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Il Castello Invisibile
Il tintinnio dei calici di cristallo e il brusio festoso del banchetto nuziale di Paola e Antonio facevano da sfondo a una messinscena invisibile. La sala, satura del profumo di fiori d’arancio e cibo gourmet, sembrava muoversi a una velocità diversa rispetto al tavolo numero sette.
Lì sedevano Michele e Anna, fidanzati da cinque anni di solida, e forse un po' opaca, routine. Di fronte a loro, Giovanni – amico storico dello sposo – e la sua compagna, Laura.
Tra Michele e Laura non ci fu bisogno di parole. Fu una questione di chimica elementare e di quella sottile perversione psicologica che scatta quando ci si sente "intrappolati" in una situazione formale. I loro sguardi si incrociarono per caso durante il brindisi iniziale: gli occhi di Laura, felini e leggermente annoiati, trovarono quelli di Michele, irrequieti.
In quel preciso istante, la distanza sociale si azzerò.
Mentre Giovanni parlava animatamente di investimenti con un vicino di tavolo e Anna osservava commossa la sua amica Paola ballare con Antonio, Michele e Laura iniziarono una conversazione parallela, fatta di mezze frasi e ironia affilata. Ogni parola di Laura sembrava colpire un punto scoperto della mente di Michele. L'eros, prima di diventare carne, per lui divenne una stimolazione cerebrale, il brivido del proibito a un metro dalla propria partner.
Con il secondo primo piatto, il flirt emotivo si tradusse in linguaggio del corpo.
Sotto il lungo tovagliato bianco, la scarpa col tacco di Laura sfiorò casualmente la stringata di Michele. Un secondo di esitazione. Nessuno dei due ritrasse il piede. Anzi, la pressione aumentò, leggera ma costante, un segnale in codice morse che scorreva lungo le gambe, accendendo un calore improvviso nel bacino di Michele.
«È incredibile come un castello di certezze possa tremare per un contatto di pochi millimetri», pensò Michele, mentre congiungeva il proprio sguardo a quello di lei, sostenendo una sfida muta. Laura sorseggiò il vino, gli occhi lucidi di sfida e malizia. Era pura elettricità psicologica: il piacere del rischio, il brivido di essere complici di un segreto in mezzo a cento persone.
Anna, tuttavia, possedeva quell'intuito silenzioso che si sviluppa dopo anni di convivenza. Non vide il tocco dei piedi, né colse parole compromettenti. Ma percepì lo spostamento d'aria. Notò la postura di Michele, troppo protesa in avanti, e l'improvvisa animazione nei modi di Laura. C'era un’asimmetria nell'atmosfera del tavolo, una tensione erotica palpabile che escludeva lei e Giovanni.
Qualcosa si era spezzato nell'armonia invisibile della coppia.
Quando il pranzo giunse al termine, Giovanni, del tutto ignaro, propose con entusiasmo: «Ragazzi, visto che siamo vicini, che ne dite se andiamo tutti e quattro a visitare il castello medievale qui a pochi chilometri? C'è una vista pazzesca.»
Laura guardò Michele, un invito esplicito a prolungare quel gioco pericoloso stampato sulle labbra.
«Vi ringraziamo, ma preferiamo rientrare», tagliò corto Anna. Il suo tono non era rabbioso, ma freddo, fermo, definitivo. Una barriera psicologica tirata su in un secondo. Non capiva del tutto cosa fosse successo, non aveva prove, ma sentiva che l'unico modo per salvare quel che restava della sua serenità era troncare immediatamente quel filo invisibile.
Michele aprì la bocca per protestare, ma lo sguardo di Anna lo raggelò. Era lo sguardo di chi ha capito, o sta per capire.
Il viaggio di ritorno in auto fu un monumento al silenzio. Michele guidava fissando l'asfalto, con la mente ancora ferma a quel tavolo, al calore del piede di Laura e alla promessa non mantenuta del castello. Accanto a lui, Anna guardava fuori dal finestrino, consapevole che quel matrimonio non era stato solo l'inizio della vita a due di Paola e Antonio, ma forse il primo, vero scricchiolio della propria.
A distanza di oltre dieci anni, il ricordo di quel banchetto nuziale si era depositato sul fondo della memoria di Michele come la polvere sui vecchi ricordi. La sua storia con Anna, dopo quella giornata, aveva proseguito lungo binari sicuri ma prevedibili, privi di quelle scosse capaci di far tremare le fondamenta.
Il destino, però, gioca spesso con le stesse carte. Fu in una grigia mattinata di pioggia che Michele incrociò casualmente Giovanni in un autogrill della tangenziale. I dieci anni abbondanti si leggevano sul volto di entrambi: qualche filo grigio sulle tempie e lo sguardo più stanco di chi è immerso nella routine dell'età adulta.
Dopo i primi convenevoli, i sorrisi sorpresi e le solite domande di rito sul lavoro, la conversazione scivolò inevitabilmente verso il passato.
«Ma poi...» esordì Michele, cercando di dare alla voce un tono del tutto casuale, quasi distaccato, «tu e Laura vi siete più sposati?»
Giovanni sorrise, un sorriso fiero e rassicurante. «Sì, sì! Ormai sono passati quasi nove anni. E abbiamo anche due figli, una bimba di sette e un maschietto di quattro. Una faticata, ma siamo felici.»
Quella risposta arrivò come un colpo secco, un'eco lontana che riapriva una botola rimasta chiusa per un decennio. Michele tese la mano, si complimentò calorosamente con l'amico, si scambiarono i numeri di telefono con la promessa – che entrambi sapevano non avrebbero mantenuto – di organizzare una cena, e si separarono.
Rimasto solo nella sua auto, con le spazzole del tergicristallo che battevano un ritmo regolare sul parabrezza, Michele non mise in moto. Rimase a fissare il vuoto, mentre la mente viaggiava indietro nel tempo, dritta a quel tavolo numero sette.
E se quel giorno Anna non avesse intuito nulla? Se avessimo accettato l’invito e fossimo andati a visitare quel castello?
Il pensiero non era legato a un rimpianto amoroso verso Laura, della quale ricordava a stento il volto, ma a un'esigenza psicologica più profonda: il fascino del bivio, l'eterna domanda sul peso delle occasioni mancate. Si immaginò un universo alternativo in cui quel flirt emotivo fosse esploso, rompendo gli indugi e travolgendo le loro vite. Chissà se quei due bambini di cui parlava Giovanni sarebbero stati suoi. Chissà se la sua vita avrebbe preso una piega più vibrante, o se si sarebbe risolta in un disastro ancora più grande.
Con un sospiro, Michele scosse la testa per scacciare la nebbia di quei pensieri. Girò la chiave nel cruscotto. Il motore si accese con un rombo sommesso e, insieme ai fari, si illuminò lo schermo della radio.
Dagli altoparlanti si diffuse immediatamente un giro di basso profondo, seguito dalle note malinconiche e graffianti di una chitarra acustica. Era Incredibile romantica di Vasco Rossi. La voce ruvida riempì l'abitacolo proprio mentre cominciava a cantare:
«E sopra il giorno che finisce / ti porto i miei pensieri / quelli che ieri / non ti avrei detto mai...»
Michele rimase per un attimo con la mano sul cambio, immobile. Quella canzone sembrava scritta apposta per quel preciso istante psicologico, per quell'estetica del rimpianto e dell'illusione che sa fotografare la malinconia delle cose mai nate. Parlava di treni persi, di desideri rimasti sospesi nell'aria e di quella capacità, squisitamente umana e un po' masochista, di lasciarsi cullare dai sogni mai realizzati, pur sapendo che la realtà ha già preso un'altra direzione.
Sorrise amaramente tra sé, mentre la pioggia continuava a battere sul parabrezza. Innestò la prima marcia e partì, immettendosi nel flusso delle auto, lasciandosi cullare da quella melodia che, a distanza di anni, faceva ancora ballare i suoi pensieri sul filo di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.