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Albenga , 7 settembre 2026
Tito guardò il cellulare con mani tremanti e occhi rossi. La luce del pomeriggio filtrava calda dalle persiane socchiuse, e fuori la strada di Albenga sembrava tranquilla, come se il mondo non avesse alcuna idea di quello che stava per succedere. Alle 17 compose il numero di Francesco Lupi.
«Pronto?» la voce calda e tranquilla di Francesco arrivò dall’altro capo.
«Ciao… ci sei al compleanno del soldo stasera?» chiese Tito, la voce incrinata da un filo di emozione che provava a nascondere.
«Sì, certo… perché?»
«Passerò un attimo da te, verso le 18… voglio salutarti e portarti una bottiglia di olio da assaggiare, quella nuova che ho preparato» disse Tito, cercando di suonare normale, leggero.
Francesco rise, inconsapevole di quanto quella bottiglia stesse già segnando il destino: «Perfetto, ti aspetto. Sarà un piacere assaggiarla».
Tito riattaccò e rimase seduto sul divano, lo sguardo fisso sul pavimento. Dentro di lui, un vortice oscuro: l’amore per Rosaria, il dolore di non poterla avere, la nostalgia, la consapevolezza che nulla di ciò che faceva avrebbe mai potuto cambiare quel destino. Si ricordò del pomeriggio al mare con Nick, delle prime risate con Rosaria, della leggerezza che una volta aveva provato. Eppure, tutto era lontano, tutto era irrimediabilmente perduto.
Mentre la sua mente cercava ordine, Tito cominciò a pianificare con precisione: versare sonnifero nell’olio, farlo assaggiare a Francesco, aspettare che si addormentasse, prendere la pistola e il furgone della ditta, guidare fino ad Antibes e chiudere lì il suo destino, sotto il museo Picasso, il luogo che aveva sempre sognato di condividere con Rosaria. Ogni dettaglio era nitido, lucido, spietato.
Intanto, Rosaria, ignara, si preparava con Renardi per il compleanno. I vestiti stesi sul letto, i capelli mossi raccolti appena, un velo di trucco appena accennato: nulla lasciava trasparire quello che Tito stava già architettando.
Alle 18 Tito suonò il campanello di Francesco a Cisano sul Neva. Francesco aprì con il solito sorriso accogliente, ma notò subito gli occhi lucidi dell’amico, i lineamenti tesi. «Tito… stai bene?» chiese, senza riuscire a nascondere una lieve preoccupazione.
«Sì… sì, tutto a posto» mormorò Tito, entrando. Sedettero in cucina, parlarono un po’ del compleanno, di cosa avrebbero portato come regalo a Rosaria. Poi Tito estrasse la bottiglia: «Viene dalla campagna di mio nonno, volevo farti assaggiare quest’olio nuovo».
Francesco prese la bottiglia, versò un filo d’olio sul piattino e annusò: il profumo era intenso, fruttato, pieno. Assaggiò un cucchiaino e subito lo lodò: «Davvero ottimo, Tito… perfetto». Ma poco dopo, le palpebre cominciarono a calargli addosso, i muscoli si rilassarono. Francesco si accasciò sulla sedia, il respiro lento, la mente offuscata. Tito lo osservò un attimo, trattenendo il respiro, poi si alzò e, silenzioso come un’ombra, andò verso l’armadio dove sapeva che Francesco teneva la pistola.
Un attimo dopo, era già sul furgone aziendale, il motore acceso, le mani che tremavano solo per l’ansia del percorso. Le strade di Albenga scorrevano sotto di lui mentre la decisione, definitiva, prendeva forma: niente avrebbe fermato il suo passo.
Nel frattempo, a casa, Gianluca, il padre di Tito, notò l’assenza del figlio. Guardò il letto e vide l’album che Rosaria gli aveva regalato, con su scritto, a mano: “Ho amato fino alla fine”. La rabbia e il timore si intrecciarono, e Gianluca chiamò Rosaria, la voce tesa, gli occhi sul cellulare: «Dove diavolo è mio figlio?»
Rosaria, impaurita, rispose con voce tremante: «Non lo so… davvero non lo so».
<< non mentire , Rosaria! Ha lasciato un messaggio sul tuo album . io lo so quando sta male per te ! Gli hai rovinato la vita! Giuro che se lo trovo di nuovo su quella spiaggia maledetta sono cazzi amari stasera ! >>
Tuonò Gianluca
<< non lo so, davvero… >> rispose la ragazza piagnucolando.
Gianluca, deciso a controllare la spiaggia maledetta, ci corse veloce, ma Tito non c’era. Lì non c’era traccia di lui.
Francesco, ormai assopito, si svegliò di colpo e afferrò il cellulare. Chiamò Rosaria, la voce carica di panico: «Tito… Tito mi ha messo qualcosa nell’olio, ha preso la pistola e il furgone… e c’è una mappa di Antibes. Penso… penso voglia farsi del male».
«Antibes? Dove stanno i miei? Ma perché vuole tornare lì? Oh Dio… e se volesse… dobbiamo annullare il compleanno e correre subito, Fra! Andiamo!»
Rosaria balzò verso Francesco, gli occhi lucidi e la voce spezzata dalla paura. Senza aspettare risposte, si sedette sul sedile dell’Audi grigia di Francesco, le mani che tremavano. Francesco accese il motore, il cuore che batteva all’impazzata, e partì in strada, cercando di seguire la direzione mentale di Rosaria.
Mentre correvano lungo la costa, Rosaria afferrò il cellulare e chiamò il padre, Lucio. «Papà… Tito è da voi?» chiese, la voce rotta dall’ansia.
«No… non è qui», rispose Lucio, sorpreso e preoccupato.
Intanto, Renardi, rimasto a casa, vide Rosaria scapparesull’autostrada verso la Francia dai GPS che aveva piazzato sul telefono della ragazza. Si fermò un attimo, perplesso, e poi partì con la sua auto, seguendo la traiettoria, cercando di capire il perché della fuga, mentre il suo volto restava una maschera di freddezza e calcolo.
Nel frattempo, la sera era ormai calata su Antibes. Tito arrivò ai piedi del Museo Picasso, portando con sé una foto che lo ritraeva insieme a Rosaria, ricordo doloroso e prezioso. La scogliera era ripida, scura, illuminata dai lampioni lontani e dal pallido riflesso della luna sul mare agitato.
Con mani tremanti, le lacrime che gli rigavano il volto, Tito scrisse un lungo messaggio a Rosaria:
Ti amo. Solo tu sei la mia anima gemella. Non ce la faccio più a sopportare il peso di questo amore, prima corrisposto e poi negato. Ti auguro buona fortuna. Tu sei la cosa più bella che abbia mai visto.
Dopo aver inviato il messaggio, Tito sollevò la pistola e fece fuoco due volte, una al petto e una all’addome, cadendo agonizzante sulla roccia fredda sotto il museo.
A pochi chilometri di distanza, a Rocquebrune Cap Martin, Rosaria e Francesco ricevettero il messaggio. Rosaria strinse il telefono tra le mani e scoppiò a piangere, il cuore che sembrava fermarsi, mentre la paura la scaldava come un fuoco impazzito. «Fra! Guida più veloce! Dobbiamo arrivare lì!» urlò, la voce che tagliava l’aria.
Francesco premette a fondo l’acceleratore. La strada serale scivolava sotto di loro, curve strette, luci che lampeggiavano, mentre Rosaria continuava a leggere e rileggere il messaggio. Le parole di Tito pesavano come macigni sul cuore di tutti e due.
Dietro di loro, Renardi seguiva silenzioso, il GPS che confermava la loro rotta verso Antibes. Brontolava tra sé, ancora ignaro del motivo della fuga: «Perché diavolo corrono così? Che cosa gli sta succedendo?»
Il vento notturno entrava dai finestrini aperti, mescolando il rumore del motore e il fruscio dei pensieri. Rosaria continuava a piangere, a pregare, a sperare che Tito fosse ancora vivo mentre la scogliera e il museo si avvicinavano sempre di più.
Arrivarono ad Antibes alle ventitré passate.
L’aria era diversa, salmastra, carica di un silenzio che sembrava trattenere il respiro. Rosaria e Francesco scesero dall’auto senza sapere dove andare. Tito non c’era. Non lì, non ancora visibile, ma presente ovunque.
Corsero per il centro storico, tra le pietre antiche e le voci lontane dei locali ancora aperti.
«Tito!» gridava Rosaria con la voce spezzata. «Tito, non fare cazzate!»
Francesco la seguiva, ansimante, guardando ovunque, come se potesse comparire da un angolo qualsiasi.
Poi, all’improvviso, Rosaria si fermò.
Un ricordo la colpì come uno schiaffo: novembre, il freddo leggero, lo sguardo di Tito — fiero, innamorato, quasi timido — quando le aveva detto che un giorno l’avrebbe portata ad Antibes, al Museo Picasso. Perché lei amava l’arte, e lui amava lei.
Lei allora aveva declinato. Aveva deciso di allontanarsi. Di proteggersi.
«Il museo…» sussurrò.
E ripresero a correre.
Arrivati sopra la scogliera, Francesco si sporse per primo. Il sangue lo vide prima ancora di capirlo.
«Rosaria…» disse, con una voce che non sembrava più la sua.
Corsero giù, scivolando sulle pietre. Tito era lì, in un lago di sangue, il corpo spezzato ma ancora vivo, il respiro corto, irregolare.
Rosaria urlò e gli fu addosso in un attimo. Lo prese tra le braccia, lo strinse come si stringe qualcosa che non si vuole perdere.
«Chiamo un’ambulanza… resisti… ti prego…»
Tito sorrise appena. Un sorriso stanco, definitivo.
«È tardi… sto morendo, Rosaria. È giusto così.»
La guardò, con una lucidità che faceva male.
«Se tu potessi immaginare quanto ti ho amata… quanto sei bella per me, sotto ogni aspetto. È stato devastante aver creduto in noi. Ma ti ho amata davvero.»
Fece una pausa, respirò a fatica.
«Ti chiedo un ultimo favore. Voglio morire ascoltando il tuo canto. Così muoio felice. Cantami Lividi e brividi. Ti amo.
Sai… non ho più paura di morire senza un soldo.»
Rosaria scoppiò a piangere ancora più forte.
«Mi dispiace… anche io ti ho amato e ti ho voluto bene. La vita è stata bastarda con te. Resto qui. Con te. Fino alla fine.»
E iniziò a cantare, la voce spezzata, i singhiozzi che diventavano musica:
«E se ci credi
che forse siamo stati proprio noi
ad amarci senza prato e senza viverlo…
lividi e brividi…»
Il volto di Tito cambiò. Si fece calmo. Angelico.
La guardò negli occhi un’ultima volta — e spirò così, tra le sue braccia.
Francesco, poco distante, si agitava, chiamava aiuto, ma sapeva. Lo sapevano tutti.
In quel momento arrivò anche Renardi. Seguendo il GPS di Rosaria, vide la scena dall’alto della scogliera. Rimase immobile.
«Accidenti», disse soltanto, con compostezza.
Si sedette su una pietra, convinto, in fondo, di aver vinto quella guerra: nessuna interferenza ormai tra lui e Rosaria.
Ma aveva perso completamente sul lato umano.
Rosaria continuava a cullare il cadavere di Tito, ancora caldo, ancora intriso d’amore.
Cullava un uomo che lei forse non aveva mai smesso, nemmeno per un istante, di amare del tutto.
E lì, sotto il Museo Picasso, finì tutto.