La storia in campagna - 1

scritto da Marcodih
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il mio paese per sempre
- Nota dell'autore Marcodih

Testo: La storia in campagna - 1
di Marcodih

Francofonte al tempo dei suoi veri "benedetti viddani scentifichi"

Prima ancora che a Francofonte avvenisse la corsa sfrenata agli impianti di agrumeti, nelle nostre zone i cespiti più importanti erano: grano, cereali, mandorle, vigneti, canapa, oliveti e altri meno importanti.
Questo tipo di agricoltura non necessitava di eccessiva irrigazione, per cui veniva praticata anche in zone impervie, così come in quelle pianeggianti, nonostante il nostro territorio era ricco di sorgenti naturali e torrenti che scorrevano tutto l’anno.
Fu a cavallo fra il 1850 e il 1900 che i primi agrumeti fecero la loro comparsa nelle contrade Paratore, Balzo, Passolargo, Beretta, Catiti e altre zone sulle sponde di torrenti o fiumi.
In queste zone poste in pianura non occorrevano impianti di sollevamento o escavazione di pozzi artesiani, poiché non vi erano dislivelli da superare, quindi facili a essere servite da acque fluviali o da sorgenti naturali.
Il grande problema si presentò con l’acquisizione di terreni in zone impervie e collinari da parte di tutti quei giovani che tornarono sani e salvi, dopo avere combattuto la prima guerra mondiale (1915-1918), ai quali lo Stato gratificandoli donò dei terreni non certo da poterli impiantare subito.
In tante zone nacquero spontaneamente dei consorzi, gruppi che si associarono rivolgendo i primi pensieri a rendere il terreno idoneo alla piantagione in agrumeto, nonché ricerca di acqua, ma tanta acqua, non trascurando il sistema viario.
A questo punto entra in gioco il rabdomante, definito come il primo "viddanu scentificu", che si improvvisava presunto conoscitore dell’arte di scoprire il prezioso liquido nella viscere della terra, e non solo!
Difatti spesso ci riusciva, perché senza studio, ma empiricamente era entrato in quella parte della scienza chiamata idrogeologia.
A volte l’acqua veniva segnalata, non tanto profonda, da chiazze di umidità sul terreno in superficie.
Si cominciano a scavare una miriade di pozzi freatici, sia a valle che a monte.
Ancora è lontano il sistema delle trivellazioni.
Avendo, il territorio di Francofonte, un ricco bacino idrografico, ed essendo racchiuso in una conca costituita dalle propaggini dei Monti Iblei, era facile trovare acqua che scorreva copiosa.
Nel mentre in ogni dove vi era una spasmodica corsa alla ricerca del prezioso liquido, contemporaneamente venivano impiantati agrumeti con terrazze (pitteri) in terreni scoscesi e approntati anche sistemi di sollevamento dell’acqua dai pozzi.
Ciò non era tutto perché occorrevano macchine adatte.
Per prima nacque la noria (zenia) che era un sistema di grossi ingranaggi (ciò avveniva per trasmissione) al quale erano legati in una lunga “sciarpa” con discendenza e ascendenza di recipienti in zinco (chiamati catusi) che portavano l’acqua in superficie, la quale veniva scaricata in una torre con una “canaletta”, svuotando i recipienti, che capovolgendosi ritornavano verso giù, e via così, per sempre.
Nel contesto di ogni pozzo, nel punto più alto del comprensorio da irrigare veniva costruita una vasca capace di contenere centinaia di metri cubi d’acqua, il quale liquido dall’uscita dalla torre veniva immesso nel recipiente attraverso una serie di archi (tipo acquedotto romano) per superare il dislivello che dal pozzo vi era rispetto alla vasca irrigua (gebbia).
Fatto e approntato questo mastodontico apparato ancora dal pozzo non poteva uscire una goccia d’acqua in quanto per muovere quella macchina ci voleva una “forza”.
A questo era proposto un mulo, o un cavallo, oppure un buon asino.
L’animale veniva “aggiogato” al perno principale della struttura, con paraocchi poiché il lavoro consisteva in un continuo girotondo in una pista.
Vi è da tenere presente che i soci, aventi diritto a quel determinato pozzo, non tutti erano in possesso di una cavalcatura, quindi nel periodo di pertinenza propria del pozzo chi non aveva di quegli animali doveva (per tutto il suo periodo) ingaggiare padrone e animale.
Non va, inoltre, dimenticato che in quel tempo nel nostro paese vi era un”parco equino” non indifferente, poiché oltre ad espletare tutti i lavori agricoli pertinenti fornivano letame di ottima qualità per concimare sia i campi agrumetati e tutto quanto ne aveva bisogno. Quel letame era lo stallatico.
Dopo la zenia arrivò un grossissimo motore di una tonnellata circa che veniva fissato al suolo su base solida di cemento e grossi bulloni.
Il nome di questa macchina è “puntatera”, dal nome sicilianizzato di Pontedera cittadina in provincia di Pisa dove veniva costruita.
Aveva due volani della grandezza di ruote di carretto, funzionava a nafta e veniva alimentata per caduta da un serbatoio posto almeno a tre metri di altezza dal suolo.
Per poterla avviare occorreva infuocare con un “primis” che era una palla di acciaio grossa quanto un’arancia calibrata “72”.
Quindi la messa in moto consisteva nel far girare veloce i due volani fino a superare il “punto morto” iniziando così l’avviamento completo.
I volani venivano mossi a forza di braccia dall’operatore, talvolta facendosi male per qualche contraccolpo.
Tutto questo io l’ho vissuto in quanto mio padre possedeva un piccolo podere, in contrada Santo Diego, agrumetato.
Godeva di un giorno di utenza del pozzo (dall’alba al tramonto) e di tutto era libero, di utilizzare fino all’agrumeto, pozzo, motore, vasca irrigua e condotta in superficie (saia).
Ero piccolo ma quel giorno dovevo andarci, quindi levataccia antelucana, pane, il companatico si trovava in loco sottoforma di pere, fichi, fichidindia e altro.
Mio padre portava venti litri di carburante.
Quel giorno per me era un divertimento fare il bagno nella “gebbia”, e guardare il fumaiolo di quel motore, i cui scoppi non erano rapidi, però molto forti. Il fumo spesso ne usciva ad anelli come quelli che sanno fare alcuni fumatori.
Si rientrava la sera a casa, dopo avere irrigato il giardino, stanchi ma felici.
Ogni utente di quel pozzo, perché non vi era un motorista, provvedeva a tutte le operazioni occorrenti.
Dopo queste macchine per la sopraelevazione dell’acqua, vennero introdotti motori a scoppio o elettrici molto più piccoli di quelli, ma potenti e munite di motopompe tramite lunghe condotte spingevano l’acqua fino al punto più elevato da dove avveniva la ripartizione.
Oggi nelle nostre campagne vi sono tanti di quei manufatti, residuati che potremmo definire “archeologia contadina”, consistenti in vasche irrigue, in disuso, archi sovrapposti per superare dislivelli, “sifoni” sotterrati per l’attraversamento di strade, torrenti e valloni, pozzetti e saie a cotto con paratoie di ferro (taluna e zappeddi) chilometriche condotte con vaschette e “lavatoi” che venivano usati dalle signore proprietarie di fondo, quando d’estate vi trascorrevano l’intera stagione aiutando il marito in certi lavori da fare, mentre si prodigavano a preparare prodotti per la dispensa d’inverno, quali pomodoro secco, estratto di pomodoro “strattu”, mostarda di fichidindia vera leccornia, noci.

Francofonte, 26 agosto 2014
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