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Guidare in autostrada, imbottigliato in mezzo a milioni di altri esseri umani sotto un sole disumano, conduce la mente verso foschi pensieri retrospettivi.
Uno comincia a ripercorrere le tappe della propria vita anche quando non sono tappe propriamente significative.
Chissà perché il primo pensiero è stato per le tette di Sabina Palombi, al liceo, una che aveva costruito con sapienza il mito di se stessa ficcando nel cervello di ogni maschio il chiodo del desiderio anche quando questo non sarebbe attecchito spontaneamente.
Era quel tipo di ragazza che ti passava davanti mentre tu pensavi ai cazzi tuoi, magari a quanto stavi messo male per l'interrogazione del dopo intervallo, e lei si voltava con sorriso ammiccante e ti chiedeva: - mi stavi guardando il culo? -.
La verità era che no, non eri mai stato più lontano di così dal guardarle il culo che, in tutta franchezza, era anche un sederone di forma un po' goffa. Ma pareva brutto dirlo per cui, per cavalleria, stavi al gioco e ammettevi che sì glielo stavi guardando; al che lei ti ammoniva con uno sguardo sprezzante condito di un sorriso beffardo.
Peraltro a quel punto il culo cominciavi a guardarglielo per davvero e cominciavi a considerare che sì, tutto sommato, non era nemmeno così male e che, anzi, in mezzo a tanti culi torniti e perfetti, quel culone un po' esotico e prominente poteva essere un diversivo stimolante.
Anni dopo, a liceo abbondantemente finito, la Palombi me la sono sognata una notte. Al risveglio ho cominciato a spararmi una sega dopo l'altra, dalle nove del mattino fino alle cinque del pomeriggio, con dedizione forsennata, matta e disperatissima avrebbe detto qualcuno, senza ausilio di Pornhub, tutto a memoria, come un eroe greco.
Finché, vedendo che non ne venivo fuori, alla fine l'ho chiamata e l'ho invitata al cinema.
Tra i racconti di sé che lei amava fare ce n'era uno di quando era andata al cinema con un tipo che per tutta la serata si era limitato a guardare il film senza mai provare a palparle il seno; talché lo aveva bollato come un povero sfigato.
Non eravamo propriamente amici e non l'avevo mai chiamata prima ma lei ha accettato di venire al cinema ed io, memore dello sfigato di cui sopra, ho passato tutta la sera a cercare il momento opportuno per abbarbicarmi alle sue tette; ma tanto ho esitato che il film è finito.
L'ho riaccompagnata a casa e sul portone, vedendomi ormai alle strette, con la prospettiva di passare la notte a menarmi l'uccello guardando il soffitto, le ho confessato il sogno, le seghe e il vero scopo dell'invito che era scopare senza tanti preamboli.
Dovevo sembrare come l'eroinomane in crisi di astinenza che pietisce mille lire per farsi la dose. Visibilmente allarmata lei mi ha ricordato che ero fidanzato e che dovevo andare a casa, farmi una bella doccia fredda e poi pensare allo studio. Propose che magari avremmo potuto studiare insieme (eravamo ormai all'università) e tra un capitolo e l'altro io avrei potuto sperare in un bacino d'affetto che lei però mi avrebbe negato per poi tuffarci in un nuovo capitolo.
Dopo questo epilogo poco decoroso non credo di essere più riuscito a masturbarmi pensando a lei. Il pensiero intrusivo di lei che dice - no dai, ti do un bacino sulla guancia e poi torniamo a studiare - agiva peggio della castrazione chimica.
La colonna di auto si torce sull'asfalto come un lombrico in agonia. Cerco di scrutare negli specchietti gli occhi di chi mi sta davanti e di dietro in cerca di un barlume di umana simpatia ma vedo volti indifferenti e, tutto sommato, anche a me non importa un cazzo di voi.
Quando sarò morto il ricordo del mio approccio alla Palombi e il ricordo delle quantità di seme profuso in suo onore sarà dimenticato per sempre.
La radio emette la voce di Carla Bruni che canta "Quelqu'un m'a dit". La memoria corre a un giorno in cui vagavo per il Sepulveda boulevard a Los Angeles senza sapere che fare di me stesso. I piedi mi condussero al terminal dei bus dove una turista francese mi chiese dove stessi andando. Non conoscevo la città e non volendo ammettere che stavo andando alla deriva come un'ameba feci l'unico nome che conoscevo: - Sto andando agli studios -
- Perfetto! Anche io! Andiamoci insieme!-
Eccomi fregato con le mie stesse mani, mi sono accollato questa tizia e mi tocca anche passare la giornata in quel baraccone di Hollywood dove non avevo nessuna intenzione di andare.
Lei si chiama Christine Hamburger o Aumbourgé o qualcosa del genere, è di Metz e dorme a Pasadena da amici. Ma appena torna in Francia si sposa.
- Oh, mi dispiace - credo di aver detto anche se forse l'ho solo pensato.
Quando l'autobus ci sputa davanti agli studios lei mi chiede di tenerle lo zaino mentre va a fare i biglietti. Dopo un po' che non torna comincio a pensare che mi abbia appioppato uno zaino bomba e che se la sia svignata. Vedo già i titoli dei giornali: "Italiano kamikaze fa strage a Hollywood. Ignoto il movente".
Invece lei torna e passiamo una giornata davvero piacevole insieme. Anche la stucchevole replica di un quartiere tipico tedesco dove ci rintaniamo a bere una birra ci fa sentire un po' a casa dopo tanto tempo passato lontano da piazze e bar europei.
Quando ci salutiamo lei mi lascia un bigliettino con i suoi recapiti che io appallottolo e butto in un cestino appena mi volta le spalle.
Mesi dopo ricordo che mi scrisse una bella lettera in cui mi informava che stava bene e che sperava di ricevere mie notizie. Che magari avevo perduto il suo recapito per cui me lo segnava in calce alla lettera.
Ho perduto la lettera e non le ho mai risposto.
Adesso, trent'anni dopo, mi è venuta voglia di scriverle. Ho cercato di rintracciarla in rete ma questi francesi non c'è modo che si facciano trovare sui social.
Addio Christine, spero che tu abbia avuto una vita felice. Anche il ricordo di quel giorno allegro a Los Angeles morirà con me, come acqua che evapora nel deserto.
A chi può importare di uno che ha deluso professori, amici, amanti, mogli e figli? Uno che ha progettato poco e realizzato ancor meno?
A cosa è servito il lavoro che ho svolto male e mal volentieri.
Se il mio contributo alla causa dell'umanità è scarso il mio contributo all'universo è proprio nullo.
La brughiera di erica bagnata che ho schiacciato con gli scarponi mentre mi inerpicavo tra le isole di Scozia ricorderà il mio passaggio?
O le onde in tempesta che hanno cercato di ghermirmi in una battaglia impari da cui comunque sono uscito illeso?
Nulla di tutto questo sembra avere un senso qui nel torpedone di auto incandescenti sulla Salerno-Reggio Calabria. Siamo tutti qui come scarafaggi al sole a bruciare benzina, ognuno chiuso nelle proprie private commemorazioni. Siamo il modesto pubblico di noi stessi.
Questa maledetta canzone è così struggente.
I ricordi delle occasioni mancate si rincorrono. Come quell'estate in cui Clelia mi stava allacciata in vita mentre sfrecciavamo in vespa sui crinali in mezzo a un assordante frinir di cicale. Sentivo i suoi baci segreti sulla schiena ma facevo finta di niente.
Lei era bella come Afrodite ma di natura melanconica e quell'estate aveva avuto la sfortuna di venire in disgrazia a Gualtiero, una specie di reincarnazione di Tersite, il quale con tutta la malevolenza di cui era capace ci convinse ad isolarla come fosse lebbrosa. Quei baci disperati mi bruciano ancora sulla pelle e me li porterò nella tomba insieme alla mia vigliaccheria.
Una sera oziavo in ufficio a notte fonda, la famiglia in vacanza, quando su un sito di incontri un'anima in controtendenza - Eva Kant - mi scrive che a lei piacciono gli uomini sposati. Parlando del più e del meno viene fuori la mia inclinazione per i seni abbondanti.
- Ho due tette da far risuscitare i morti - mi scrive.
Mi precipito sotto casa sua, in un'imprecisata periferia notturna dove il telefono fa in tempo a mandare un ultimo messaggio per dire - sono qui - prima di morire.
Saranno le due di notte su un marciapiede lungo uno stradone desolato e l'incertezza di dove dirigermi. L'unico viandante in vista mi viene incontro con passo malfermo e mi si para davanti visibilmente ubriaco.
- Non c'è Tex -
- Eh?-
- Non c'è Tex-
-Scusi ma non capisco. Tex?-
- Texi. Non c'è texi - lo dice mentre indica un'ambulanza parcheggiata all'angolo.
Capisco che è barese e che fatica a concordare i verbi col numero.
- Ah, taxi! Mi spiace non sono di qui. Arrivederci-.
Ma lui non se ne va e sta lì a fissarmi come aspettando che faccia io la prima mossa. Nel frattempo un portone venti metri più in là si apre e una donna con uno scialle si affaccia ad osservare la scena. È lei per forza. Saluto il cercatore di taxi e mi imbuco nell'androne del palazzo.
- Chi era?-
- Uno che cercava taxi -
- Be' eccoci qua -
- Non saliamo? -
- Su c'è mio figlio che dorme -
Così ce ne stiamo lì, seduti sui gradini di marmo davanti alla portineria, lei in vestaglia, entrambi senza argomenti.
Lei inizia a ridere di un riso isterico. Io però sono più imbarazzato di lei per via del fatto che si è messa addosso due litri di un profumo disgustoso che quasi mi procura i conati di vomito.
Lei continua a schermirsi e a ridere così, per mettere fine a quello strazio, la spingo nell'angolo più in disparte possibile e la bacio selvaggiamente. Effettivamente ha due mammelle da paura ma dopo un po' che pomiciamo e facciamo andare le mani è abbastanza chiaro che non possiamo andare oltre senza il rischio di essere beccati da qualche condomino.
Le auguro la buonanotte.
- Mi piacerebbe rivederti -
- Ci sentiamo domani -
L'indomani la fotografia è impietosa: figlio minorenne a letto che dorme, sesso occasionale sulle scale, periferia orrenda, ubriaco barese. Il profumo vomitevole ce l'ho ancora nel naso. È come se la divinità del grottesco si mettesse tra me e le mie pulsioni fedifraghe per punirmi.
Le scrivo che è stato bello e lei è fantastica ma non me la sento di tradire mia moglie.
A proposito di grottesco c'è stata la volta in cui ho incontrato Maria, una donna misteriosa che sosteneva di lavorare per un'azienda di guardiania notturna.
L'ho tirata su in piazzale Loreto e l'ho scarrozzata in una trattoria fuori città, scelta accuratamente per non rischiare di incontrare nessuno. Siamo in moto. Mentre andiamo lei si mette a strizzarmi i capezzoli, cosa che mi sorprende ma non mi dispiace. Rispondo alla provocazione passandole una mano sulla coscia brunita dal sole di fine estate.
Come ci accomodiamo al tavolo sotto il bersò noto con orrore che due tavoli più in là c'è un amico pittore, a pranzo con quello che sembra un critico d'arte visibilmente omosessuale e in posizione di evidente vantaggio sul mio amico che probabilmente aspira ad entrare nelle sue grazie. La sensazione è che ciascuno abbia ritenuto di celare in quest'oasi appartata un incontro inappropriato. Non ci vediamo e non ci riconosciamo ma il pranzo trascorre in uno stato di tensione difficile da dissipare.
Maria non può sapere il motivo del mio imbarazzo.
Ora che ce l'ho davanti la contemplo in tutto il suo splendore. È una donna attempata con un viso molto gradevole e due occhi vispi e bellissimi.
Sfoggia con una certa disinvoltura un décolleté vistoso, solcato da rughe profonde che vengono accentuate quando si stringe nelle spalle.
Ha le unghie e le pieghe della pelle delle mani sporche come se avesse affondato le mani nella terra cinque minuti prima. Ai piedi ha scarpe bianche troppo usurate e troppo sporche.
Terminato il pranzo mi chiede se posso accompagnarla in ospedale dove deve farsi guardare un nodulo al seno. Prima di metterci in marcia mi stampa un bacio sul collo che mi imbratta tutta la camicia bianca.
Vado nel panico. Corro in bagno per improvvisare un bucato d'emergenza nel lavabo del ristorante. Calcolo che la camicia asciugherà durante il viaggio di ritorno.
Quando esco dal bagno sono un disastro: trafelato, con la camicia zuppa e un alone rosso che si diffonde dal colletto fino al petto.
Lei ride di cuore e, se non fosse una situazione del cazzo, ammetto che riderei anche io.
La accompagno fino all'ospedale dove ci salutiamo, anche in questo caso per l'ultima volta.
Il mio passato è colmo di episodi del genere: raccapriccianti sotto certi aspetti, esilaranti se fossero capitati a qualcun altro.
Perchè questo stronzo mi fa i fari? Non lo vede che siamo fermi? O è perché tu sei su un Cayenne e ti senti superiore alla mia Ford con tanto di cerotto che tiene insieme i pezzi di paraurti?
Forse ora scendo e ti tolgo quell'espressione di strafottenza a suon di ceffoni. Ma no, fa troppo caldo. E poi mi rovineresti il mood.
Succede quasi sempre d'estate. Una volta ho preso i numeri di un paio di escort. La prima era un donnone di Capo Verde che mi ha ricevuto in casa sua. Sarà stato lo stendipanni in camera da letto, o i vagiti di un bebè che provenivano da un'altra stanza, fatto sta che da nudo che ero mi sono rivestito, ho pagato, ho salutato molto cordialmente scusandomi che non era serata e me ne sono andato.
Non ho voluto rassegnarmi però, così ho estratto il secondo numero, di una che in foto sembrava una bonazza fenomenale.
Chiamo; risponde; vado.
Quando mi apre mi introduce in uno strano appartamento a livello cortile di una casa di ringhiera, forse un ex laboratorio anche se sembra di stare in una casa di campagna.
Come entro capisco l'inganno. C'è una vaga somiglianza con le foto dell'annuncio ma ci sono dettagli che fanno la differenza.
Prendo tempo cercando una scusa per defilarmi con classe. Lei percepisce la mia rigidezza e si offre di prepararmi un caffè che accetto di buon grado.
In quella si ode una pesante tosse maschile provenire dal soppalco sopra le nostre teste.
- C'è qualcuno?-
- Sì è la mia amica -
- A me sembra la voce di un uomo -
- Ma no, è la mia amica trans, tranquillo. Anzi se vuoi facciamo una cosa a tre -
L'amica trans a quel punto decide di unirsi alla discussione e con voce baritonale se ne esce con:
- Io i cazzi me li mangio per colazione, ah ah ah -
- Dai non fare così che mi fai scappare i clienti!- ride pure lei.
Rido anche io ma approfitto del coup de théâtre per congedarmi con grazia. Lei però non mi vuole far uscire e mi si mette di spalle strusciandosi con le chiappe su di me.
- Dai scopami adesso -
- No grazie, davvero. Non mi sento troppo dell'umore -
- Almeno dammi i soldi per un caffè. Qui facciamo fatica a pagare l'affitto-.
- Ti do dieci euro -
- Dai non fare il tirchio, quanto hai qui?-
E con la prontezza di una gazza ladra mi sfila tutto quello che ho nel portafogli.
- Quelli sono ottanta euro!-
- Ti faccio un pompino-
- Preferisco riavere indietro i miei soldi-
Alla fine tra che non mi va di strapparle i soldi di mano e l'ammissione che la scenetta dell'amica trans mi ha effettivamente fatto ridere decido che è come aver pagato per un numero di cabaret e finalmente guadagno l'uscita.
Mi piacerebbe confidare questi aneddoti a mia moglie per poterci fare quattro risate insieme ma temo che lei non coglierebbe l'ironia della questione.
Penso a mia moglie e ai miei figli. Carla Bruni mi proietta in un futuro in cui essi avranno scoperto che la vita è un'illusione, che il continuum dei proprio pasato è una menzogna. Un giorno si guarderanno indietro come sto facendo io adesso e si interrogheranno cosa sarà del loro vissuto quando non ci saranno più. Spero di no.
Lo struggimento per i miei ricordi mi porta a vedere anche i ricordi mancati e i ricordi futuri che non mi appartengono. Mi rendo conto che è sempre stato così. La vita ricordata è una non vita.
I compagni di viaggio che mi circondano, ognuno seduto nella sua scatola metallica condizionata, vivono nel presente. Glielo leggo negli occhi tranquilli, fiduciosi che la coda si risolverà. Vivono l'attimo, loro; ad ogni centimetro di avanzamento prendono atto che si sta avanzando. Sono presenti a se stessi, non si interrogano su questioni superate o impossibili.
Mi ricompongo e torno al presente. La coda sembra rimettersi in marcia, si riprende a filare. All'uscita della galleria che immette sul viadotto Sfalassà viaggio a duecento chilometri orari. A metà del viadotto, approfittando di una leggera incurvatura, do una violenta sterzata e controsterzata. L'auto sbatte su un lato del guardrail interno, s'impunta e rotola rimbalzando verso il guardrail esterno, lo scavalca e si libra nell'aria.
Un guizzo di sole mi acceca; risplende maestoso nel cielo senza nuvole. Poi l'auto si gira a muso in giù. Lo fa piano e ho tutto il tempo per contemplare i duecentocinquanta metri di volo che mi separano dal suolo e mi chiedo: cosa starà facendo Carla Bruni in questo momento?