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Ci siamo dati appuntamento alla villa.
Sempre lì.
Quel luogo che ci apparteneva senza mai esserci davvero appartenuto.
Dove tutto era iniziato.
Dove, anni dopo, ci eravamo rivisti con la paura di toccarci troppo.
Ma stavolta era diverso.
Lo sentivamo entrambi.
Sono arrivata in punta di piedi, quasi trattenendo il respiro.
E tu eri già lì. Seduto sulla panchina, come se il tempo non fosse mai passato.
Il cuore batteva forte.
Non solo per l’emozione, ma per la consapevolezza che stavamo facendo qualcosa che non avremmo dovuto.
C’erano altre vite in mezzo.
Altre scelte.
Ma niente sembrava più forte del richiamo che provavo in quel momento.
Quando mi hai vista arrivare, mi hai sorriso.
Ed era lo stesso sorriso di allora, solo un po’ più stanco, più adulto.
Negli occhi, però, c’era ancora quella scintilla.
Quella che nessuno era mai riuscito a spegnere.
Abbiamo iniziato a parlare.
Frasi leggere, battute, silenzi.
Tutto sembrava normale e, allo stesso tempo, carico di un’intensità che ci scaraventava addosso il desiderio.
Ci siamo sfiorati più volte.
Gesti casuali, ma non troppo.
Un tocco sulla mano, una spalla che sfiora l’altra.
E in ogni sfioramento, una scossa emotiva.
L’imbarazzo era vivo, ma lo era anche la voglia.
Era come se tutto il tempo passato non avesse fatto altro che accumulare tensione, aspettando questo momento.
E ora che eravamo lì, sapevamo entrambi che non avremmo potuto fingere ancora.
Per la prima volta, quel freno che avevamo tenuto troppo a lungo, cominciò a cedere.
Questa volta era chiaro: non volevamo fermarci.
Non ci fu bisogno di dirlo.
Lo avevamo già deciso con gli occhi, con il modo in cui ci cercavamo nei gesti, nelle pause, nei sorrisi tesi.
Quando siamo tornati a casa, ognuno alla propria vita, qualcosa era cambiato.
Profondamente.
Silenziosamente.
Inesorabilmente.
Da quel momento in poi, nulla è stato più come prima.