I miei occhiali erano rotti, rammendati con un po’ di filo di ferro. Portavo un cappello di lana cotta con svariate spille, una di queste finiva con una piuma di gallo cedrone, sintetica. Vivevo nel periodo migliore della vita, avevo otto, nove anni.
Mi piaceva l’odore del letame, acre, spesso, ce l’avevo addosso già la mattina. Mi entrava in circolo assieme all’aria rarefatta, silenziosa. Pulivo la stalla canticchiando canzoni di montagna, facevo scorrere l’acqua lungo il canale di scolo, buttavo sopra il letame che galleggiava via per finire sul prato ad alimentare ortiche. L’odore del letame ti allontana dagli uomini ma ti avvicina al resto del creato, animali, piante. Ricordo che mio fratello provò anche a farlo fermentare per ricavarne energia: l’esperimento fallì.
Passavo spesso i pomeriggi a scorticare rami per farne bastoni. Bastoni che spaccavo sulla schiena delle vacche mentre le portavo al pascolo, la mattina, dopo la mungitura. Erano otto. Io e il cane, fieri pastori, oppure erano le vacche che portavano al pasco noialtri? Occorrerebbe chiederlo a mio padre che curvo sulla staccionata ci guardava sparire dietro il bosco sbraitando e abbaiando inutilmente.
Il cane, avevo provato ad addestrarlo. “Attacca!” ripetevo centinaia di volte. Lo urlavo come si urla una imprecazione forse avrei dovuto sussurrarlo come si sussurra una preghiera. Fedele rispondeva al segnale, non lo nego, ma abbaiava in muso alla vacca non da dietro. La attaccava digrignando i denti, facendo la voce grossa, fissandola negli occhi. Affrontava un animale cinque volte più grande di lui per obbedire al mio ordine, per amor mio. Amo il mio cane, anzi lo amavo: la nostra storia d’amore è finita quando abbiamo abbandonato la malga.
Mi avviavo la mattina dopo le sette. Il cane alla mia sinistra, bastone nella mano destra e stecco in bocca. Ho sempre avuto il bisogno di avere qualcosa in bocca: adesso ho le sigarette.
Lento, passo ritmato dal suono dei campanacci. La transumanza durava massimo mezz’ora fino al punto del “pranzo”, poi le lasciavo in pace. Mi accucciavo all’ombra di un abete fino a quando le vacche, spontaneamente si giravano e fiutando la loro scia la ripercorrevano a ritroso.
Sotto l’abete mi sdraiavo spostando il cappello sopra gli occhiali. Immerso nel bosco. Alberi maestosi, colonne di una cattedrale percorsa dal suono di campanacci che come le campane segnalano una presenza, un ricordo, un impegno. Mi toglievo le scarpe, ma non per rispetto al luogo ma ai miei piedi. Piedi magri, piccoli, strani. Li immergevo in acque gelide di ruscello, nell’erba verde da pascolo, li ricoprivo con aghi di pino. Se a sera avessero potuto parlare mi avrebbero sicuramente insultato per le corse sfrenate in boschi e prati, camminate immense su sentieri pericolosi e calci al pallone, scaraventato contro un muro. La sera li affogavo in acqua bollente, riscaldata sopra il fuoco del caminetto. Fuoco vivo, amico, che fissavo prima di andare a letto nella speranza di abbronzarmi.
Nel tornare dal pascolo raccoglievo pigne sistemandole nel cappello, le usavo come proiettili. Ogni albero colpito era un albero conquistato, le battaglie duravano delle ore.
Spesso pioveva. Nuvole basse scaricavano scrosci, s’impigliavano nei larici. L’erba luccicava, profumava di terra ristorata, la resina degli alberi si attaccava all’aria. Uscivo solo per far rientrare le vacche in stalla. Passavo il tempo a guardare mio padre far formaggio, burro, ricotta. Coi suoi occhi chiari e le mani sapienti, la bocca inumidita dal vino. Poche parole, molto silenzio.
Ora vivo in città. Prima lo studio poi il lavoro. Puzzo di deodorante buono solo per gli uomini. Esco con la valigetta e le scarpe lucide, in ordine, secondo l’ordine precostituito.
La città ha paura del silenzio, della natura. Molti dicono di amare la natura. Significa che non provano vergogna nel gustare di quando in quando i suoi incanti. Vanno in montagna e sono lieti di osservare la bellezza della terra, calpestano i prati e infine strappano una quantità di fiori e di rami per buttarli via subito o lasciarli appassire a casa loro. Così amano la natura. Di questo amore si ricordano la domenica, quando fa bel tempo, allora si commuovono del loro buon cuore. Eppure non ne avrebbero bisogno perché l’uomo è il coronamento della natura. Ahimé, il coronamento!
Ora sopravvivo in città. Colpa della società, del sistema, del mondo, di Dio. Accuso tutti, tutto. Scruto attorno in cerca del colpevole, socchiudo gli occhi nel cercarlo. Sarà perché ho rotto lo specchio? Lo specchio: quel legame con la natura che permette di vedere se stessi, il proprio cuore, il proprio Io.
Penso che accuserò il vento: si, si, si il vento va bene:
Come l’erba sono i giorni dell’uomo,
come il fiore del campo, così egli fiorisce.
Lo investe il vento e più non esiste
e il suo posto non lo riconosce.
Salmo 102
Il vento testo di Martin Eden