato il segnale. Ci si alzava dalle scrivanie, ci si stiracchiava e ci si ritrovava lì, davanti al tavolino di formica, a parlare del weekend, di un figlio che non voleva studiare o di quella fattura che non quadrava.
Da qualche mese, però, la caffettiera restava fredda. I ragazzi nuovi arrivavano con i loro termos di metallo lucido, infilavano gli auricolari e diventavano un tutt'uno con lo schermo. Non c'era cattiveria in loro, solo una strana, silenziosa fretta.
Leonardo guardò le sue mani sulla tastiera. Erano mani che avevano toccato migliaia di fogli, che sapevano riconoscere lo spessore di una pratica solo al tatto. Accanto al monitor aveva ancora un blocchetto di post-it gialli, scritti a matita. Ormai la matita la usava solo lui.
« Leonardo, hai cinque minuti?»
Marta era apparsa sulla porta dell'ufficio. Non aveva il solito faldone sotto il braccio, e le sue mani erano infilate nelle tasche della giacca. Marta era lì da prima di lui, si conoscevano da una vita, avevano diviso i passaggi in auto durante gli scioperi dei mezzi e i pasticcini per i rispettivi compleanni. Ma quel giorno lo sguardo di Marta viaggiava un palmo sopra la testa di Leonardo.
«Certo, Marta. Dimmi.»
«Andiamo di là», disse lei, indicando la stanza in fondo al corridoio, quella che profumava ancora di vernice fresca e dove avevano installato i nuovi server.
Camminarono vicini, ma distanti. Leonardo notò che la vecchia stanza dell'archivio era stata svuotata. Al posto degli scaffali di ferro battuto, pieni di raccoglitori verdi, ora c'era solo un ronzio costante, pulito, quasi ipnotico. Una luce blu ritmica illuminava il pavimento linoleum.
Si sedettero. Marta appoggiò le mani sul tavolo, intrecciando le dita.
«L'aggiornamento della piattaforma è terminato stanotte», disse, e la sua voce sembrava fare eco contro le pareti spoglie. «I flussi di gestione adesso si auto-regolano. Il sistema impara da solo, corregge le anomalie dei clienti in tempo reale. Non... non c'è più bisogno del controllo manuale a fine mese.»
Leonardo guardò fuori dalla finestra. Un piccione si era posato sul cornicione del palazzo di fronte, gonfio per il freddo. «Quindi l'algoritmo ha capito come trattare con il signor Brambilla?» chiese con un mezzo sorriso.
Marta abbassò gli occhi. «Il sistema applica la procedura standard. Se il pagamento ritarda di dieci giorni, sospende l'account. È matematico. Elimina il margine di errore.»
?«Brambilla non è un errore», disse Leonardo, con una dolcezza che fece quasi male a Marta. «È un uomo di settant'anni che ha perso la moglie l'anno scorso e che a volte si dimentica le scadenze, ma ha sempre pagato ogni singolo centesimo da trent'anni a questa parte. Bastava una telefonata. Bastava chiedergli come stava.»
«Il mercato non aspetta le telefonate, Leonardo», rispose lei, e nella sua voce si sentì una crepa, il peso di un ruolo che non avrebbe mai voluto avere. «La direzione ha deciso di snellire la struttura. Da lunedì. C'è un accordo di transazione, le cifre sono dignitose, ti permetteranno di anticipare la pensione senza rimetterci.»
Dignitose. Leonardo pensò a quante volte era rimasto oltre l'orario, non perché glielo chiedessero, ma perché sapeva che dietro a quel codice cliente c'era una famiglia che aspettava una risposta. Pensò a quando aveva insegnato il mestiere ai giovani, rubando tempo al suo lavoro per mostrare loro quei piccoli trucchi che non si trovano nei manuali, ma che si imparano solo sbagliando.
Il nuovo software non avrebbe mai avuto bisogno di essere confortato dopo un errore, né avrebbe mai provato l'orgoglio di vedere un bilancio quadrare dopo una notte di calcoli. Era perfetto. Ma era una perfezione fredda, che non lasciava traccia nell'aria.
«Va bene, Marta», disse Leonardo, accarezzando il bordo del tavolo di legno. «Non c'è bisogno che mi spieghi altro.»
Si alzò e le mise una mano sulla spalla, un gesto vecchio di vent'anni. Sentì i muscoli di lei rilassarsi, come se le avesse tolto un macigno dal petto. «Ti lascio la mia tazza. Quella blu. Magari ogni tanto riaccendila, la caffettiera.»
Il pomeriggio svanì dentro una luce grigia. Leonardo non portò via molto. Una foto, la sua penna preferita, una vecchia spilla.
Mentre camminava verso l'uscita, passò davanti al grande armadio metallico da cui proveniva il ronzio. Le luci blu lampeggiavano frenetiche, elaborando dati, stringendo contratti, ottimizzando lo spazio e il tempo.
Leonardo si fermò un istante. Non provava rabbia, solo una strana, malinconica superiorità. Quella macchina sapeva fare tutto, tranne la cosa più importante: non sapeva perché lo stava facendo. Non avrebbe mai conosciuto il valore di una stretta di mano, la bellezza di un dubbio, la gioia di perdonare un ritardo.
Uscì dal portone di vetro. L'aria della sera lo accolse, viva e pungente. Guardò la gente che correva verso la metropolitana, i negozi illuminati, le macchine in coda.
Fece un lungo respiro, aggiustandosi la sciarpa. Il mondo, là fuori, era ancora terribilmente, meravigliosamente umano. E lui ne faceva parte.