Sogno ricorrente

scritto da Paulus
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Ho messo in prosa questo sogno ricorrente. Anzi mi sono azzardato.
- Nota dell'autore Paulus

Testo: Sogno ricorrente
di Paulus


Vi sono città in cui, ogni anno, alla stessa data si ripete una scena: il bue e l'asinello tornano al loro posto, il palco viene allestito secondo misure tramandate, la mangiatoia collocata nell'angolo che le compete. Il regista si sbraccia a indicare agli operai la posizione esatta degli oggetti, come se uno spostamento di pochi centimetri potesse compromettere l'equilibrio di qualcosa di più vasto e invisibile. Tutto deve dare parvenza di realtà a ciò che si mette in scena: e forse è proprio questa parvenza, e non la realtà, ciò che si cerca.
Gli interpreti sono novizi. Le loro movenze sono studiate, gli sguardi trasognati costruiti a tavolino per dissimulare l'impaccio: ma ciò che dissimulano assomiglia stranamente a ciò che mostrano. Il soggetto è trito e ritrito, eppure le variazioni sono inesauribili — riflettono l'estro del creatore nel momento esatto in cui lo concepisce, perché l'arte è primariamente intuizione, un caleidoscopio che non ricalca simmetrie ma il caos dell'esistenza.
Temistocle, il lattante, è adagiato sul cestone di vimini. Quando il bue alita, sul suo volto compare una smorfia di nausea per il lezzo di fieno ruminato; il vagito viene represso, il corpo si raggomitola per istinto come fosse ancora feto nel grembo materno. Temistocle ignora di essere al centro di un sistema di significati che lo riguardano senza consultarlo. È la condizione di tutti i protagonisti.
La platea è vuota. Nella penombra si discernono figure sbilenche di ospedalizzati, magrissimi, con i gabbani che ballano loro addosso. Le mani adunche non plaudono. Eppure sono lì — e la loro presenza, non prevista da nessun copione, è forse l'unica cosa che accade davvero quella sera.
Quando le luci si spengono — e si spengono sempre, prima o poi, senza preavviso — il regista si accorge che il palco è vuoto. Non solo la platea: anche gli attori se ne sono andati, il bue e l'asinello ricondotti alle stalle, Temistocle restituito al buio da cui era venuto. Rimangono la mangiatoia, i gabbani abbandonati sulle sedie, il cigolio residuo di qualcosa che si è fermato. Il regista cerca nell'oscurità il copione dell'opera maestra — quella che avrebbe dovuto conclamarlo — e trova soltanto fogli bianchi. Li sfoglia fino in fondo, come se la tragedia fosse nascosta nell'ultima pagina. Non c'è. C'era già stata, e nessuno se n'era accorto.
Sogno ricorrente testo di Paulus
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