La fine può attendere, invano - CAPITOLO II

scritto da Giuseppe Palma
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Autore del testo Giuseppe Palma
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Nel libro di poesie “La fine può attendere, invano” emerge quanto la fine sia fondamentale per l’umanità, poiché rappresenta il presupposto essenziale per identificare il nostro ruolo nella storia.
- Nota dell'autore Giuseppe Palma

Testo: La fine può attendere, invano - CAPITOLO II
di Giuseppe Palma

CAPITOLO II

VECCHI e NUOVI IMPERIALISMI

 

INTRODUZIONE

Sono cresciuto nella parte del mondo che ha ottenuto, indubbiamente, enormi benefici dalla condivisione delle esperienze, del sapere e dall’uso indiscriminato della forza. Ci sono state infatti, nella nostra storia, delle cadute di stile che ci hanno permesso di mantenere, e addirittura accrescere, i nostri benefici, spesso a scapito di altri esseri umani.

Ancora oggi, nonostante una scolarizzazione potenzialmente accessibile a tutti, assistiamo alla spavalderia di vecchie e nuove potenze mondiali, masse enormi di persone che reclamano nuove fette di terra, acqua e chissà cos’altro. D’altronde cosa può farsene un selvaggio delle terre rare? O dell’oro nero? C’è sempre un Dio a suggerire, in maniera più o meno esplicita, che “se non sai cosa fartene allora è mio”, con le buone o con le cattive, prima che lo prendano gli altri…

Come già visto in altri momenti della storia, sappiamo bene quanto questo potrebbe costare in termini di vite umane.

Siamo portati a credere, magari in buona fede, di essere dalla parte giusta della storia, di sapere come bisogna comportarsi per essere degni di vivere una vita decente.

Ma chi si avvicina alla storia, scopre immediatamente che questa non esprime mai un parere, ma racconta i fatti per quello che sono. Ci insegna che ciò che può essere giusto per noi può essere ingiusto per altri, e che seminare rancore non è mai un buon biglietto da visita.

Ma cosa ci dirà poi di tanto interessante questa storia?

 

LA DECADENZA DELL’IMPERO ROMANO

Uno degli imperi più importanti nella storia dell’umanità è senza dubbio quello romano.

Al massimo del suo splendore, nello stesso periodo in cui faceva la sua comparsa nel mondo uno dei più grandi profeti della storia umana, l’impero romano assapora il frutto amaro del tradimento, scatenato dal rancore covato negli anni da un singolo uomo, di stirpe germanica, cresciuto come un figlio di Roma, tanto da raggiungere il rango molto ambito di cavaliere.

Arminio era stato sottratto all’età di dieci anni dalla sua famiglia aristocratica, in un villaggio oltre il Reno. Portato a Roma con suo fratello, viene avviato alla carriera militare, perché possa diventare un giorno uno strumento di pace, imposta possibilmente con le buone, da impiegare nelle terre germaniche tanto reticenti a farsi “romanizzare”.

L’imperatore Augusto assegnò questo arduo compito all’esperto governatore Varo, uomo fedele che in passato aveva fatto crocifiggere più di 2000 uomini, dopo aver sedato una rivolta in Siria.

Varo a sua volta, vide in Arminio la persona giusta a cui affidarsi, oltre a conoscere la lingua conosceva molto bene le strategie militari dell’esercito romano, essendosi distinto più volte in battaglia.

Fu probabilmente quando attraversò nuovamente il Reno, o forse quando dopo tanti anni rivide gli occhi di suo padre invecchiato, che Arminio prese la sua decisione.

Convinto Varo della necessità di sedare una rivolta nella attuale località di Teutoburgo, tre intere legioni romane XVII, XVIII, XIX, circa 20000 uomini, seguirono Arminio in una foresta impenetrabile costellata di paludi.

Al momento giusto Arminio si dileguò, bastarono 3 giorni alle tribù germaniche per annientare le legioni colte di sorpresa.

Messo al corrente della disfatta, l’urlo dell’imperatore Augusto gelò il sangue dei presenti:

 

 “Varo, rendimi le mie legioni!!!”

Le tre legioni non furono mai ricostruite, gli imperatori che seguirono vendicarono l’affronto ma il fiume Reno rimase un confine invalicabile.

La storia racconta i fatti, le persone li usano. Oggi Arminio è visto come un traditore o come un eroe, a seconda del punto di vista.

Ciò che si può dare per certo è che nei secoli a seguire eventi come questi si ripeteranno, imperi ritenuti invincibili, eterni, voluti da un qualche Dio, cadranno inesorabilmente.

Guardando i secoli più vicini a noi, prima in Francia con l’imperatore Napoleone, poi in Germania con Hitler, con i loro eserciti e i loro generali, placheranno le loro ambizioni nel freddo inverno russo durante un’avanzata che si rivelerà una disfatta.

L’URSS, smembrata per aver perseguito ed imposto una ideologia evidentemente insostenibile, dove il merito aveva lasciato il posto alla corruzione.

Gli USA, rientrati con la coda tra le gambe, prima dal Vietnam e poi dall’Afganistan (anche i russi, dopo venti anni di occupazione militare), armi sofisticate non hanno potuto nulla contro la determinazione di un popolo decisamente meno armato ma motivato a resistere.

Le mie parole potrebbero apparire ingiuste e fuori luogo a quanti credono che tutti questi Imperi, o presunti tali, abbiano avuto una influenza soprattutto positiva per l’umanità. Beh, forse vi stupirò, ma lo credo anch’io.

Quando non direttamente, almeno per reazione agli eventi, hanno avuto il merito di unire popoli, a favore o contro gli stessi imperi.

Anche negli imperi, almeno per quelli che hanno lasciato una impronta significativa nella storia dell’umanità, si può riscontrare un dualismo abbastanza evidente, basato sulla convivenza di eserciti invincibili e sviluppo tecnologico e culturale.

Gli imperatori abili hanno saputo ben bilanciare questi due aspetti del loro impero, violenza e sapienza, in modo da garantirne la prosperità nel tempo.

Ma ad un certo punto la violenza ha iniziato a prevalere, quasi a voler sedare una critica ai propri errori, è questo l’inizio della fine di un impero.

Tornando all’impero romano, a distanza di migliaia di anni possiamo toccare con mano le influenze positive che questo ha avuto sull’umanità, ma questo non ha impedito un epilogo che si ripete nella storia, la fine dell’impero, mentre l’esistenza continua ad andare avanti.

La sensazione che si ha guardando i fatti è che nessuno si rendeva conto di ciò che stava per accadere, molto probabilmente non veniva ritenuto possibile.

L’impero romano è durato diversi secoli e, come dicevo, ha raggiunto il suo massimo splendore con l’imperatore Augusto. Negli anni a seguire è iniziato un lento e inesorabile declino che porterà alla disfatta di gran parte dell’impero romano, per lasciare spazio alla gloria di altri popoli.

 

ELIOGABALO, CHI ERA COSTUI?

Qui, dunque, inizia il mio trasformismo.

Nella prossima poesia vestirò i panni di Eliogabalo, di origine siriana, sacerdote del dio sole, diventato imperatore di Roma a quattordici anni, supportato nella sua scalata al potere dalla nonna (Giulia Mesa) e il suo fido eunuco, il consigliere Gannys.

Una storia di intrighi, corruzioni, tradimenti che permisero ad Eliogabalo, un ragazzino, di diventare imperatore dell’impero più potente al mondo. Una personalità stravagante, che avrebbe fatto arrossire il più feroce sostenitore delle teorie di genere, vissuto in un’epoca così moderna da poter diventare imperatore di un popolo che basava la sua solidità sul rigore spietato del suo esercito. Eliogabalo ebbe tre mogli e due mariti, creando scalpore tra i conservatori del senato, morì a 18 anni, isolato dalla stessa nonna che lo aveva messo al potere, giustiziato dalla guardia pretoriana insieme a sua madre.

Immagino i suoi ultimi giorni, agitati da incubi, come un presagio della fine dell’impero che lentamente si avvicinava.

 

L'incubo di Eliogabalo

La notte dormo sempre meno.
Le mie coperte,
fatte di nuvole profumate,
hanno il peso di secoli
magnifici e crudeli
dai quali il mio
agio
indifferente si difende.

Certo,

con il nostro Impero
l'umanità
è stata forgiata,
chi era contro
si è dovuto
adattare.

I nostri dadi
hanno le facce
dei popoli
fermi ai confini
del nostro mare,
ora quieto e silenzioso
dove tutti possono
pescare.

Brandite
le vostre reti,
vi abbiamo insegnato
come fare!
Urlate i vostri nomi
con il suono
di una lingua
che ha ancora tanto
da insegnare!

Ma lontano dalla riva
le acque sono
profonde,
i pesci sanno
come nascondersi
e non farsi più trovare.

È una pinna spietata
l'ingordigia che avanza
e più non lascia tempo
quando in silenzio
la vedi affiorare.

Anche se,

la vita
è ancora un presente
da scartare,
arriva puntuale
la fine del mio mezzo,
per una storia nuova
da raccontare.


Casalecchio, 18/05/2025 (Roma, 03/222)

 

 

Il povero Eliogabalo sperimenta su di sé una sentenza che secoli dopo verrà proclamata dallo scrittore Macchiavelli nel suo libro “Il Principe”.

“Il fine giustifica il mezzo”, diceva questi, riferendosi al fatto che un Principe, un Imperatore, un uomo o una donna di potere, sono giustificati nell’uso della forza per il raggiungimento di un fine nobile, e magari anche benedetto, come la stabilità e continuità del potere.

Frase non fu più azzeccata per giustificare l’atteggiamento, spesso ipocrita, di chi esercita il potere facendo uso indiscriminato della forza, per raggiungere malcelati obiettivi di un controllo autoritario del popolo, che dominano garantendosi anni di dominio incontrastato; oggi le chiamano oligarchie.

 

CONFLITTO INTERIORE

Possiamo dunque dire che la violenza, la guerra, ci hanno permesso di diventare quelli che oggi siamo.

Se spostiamo per un attimo lo sguardo da un elemento macroscopico, quale può essere una indagine sulla nostra società, e lo rivolgiamo su noi stessi, intesi come individui, possiamo capire come la nostra quotidianità sia costellata di battaglie, a volte feroci, che spesso hanno luogo a nostra insaputa.

Nel luglio del 2025 ho subito un’operazione di ernia inquinale, dono ereditato da tutti i discendenti maschi della mia famiglia. Niente di straordinario, operazione chirurgica ormai banale, quasi noiosa, che raramente riserva cattive sorprese.

Questa è stata per me l’occasione per una riflessione oserei dire, delirante. Disteso sul mio letto per la convalescenza, con la febbre che saliva, ero al comando del mio popolo eletto, un esercito di microrganismi uniti nel combattere senza tregua i rischi di un’infezione.

Ho avuto modo di constatare, in quel momento, come il mio corpo sia il loro impero, continuamente esposto a minacce. Nel mio nome, nel nome del loro Dio che non hanno mai incontrato, non si risparmiano, per una nobile causa, combattendo una guerra silenziosa e crudele.

Io non posso che essere al loro fianco ed onorarli con la prossima poesia, dove rivivo l’esperienza epica del “De Bello Gallico”, di Giulio Cesare, universalmente riconosciuto come uno dei più grandi imperatori della storia dell’umanità.

Gallico come il termometro al gallio, premonitore, suo malgrado, delle ore più cupe.

Bello come il protagonista, che fermo non sa stare e impavido porta il suo esercito alla vittoria.

 

 

L'ernia di Giulio Cesare

C'è un taglio nella mia pancia
ed una rete a contenere
il mio slancio verso il mondo,
fermato da una lancia,
perché fermo non so stare.
La ferita è ancora aperta
quindi, ecco ago e filo
con maestrìa a suturare,
ed una mano silenziosa
che dal sapere del mondo
si lascia guidare.

Ma il Bello
deve ancora arrivare...

Gli eserciti si schierano,
la battaglia è epocale,
il mio corpo è molto ambìto
ma, chi mi difende
non è disposto a mollare!
Condividiamo la stessa casa
sono la loro terra e il loro mare,
forse mi venerano come un dio,
chissà,
non siamo mai riusciti a parlare.

Cambia il turno e
la febbre sale,
l'impietoso responso
del gallico termometro
annuncia ore difficili
di lotta campale!

Si schierano nuove forze
lo scontro è
cruento,
il nemico continua ad
avanzare!
Ma la reazione è strenua e potente,
l'urlo si può quasi sentire,
"Aiutati che Dio ti aiuta!!!"
Gli invasori cominciano a tremare!

Ed eccolo a cavallo,
il rosso mantello mosso dal vento,
chiama la carica finale!

Come dicevo,
il Bello deve ancora arrivare,
dove, se non si è capito,
il Bello sono io,
perché fermo non so stare. 

 

Casalecchio di Reno, 9/07/2025

IL PARADOSSO DELLA BIC

La storia, grazie al prezioso e rigoroso lavoro degli storici, ci mette a disposizione i fatti nella maniera più oggettiva possibile, ma le conclusioni riguardo ai fatti sono sempre appannaggio della singola persona, dotata di libero arbitrio.

Dunque, chiunque può negare i fatti, anche davanti all’evidenza, anche quando si ha la responsabilità di guidare un paese.

Purtroppo, la storia, come l’esistenza, soffre di un grave difetto, va in una sola direzione, negando di fatto la possibilità di tornare indietro, non si può riavvolgere il nastro come si faceva, negli anni Novanta, con le musicassette usando una bic, nel tentativo di allungare la vita delle pile del walkman.

Questa anomalia, apparentemente innocua, e per questo spesso accolta con fatalismo, nasconde in realtà un tranello molto sottile.

Per i portatori di verità, spesso raggiunta con fatica e sofferenza, non c’è modo di tornare indietro, riavvolgere il nastro e permettere alla storia di seguire un corso differente, potendo così dimostrare attraverso un confronto diretto, quale sarebbero state le conseguenze di una scelta diversa.

Per contro, i portatori di menzogna, sanno bene che la storia non può tornare indietro, arrogandosi così il diritto di raccontare qualsiasi fantasia senza che questa possa essere palesemente smentita.

Dunque, arrivare alla verità dei fatti diventa sempre più faticoso, e frustrante, visto che una volta ottenuta può sempre essere messa in discussione, a volte anche in maniera imbarazzante per gli auditori.

Per introdurre la prossima poesia, vesto un impermeabile giallo; sono una ragazza molto motivata che ha a cuore le sorti dell’umanità, tutta, non solo di una parte. Il mio nome è Greta.

Fenomeni come il riscaldamento globale, l’aumento degli incendi e della desertificazione, vengono ignorati dalle grandi potenze per lasciare spazio ad una competizione spietata che vanifica i tentativi disperati di invertire la rotta. Chi ci prova viene deriso, umiliato, ma per fortuna non per questo rinuncia a fare la sua parte.

Non bastano dati scientifici a smuovere gli animi, gli accordi globali spesso finiscono in niente. Chi dovrebbe dare l’esempio affronta la questione come farebbe uno scolaretto maleducato, che scatena ilarità quando gli viene chiesto di dare conto del suo futuro e risponde con un rutto. Tristemente la domanda non avrà risposta e la classe proclamerà un nuovo eroe.

Con la stessa superficialità affronto, con sarcasmo, il tema del riscaldamento globale nella prossima poesia, dove la vittima diventa il colpevole, un ribaltamento dei ruoli spesso presente nella retorica delle nuove oligarchie imperiali.

 

 

Giudizio Universale

A mo’ è colpa nostra?
Pure per le cicale?
Un concerto rock è
inquinamento acustico
E queste così!?
Possono cantare?
La realtà è che noi,
non l'abbiamo voluto capire…
Così calda, così fredda,
cara Madre terra,
tu sei proprio inospitale!
La glaciazione,
e ci siamo dovuti adattare,
la sabbia del deserto,
e si vuole allargare,
terremoti e vulcani,
ne vogliamo parlare?
Tsunami e alluvioni,
allora diccelo
che dobbiamo sloggiare!
E noi così faremo,
come fanno i bravi figli
quando capiscono che non è più aria
e preparano i bagagli.
Ma lo faremo in silenzio
perché non vogliamo disturbare,
ognuno si scavi la propria fossa
come si faceva in spiaggia,
da bambini, al mare.
Poi però voglio vedere
quanto ancora
avrai da borbottare...
Non ti basteranno i vermi
per poterci digerire,
ti coprirai di così tanti fiori
che l'odore sarà infernale!
E questo è niente,
perché lo sai
chi potrebbe arrivare...
Così veloce e decisa
da non poterti spostare!
Ma noi non ci saremo
per poterla colpire
con i nostri super missili
di fabbricazione Globale.
A mo’ non dici niente!?
Non cantano più le cicale?
Goditi questo momento
che la pietra sta per arrivare!
È inutile che ti rigiri,
ormai non c'è più nulla da fare!
Niente più boschi,
niente più mari,
solo polvere e vento,
proprio come lo zio Marte,
che tanto lo schifavi...
Ma noi non ci saremo,
Perché così t'impari! 

 

Casalecchio di Reno, 12/07/2025

 

 

 

E comunque non di può negare che le cicale sanno essere davvero fastidiose… ma mai come le zanzare!

Via l’impermeabile, ora indosso una kefiah.

Con un megafono, sono alla guida di una piccola flotta di barche, cariche di speranza e compassione per un popolo che ha scelto di vivere senza ombrelli, ritenendoli inutili, visto che dal cielo piovono soprattutto bombe.

Un popolo fatto di esseri umani, uomini, donne, bambini e bambine che resistono ad oltranza, anche quando tutto sembra perso. La piccola flotta porta loro un messaggio di salvezza, di solidarietà, come a ricordarci che a questo mondo, nessuno può dirsi veramente solo.

Le vele non vengono gonfiate da un vento qualsiasi, ma da frasi molto potenti, che spingono le barche nella giusta direzione:

 

“Ma chi si credono di essere, cosa credono di fare!”

“In questo modo non aiutano la risoluzione del conflitto!”

“Finiranno per farsi uccidere!”

 

Questi disperati mi ricordano qualcuno che predicava nelle terre in cui sono diretti.

Sono sicuro che anche lui ha sentito le stesse frasi, prima del triste epilogo.

Immaginate se un gruppo di bambini sfollati e impauriti avesse visto, anche solo per qualche minuto, l’avvicinarsi dal mare di queste barchette a vela con le proprie bandiere sventolanti! L’eccitazione che gli avrebbe pervasi, la sensazione di non essere soli, abbandonati, impotenti, avrebbe ripagato abbondantemente il rischio di andare incontro alla morte, avrebbe azzittito gli ipocriti, che lontani dalle bombe spendono parole per giustificarsi, per curare il proprio orto, quando a volte, basterebbe semplicemente stare zitti.

 

Lo spunto per questa poesia è arrivato da mio figlio Leonardo, che un giorno, mentre disegnava, mi fece notare quanto triste fosse il destino delle gomme, poiché si sacrificano, svanendo in piccole briciole, per correggere gli errori fatti da altri.

 

Il destino beffardo della gomma

Anche se chi sceglie

non ammette

che sia giusto contestare,

si muovono le bandiere e

si gonfiano le vele,

nella giusta direzione.

 

Poiché non sa più

ascoltare,

chi la legge

dovrebbe insegnare,

sotto le macerie

l’imbarazzo scolora

i regolamenti del

diritto internazionale,

lasciando inchiostro

e carta bianca

ad una nuova legge tribale.

E siccome

chi ha scritto

non ha il coraggio

di rinnegare,

per cancellare gli errori

di uno scomodo passato

in piccole briciole

la gomma scompare.

 

Ma, nonostante l’impegno,

tra lacrime e polvere

cocciuta la striscia riappare.

 

Casalecchio di Reno, 01/10/2025

 

 

CATEGORIE

L’ultima poesia ci ha portato in un terreno accidentato, dove a seguito di una osservazione oggettiva si viene taggati con etichette che niente hanno a che vedere con quanto osservato e che hanno il solo scopo di sottrarsi all’evidenza.

Ho già parlato nei capitoli precedenti di come l’umanità tenda a creare delle categorie di persone, attraverso selezioni, per rendere più efficiente e stabile il funzionamento della società. È possibile trovare questo atteggiamento anche in gruppi minori di persone, come le famiglie, le squadre negli sport, i mestieri nelle città, ecc…

Certo questo rende più efficaci i rapporti tra le persone, ma cosa succede se una persona identificata in una categoria non volesse più farne parte o peggio ancora se fosse stata identificata in una categoria che non ha nulla a che fare con questa persona?

Questo richiederebbe un cambiamento non semplice, indubbiamente un bel gradino da superare!

Nelle società più moderne quasi sempre la scelta della categoria che più ci si addice è una nostra scelta, tranne per alcuni ambiti particolarmente propensi a stimolare l’aggressività nelle persone, di cui mi guardo bene di parlare.

In società più arcaiche (in via di sviluppo?) si nasce in una determinata categoria, e definire il proprio destino risulta sicuramente più ostico.

In definitiva comunque è pacifico che tendiamo a essere selezionati e categorizzati, un po’ ovunque.

Quando iniziamo a parlare, chi ci ascolta istintivamente cerca di incasellarci in una determinata categoria tra quelle disponibili, i più creativi provano ad indovinare addirittura il nostro segno zodiacale.

Ritengo che questo atteggiamento sia molto divertente, spesso provo tenerezza per quanti aggrottando la fronte provano a chiedersi “E’ dalla mia parte? O della fazione opposta?”

Ovviamente anche io faccio parte della giuria e a mia volta vengo costantemente giudicato, in modo che il mio posto nella società sia quello più corretto per me e gli altri.

Se può consolarci, sempre che ce ne fosse bisogno, in natura le società funzionano esattamente così. In una comunità di api ognuno ha il suo ruolo e lo rispetta a costo della propria vita. Cosa c’è di più funzionale nel sapere che l’essere al mio fianco sa esattamente cosa fare, che quando sarà il momento lo farà senza indugio al fine di garantire il meglio per la comunità intera?

Certo è rassicurante!

L’affidabilità delle persone, la prevedibilità degli eventi, il controllo a tappeto per evitare brutte sorprese, il chiudersi in sé stessi, sono elementi necessari per una società sicura, ma anche per una società felice?

La sicurezza da sola non basta a creare uno stato di prosperità nella società. Per fare in modo che i nostri figli possano vivere in un futuro prospero, è necessario che le persone, ora, siano anche felici.

Ogni persona ha la responsabilità di sostenere uno stato di prosperità nella società, cioè di pensare non solo al benessere a breve termine ma anche a lungo termine.

Come si fa? Non è per niente semplice, non esiste una formula che permetta di trovare una soluzione a questo dilemma… o forse sì!

Riprendo le descrizioni di CAMBIAMENTO e MANTENIMENTO, visti nelle precedenti pagine, per proporre la seguente formula:

 

|CAMBIAMENTO – MANTENIMENTO| = PROSPERITA’

 

Il risultato di questa equazione è sempre positivo, ma può tendere a zero quando le due variabili si equivalgono, in particolare quando non c’è partecipazione, cioè quando entrambe tendono a zero. Non si può sapere a priori quale dei due atteggiamenti debba prevalere per guadagnare un futuro prospero, perché questo dipende da un fattore spesso ignorato, il CONTESTO.

Di certo possiamo dire che per tendere ad un giusto livello di prosperità, uno dei due atteggiamenti deve prevalere sull’altro, e che senza dubbio, perché ciò avvenga, è necessario avere il coraggio di scegliere.

 

CATEGORIE PROTETTE?

Esiste un momento in cui non apparteniamo a nessuna categoria? Un momento in cui il nostro destino è soprattutto un auspicio degli altri più che una nostra reale attitudine?

Beata infanzia.

Quando un bambino ha appena imparato a camminare e inizia a dire le sue prime parole (2-3 anni), è troppo presto per poterlo inserire in una categoria, sufficientemente tardi perché abbia la consapevolezza di esistere. Le sue scelte sono completamente orientate al gioco, all’esplorazione del mondo che lo circonda, al godere della sua libertà.

Scevro dalle preoccupazioni quotidiane legate alla fisiologia del corpo umano, a questo ci pensano altri.

Scevro da ogni colpa, l’invidia di quanti non possono più essere in questo stato di grazia genera un odio subdolo verso questi esseri indifesi. Si tende quindi ad assegnare loro responsabilità che non sono in grado di capire. Addirittura, in alcune società si ritiene che nascano già con una colpa da espiare, oppure che debbano pagare gli errori dei propri genitori, cosa alquanto ingiusta, non avendo avuto alcuna voce in capitolo riguardo alla scelta di nascere.

Benché a gran voce l’umanità proclami il loro diritto alla spensieratezza, al gioco, all’affetto, all’istruzione, al non appartenere ad alcuna categoria, in troppe parti del mondo sono oggetto di discriminazione, e si tende ad usarli, ora come scudo, ora come bersaglio a seconda delle parti in gioco. Brutta cosa l’invidia.

Dall’ottobre del 2023, sono morti circa 20000 bambini in due anni, a causa di una delle scaramucce tipiche degli umani, sotto gli occhi di tutto il mondo che tendiamo a ritenere moderno (in via di sviluppo?).

Il 14 agosto 2025, quando la scaramuccia era prossima alla fine (per un nuovo inizio!), ma il bello doveva ancora arrivare, un uomo di fede si prende la briga di leggere i nomi di 12227 bambini e le loro età, uccisi nel conflitto.

Con il mio solito sarcasmo da quattro soldi, quando ho letto la notizia, ho commentato dicendo “pensa se li leggesse tutti…non basterebbe una giornata!”

Li ha letti tutti, 469 pagine, aiutato da altre persone di cuore, in un luogo che porta ancora evidenti le ferite che solo la follia umana può generare.

Di questi bambini, molto probabilmente a loro insaputa, 12.211 facevano parte di una fazione, 16 dell’altra (il mio stupido sarcasmo in questo caso potrebbe dire, “punteggio tennistico!”).

 

Nel discorso che anticipava la lettura dei nomi, cercando di dare una risposta alla domanda:

Abbiamo fatto tutto quello che potevamo per la pace?” 

riporta una frase molto significativa di uno dei massimi scrittori del secolo scorso.

Dostoevskij scriveva: “Nessun progresso, nessuna rivoluzione, nessuna guerra potrà mai valere anche una sola piccola lacrima di bambino. Essa peserà sempre. Quella sola piccola lacrima di un bambino”

Questi sono MESSAGGI DI SALVEZZA, accoglierli o ignorarli è una nostra decisione.

La fazione vincente, quella più forte, conosce molto bene il valore della memoria, tanto che in ricordo della tragedia che ha toccato questo popolo alcuni decenni fa, è stata identificata una giornata dedicata al ricordo, perché queste ingiustizie non trovino più posto in questo mondo.

Probabilmente una giornata non basta, quindi ne propongo una seconda.

Che le persone di cuore, il 14 agosto di ogni anno, leggano i nomi delle migliaia di bambini uccisi in questo conflitto, perché questo scempio non accada mai più.

 

 

Zakhor

Immagino siano

vittime

di un disperato

Amore carnale,

questi maiali,

buoni

ad affilare coltelli,

tagliare in piccoli pezzi,

conzare,

infilare nel budello,

spago ed ago,

ad essiccare.

 

Come salsicce

appese

così si conserva

la vita,

e il suo ricordo,

che sia d’esempio,

pronta da mangiare,

nei banchetti

dei libri di storia

e della loro retorica

animale.

 

E’ la ricetta

dello sgomento

questo impasto

di corpi e

cemento.

Inutile chiedere

giustificazioni,

di queste migliaia

di bambini,

abbiate almeno

la decenza,

di ricordare

i loro nomi.

 

                                                                        

Casalecchio di Reno, 06/09/2025

 

 

 

Devo evidenziare che in questa poesia non sono stati maltrattati animali.

Il riferimento ai maiali nasce da un richiamo al libro “La fattoria degli animali” di Orwell, dove questo animale è protagonista.

In questo libro viene evidenziato che, quando gli oppressi diventano oppressori, non sono meno spietati dei loro aguzzini, sostenendo atti violenti verso persone inermi che durano ormai da decenni.

Una violenza che è diventata normalità, tanto da non riuscire più a rispondere alle seguenti domande:

 

-            “Ma chi ha iniziato? “

-            “Da che parte sta la ragione?”

-            “Colpisco il figlio per colpire chi lo usa come scudo?”

-            “Magari se elimino anche il figlio domani nessuno potrà vendicarsi? “

-            “Sono arrivato a 20000 bambini, lascio?”

-            “Se dico che è un genocidio ti offendi?”

-            “La persona che sto aiutando lo merita? “

-            “Nel dubbio non aiuto nessuno?”

-            “Ha stuprato mia figlia, dov’è la sua testa? La voglio, è un mio diritto!”

 

 

Le ragioni del lupo

Non attraversare il

bosco se sai

che lì c’è il lupo,

con te non vengo

a tentare la sorte

in una caccia al tesoro

costruita ad arte.

 

Ma se il lupo attacca il

gregge sarò al tuo fianco,

perché lì non c’è più legge!

E che io sia maledetto

davanti a Dio,

al suo cospetto,

le mie mani sporche di sangue

non meritino alcun rispetto.

 

Allora puoi smettere

di cercare,

sono io il lupo

che ha perso la ragione,

che trova la sua vendetta

nella madre e la sua prole,

la mia casa non sia più

il bosco ma

una scomoda prigione.

 

Il male della vita

inizia da un equivoco

generale,

considerare esseri umani

tutti quelli che hanno

sembianze umane,

e non solo quelli

che umani sanno essere

davanti a chi strappa le vesti

sanno cucire, sanno tessere.

                                                                        

Casalecchio di Reno, 18/10/2025

La fine può attendere, invano - CAPITOLO II testo di Giuseppe Palma
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