Ci chiederemo: “Ça ira?” Oppure: “Ça ira!”?

scritto da miles ingloriosus
Scritto Un anno fa • Pubblicato Un anno fa • Revisionato 10 mesi fa
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Come si dice attualmente, una “reazione” ad un evento importante.
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Testo: Ci chiederemo: “Ça ira?” Oppure: “Ça ira!”?
di miles ingloriosus

27 luglio 2024

Diremo: “Ça ira?” Oppure: “Ça ira!”?

Un evento ormai iperglobalizzato come le Olimpiadi e la corrispondente cerimonia di apertura hanno un interesse specifico tutto loro, anzi,  di massimo peso specifico nell’informazione e nella comunicazione.

Sono convinto che la globalizzazione, anche in questi aspetti effimeri, nel bilancio tra positività e negatività veda un surplus verso la prima (magari e purtroppo  non così accentuato, ma tant’è…). Quindi da accettare con plauso e soddisfazione: per esempio, in questo caso, in una manciata di minuti, una buona parte della Terra si informa e conforma alla medesima realtà mediatica.

Direi che, come colpo d’occhio mentale, non é affatto male…

Inoltre, ça va sans dire, il nucleo del messaggio collegato all'evento é alto e importante: affermazione di singoli esseri umani nella sfida sui tempi (cronometrici) e sugli spazi (tridimensionali), tensione sportiva quasi prometeica di donne e uomini nello sport estesa alle loro comunità di appartenenza e di qui all’intero pianeta.

E di più ancora: penso che di contro alla realtà prosaica di ogni giorno e di ogni dove terrestre (nei modi di vita, di pensiero e di giudizio sull’esistente) uno “sbilanciamento”  anche solo visivo e di carattere ludico, attraverso suoni, colori, forme e comportamenti umani dal tono anche  “bizarre” (come mostrato più volte nella cerimonia di apertura) sia davvero auspicabile e doveroso: smuovere con immagini di grande impatto, con danze, atti, atteggiamenti, trucchi di scena o di ballo, non può fare altro che bene; da sempre e per sempre l’inusitato, il mistero, gli aspetti del vivere che, per retaggi vetusti o, peggio ancora,  sono spesso reietti o non accettati in base a una presunta “normalità” di vita (e molto impongono le intolleranze religiose) ci urgono e spingeranno, se non altro, al dubbio, alla possibilità anche solo pensata di esistenze e realtà umane nuove e inedite, nate nella attualità e col progresso complessivo dell’Umanità intera.

Ma proprio per questo, in virtù della facilità onnicomprensiva e immediata delle immagini televisive, a mio parere, estrema attenzione va prestata ai particolari, anche minimi. Anzi, più questi sono suggeriti, sottesi e a varie profondità di presa d’immagine tanto più devono essere vagliati e ben meditati col più grande senso di responsabilità da chi crea, realizza e propone dei “fatti” mediatici.

In particolare, in me, premono con una certa preoccupazione due “fatti” proposti: il quadro della leonardesca Gioconda e il pianoforte in fiamme.

Di per sé, i personaggi del Louvre liberati dalla coercizione (chissà poi perché…) della cornice che li espone da secoli agli occhi dei visitatori del museo, possono anche risultare simpatici se visti liberi di scorrazzare tra le auliche sale del museo e ribellarsi in questo modo a un Fato artistico avverso…E va bene. C’est bon.

Ma, subito dopo, il quadro di Leonardo affiora, lasciato a se stesso, galleggiante e quasi malconcio sulla Senna come un tronco di risulta da una piena a monte o da uno scarico nel fiume nascosto e da ignorare.

Non un bel messaggio di certo! Sembra suggerire la sensazione di un odore di “vecchio”, di stantio e di larvata insofferenza per l’arte nota e ipernota!

E quel pianoforte! Un fradicio mobile ancillare in fiamme su una zattera scura in balia delle onde! Il fuoco che distruggendo purifica? Perché lo strumento musicale deve, obsoleto e stanco, rivaleggiare con grandiosi effetti speciali da coup de théâtre?

Spero che la mia sia un eccesso di interpretazione, al di là degli intenti degli ideatori delle scene… me lo auguro.

Ma lo ammetto:  subito, appena quelle scene sono passate davanti ai miei occhi, sono trasalito, chiedendomi se, per caso, non vi fossero stati altri significati nascosti e da me non colti…

Lì per lì non  ne ho trovati.

Sarà che gli anni mi rendono uno dei tanti misoneisti esistenti, con addosso la becera paura del nuovo e del cambiamento?

In tutta franchezza, non mi pare…

Sarà che molti dei valori più profondi in cui ho creduto fino ad ora si stanno assestando su distribuzioni inedite di importanza e di precedenze di significati?

Mah… peut être.

Mi concedo ancora una minima e momentanea "retraite"spirituale in me stesso per capire e, davvero in ultima istanza, cambiare.

Ça ira?

P. S. : scrivo ora due/tre giorni dopo la cerimonia di apertura.

E devo ribadire un concetto.

Ancora una volta, l’attualità che bussa ai nostri schermi provoca scompiglio… e quante subitanee e zelanti difese degne di un "Auto da fé" di certi valori religiosi!

Si urla con sgomento allo scandalo…

E se per alcuni già in lá con gli anni, questi alti lai fideistici quasi mi sembrano consoni alle loro età, per i più giovani la stonatura è quantomai stridente e fastidiosa: quanti giovani di animo ardente, esattamente come i più attempati, si scagliano contro certe scene proposte con favella da predicatore assatanato sulla pubblica piazza, con lingue di fuoco zeppe di numeri dei versetti biblici!

E poi le gerarchie ecclesiastiche si lamentano della penuria delle vocazioni religiose… mi immagino, soprattutto in ambito cattolico, cosa succederebbe se venisse meno il celibato sacerdotale! Una miriade ubiqua di seminari stracolmi!

Dopo tanto parapiglia, mi ritrovo in un momento di iniziale resipiscenza personale piena di dubbio (e ammetto che in me tale dubbio si sta sedimentando da parecchi anni): forse che i personaggi dei quadri  negli aulici saloni del Louvre abbiano ragione a essere finalmente liberi e a rivendicare la libertà? Forse che il ritratto leonardesco veleggi con orgoglio sul pelo dell’acqua verso un pubblico ancora più adeguato e attento?

E mi azzardo a proseguire nella giungla infida dei simboli tra arte e fede…

L’aggettivo “ultima” dell’ “Ultima Cena” (di ogni artista in ogni tempo) potrebbe ormai cangiare in “ultima-a-succedere”? Una qualificazione di  una realtà che, ci piaccia o meno, di volta in volta, corregge e ridefinisce nel tempo una realtà inevitabile di come siamo attualmente?

Col che ogni critica all’esistente nel progredire umano diventa inutile passatismo e ogni rimostranza religiosa un acre (per non dire violento) oscurantismo religioso. In ogni religione.

In ogni caso, voglio essere positivo e, con forza “rivoluzionaria”, rispondo al quesito iniziale: ça ira!

Ci chiederemo: “Ça ira?” Oppure: “Ça ira!”? testo di miles ingloriosus
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