Ascolto, osservazione: il dettaglio del creativo
Cosa significa ascoltare?
E’ possibile che leggendolo ci viene in mente nostra madre che ci dice
strillando “Fai i compiti!!!” o “Pulisci la camera!!!” o “Vieni a mangiare!!!”
mentre magari stiamo giocando alla play o messaggiando alla nostra/o
migliore amica/o sull’ultimo incontro avuto con la persona che ci piace.
E in effetti sì, è riferibile (per quanto assurdo) anche a queste
esclamazioni materne. Infatti, probabilmente nostra madre vuole
comunicarci la sua frustrazione, il suo disappunto per la fatica che è
costretta e percorrere giorno per giorno; probabilmente dovuta anche
alla condizione di donna macchiata dalle radici storche e sociali in cui
viviamo tutt’ora.
Ora il mio intento non è quello di dire “Mandatela a fanc***o”, bensì di
far trasparire il lato interpretativo dell’ascoltare, sulla base della cui
ermeneutica agiamo.
E’ un verbo che ha la capacità di esplorare vari aspetti del sociale, e anche
della propria individualità. Si affina sulle emozioni altrui, sul sentire (verbo
più legato alla percezione), carpendone il significato dei messaggi che
trasmette alla nostra psiche. Vuol dire entrare in sintonia, ed è riferibile a
quando siamo decisi ad aiutare un amico/a, quando osserviamo un’opera
d’arte empatizzando con colori, tonalità e l’intento dell’artista ricevendo
il frutto del suo operato come per effetto boomerang rispetto al vissuto
che ci caretterizza; o al valore più o meno inconscio che risveglia in noi
l’osservare un’espressione facciale.
E allora cos’hanno in comune i termini ascoltare ed osservare? E che
sinergia possono avere nella produzione creativa?
Entrambi, sono legati ad un attento esame che parte da capacità
percettive principali, come la vista e l’udito, che vengono utilizzate a mò
di tramite fra l’esterno e l’interno, il cui processo richiede di destrutturare
l’informazione e ristrutturarla affinchè rientri nei parametri della nostra
identità, compresi ricordi e possibili sensazioni mai avvertite.
E’ un lavoro duro, che richiede fatica e la disponibilità a scavare dentro di
sé per riportare alla luce costrutti passati o mettere in discussione
personali credenze per venire incontro a tale fenomeno esterno.
E’ qui interviene la creatività, intesa non solo semplicemente in quanto
valore materico, bensì anche in quanto astrazione psicologica che smonta
e riassembla elementi esterni ricostituendoli in un tutto organico che
favorisce piacere.
Ciò avviene quando vogliamo aiutare una persona in difficoltà e ci
spingiamo a trovare soluzioni che possano adeguarsi alla sua condizione,
anche se non rientrano nel nostro personale vissuto; oppure osservando
un’opera d’arte o letteraria veniamo investiti di un valore emotivo tale da
farci catapultare in scenari ipotetici che integrano parti di quanto
osservato con parti di quanto già osservato in precedenza.
Alla base di questa organicità risiede un elemento essenziale, che ne
rappresenta il motore principale, ovvero la curiosità. Ce l’abbiamo sin da
bambini, è inutile negarlo. Rimane radicata in noi e ci conduce ad essere
ciò che siamo, a commettere azioni sbagliate o a farne di giuste. Per
metterle in pratica contribuisce la volontà di conoscerne cause ed effetti,
o vedere dove essi ci conducono per uno step successivo.
E’ quell’istinto che ci spinge a stare attenti ad una determinata situazione
per poi metterci in gioco.
Avete presente quando dialoghiamo con qualcuno e rispondiamo di
conseguenza? O quando leggiamo un libro e poi ci viene chiesto di
avanzare una riflessione (per riportare alla luce i cari vecchi compiti delle
medie o delle elementari)? O ancora quando ci viene presentata una
situazione problematica ipotetica e poi ci viene domandato cosa
avremmo fatto per uscirne?
Ecco, in tutte queste circostanze quanto facciamo è assorbire (talvolta,
nel caso di espressioni facciali altrui, involontariamente) informazioni e
cercare di costruire contesti verosimili che siano conformi al messaggio
ricevuto esternamente.
Si chiama anche problem solving, e sta alla base di qualsivoglia processo
creativo, come dinamica decostruttiva e ricostruttiva, soprattutto per
rimediare a errori o mancanze.
Quando qualcuno dice “No, non ne sono in grado” o “Non l’ho mai fatto
prima, non so se ce la faccio” ecc… è perché in quel momento le sue
abilità vengono messe alla prova da una serie di dati troppo ingombrante
che causa l’insorgere di certi livelli d’ansia, ma ciò soprattutto anche per
la critica altrui sin da quando eravamo piccoli che ha promosso una certa
fiducia o diffidena in noi stessi.
Abbiamo rinunciato a quella capacità ricreativa infantile in vista di regole
tanto di gruppo quanto istituzionali e familiari. Ciononostante si tratta di
una capacità innata che quando si ripresenta ci fa star bene,
consentendoci l’accesso a quel flow, tale per cui ci sentiamo di spontanea
realizzati con noi stessi. La paura è lecita, poiché siamo coscienti di dover
mettere in campo le risorse che abbiamo a disposizione. Ma tutto ciò non
ci vieta di provare. Il tentativo è l’unico tassello che abilita ad un
riconoscimento del nostro potenziale, guadagnando autostima su di esso.
E poi ritorniamo lì, al momento in cui dopo aver aiutato quella persona in
difficoltà sentiamo una sensazione di benessere, che ci accompagnia sulla
rotta di casa con un bel sorriso. O quando dopo aver visto un’opera (che
può essere un quadro, o un vestito, o un oggetto di Tiger per tirare con
esempi banali) ci balena per la testa il pensiero di farne uno tale e quale.
E allora sulla nostra scrivania comincia il torneo fra idee che forse non
darà mai luogo ad un vincitore. Questo però è il bello: vivere questa
danza con armonia, con piacere, perchè fa parte dell’atto creativo.
Così poi ascoltiamo.
Cuffie nelle orecchie,
una tazza di tè, osserviamo il soffitto.
Ecco osservando…
Ascolto, osservazione: il dettaglio del sensibile testo di Christian Tessitore