La ragazza senza nome

scritto da La joie de vivre
Scritto 2 anni fa • Pubblicato 2 anni fa • Revisionato 2 anni fa
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Questo mio racconto è stato pubblicato nella raccolta di scrittura collettiva Il testimone 1, Quadrante 61, edito da Giraldi editore, 2022.
- Nota dell'autore La joie de vivre

Testo: La ragazza senza nome
di La joie de vivre

 

                                                                                        La ragazza senza nome

Ancora non le è chiaro quale sia il suo ruolo, e resta immobile.
Sta per cominciare una nuova vita, non è più la ragazza senza nome. Adesso si chiama Resusci Anne. 
Non avverte più sapore di alghe e fango nella bocca, freddo nelle ossa.

Attorno a lei c'è un gruppo di giovani, quasi tutti in tuta da ginnastica e con un cartellino  sul petto. Uno è inginocchiato alla sua destra, uno alla sinistra, una ragazza le tiene ferma la testa sul materassino coperto da un telo verde, là per terra. I loro occhi sono febbricitanti, le mani tremano per la tensione, mentre le scoprono il torace. Alcuni se ne stanno seduti su una barella appoggiata a un muro, altri consultano un manuale e chiedono spiegazioni.

Una ragazza suggerisce alla collega, le fa segno di posizionare la maschera e di gonfiare e far rilasciare il pallone ambu. La giovane si illumina. Ha capito. Ha avuto un blocco, si emoziona sempre quando qualcuno la guarda, il suo cervello smette di funzionare. Il suggerimento dell'amica l'ha svegliata, adesso impartisce ordini ai suoi finti assistenti.

«Tu massaggia, tu attacca l'ossigeno, tu metti la flebo».

«Dai, Anne, ce la possiamo fare».

 

Anche oggi è passato Vincent a comprare un fiore di girasole. Aveva le borse sotto gli occhi; il suo gilet, tutto stropicciato, era senza un bottone, il taschino era scucito.

Ha litigato di nuovo con Gauguin. Ne parlavano stamattina al mercato dei fiori, e ne parla tutta Parigi.

Mi ha fatto una carezza. Odora di prostitute. Ho i sensi affinati per le piccole cose.

Da qualche tempo riconosco in lui il mio stesso dolore. Può sprecare tutti i tubetti di colore del mondo su mille e mille tele, può ubriacarsi di donne e di vita. Come io posso circondarmi di fiori, arbusti, piante verdi, piante grasse, di rose magnifiche. Sono inutili i suoi colori, e lo sono i miei fiori.

Riconosco un fratello quando lo incontro. Mi vesto di celeste, di verde. I miei capelli e i miei occhi sono chiari. Cerco di confondermi con il cielo.

Lui, Vincent, non mi vede. È un guerriero. Vede solo la sua battaglia. Dispiega tutte le sue truppe, non dà tregua. Che tenacia in quell'anima mia gemella! Crede sia follia, invece è il mio stesso dolore. Fra un po' lui se ne andrà da Parigi, cercherà un po' di pace ad Auvers-sur-Oise. Credo che non lo vedrò più. Io non ho neanche iniziato a lottare.

Gli adulti come il mio povero amico credono di soffrire solo loro. È che  noi giovani siamo più bravi a nascondere i segreti.

 

Posso dire di avere avuto successo nella vita: da mendicante che ero, sono diventata una che vende fiori. Nella città più bella del mondo, almeno credo. Da invisibile a ombra. E, infine, l'exploit! Da ombra a sconosciuta ritrovata nella Senna.

Toccata dalla poesia.

Hanno scritto di me poeti, filosofi, giornalisti. Quanta enfasi mal riposta. Jean Paul, il tecnico della Morgue, mi ha fatto il calco, una maschera mortuaria. Poverino, ogni tanto portava qualcuno, gli mostrava il mio gesso appeso alla parete, chiedeva se per caso mi conoscesse. Un giorno arrivò con due acrobati del circo fermo a Parigi  da una settimana. Scossero la testa. Venne anche un certo Luigi, un Parmeggiani, che però, così disse, non era nato a Parma, ma a Reggio Emilia, Italie. Un antiquario, massone, spia, falsario e bombarolo.

Dolce Jean Paul, come potevi pensare che io frequentassi uno come lui?!

Quello scolpiva statuette di donne nude, con chiome lunghe attorcigliate al seno e ai glutei, e poi le ricopriva con una vernicetta finto-antica e le rivendeva come manufatti dell'antica Grecia! E gli hai pure  regalato una copia del mio volto. Sarà seppellito in qualche polveroso magazzino, sotto carabattole e quadri falsi, magari proprio a Reggio Emilia. Quel Luigi lì è capace di avere aperto un museo della falsità, en Italie.

 

Era il tramonto, l'ora degli abbracci stretti,  quando lasciai la zona di penombra in cui ero vissuta C'erano figure ferme lungo la riva. Sparii nell'acqua senza neanche un flop. Avevo sedici anni.

Non ero entrata nella vita di nessuno, non un essere umano si ricordava di me.

Se fosse stata ancora viva mia madre, non avrebbe saputo dire il mio nome. Per lei ero sempre stata "Ehi, tu!", oppure "Ehi, tu, che il diavolo ti porti! Perché non sorridi mai?".

Forse solo Van Gogh, il mio povero, povero Vincent, la mia ignara anima gemella, avrebbe ricordato di avere incrociato due occhi tristi come i suoi alla Gare Saint-Lazare - gli occhi  di una giovane che aveva sempre un girasole per lui – se avesse saputo. Ma lui era già partito per Auvers-sur-Oise. Il suo destino, breve, lo attendeva lì, nella canna di una pistola.

 

Quanto è dolce invece la mia acqua. Non ho avuto paura in quegli attimi, come non ne avevo mai avuta nella mia vita. Non si teme di perdere ciò che non si possiede.

In tanti dicono di volerlo fare e non lo faranno mai. Io non l'avevo mai detto a nessuno.

 

«Su ragazza, mon Dieu, di' qualcosa, je t'en prie».

Non voleva crederci, il pescatore che mi trovò, all'alba, impigliata nella sua rete come un luccio. Parigi si era appena svegliata, e già debordava di gente, di luce, di musica.

Il mio abito non era molto sgualcito, non avevo l'aspetto di una vagabonda, sembravo una qualsiasi ragazza. Non ero stata a lungo nella Senna.

«È annegata, amico, non vedi?» aveva commentato un passante. «Bisogna avvisare la Gendarmerie».

Tutta quella gente che adesso accorreva sembrava davvero interessata a me. «Povera creatura, è quasi una bambina...».

Parlavano a bassa voce, come se avessi potuto sentirli.

Venivano donne con cappelli con le piume e ombrellini da sole. Stringevano tra le dita  un fazzoletto coi bordi di pizzo, ogni tanto si asciugavano con delicatezza il ciglio bagnato. Accarezzavano i loro cuccioli di  barboncino accovacciati al petto. Lo spirito del cordoglio. Sembravano un quadro.

 

Hanno dato il mio volto a un manichino. Adesso sono una bambola. Non sono più la giovane senza nome del secolo scorso. Vivo nel presente. Svolgo un servizio, come direbbero oggi, socialmente utile. Muoio e rinasco tutti i giorni.

La mia vita è cambiata. Seguo con attenzione tutte le manovre che eseguono su di me. I ragazzi non lo sanno, perché, come allora, sono sempre taciturna, ma anch'io do i voti, come i loro professori. Osservo. Sono severa.

Alcune allieve assomigliano a quelle gran dame parigine. Pensano di più alla migliore silhouette da esporre mentre massaggiano pittosto che al massaggio. Alcune si accorgono proprio qui, con me, che forse non sono nate per combattere  tutti i giorni contro la morte. Meglio un buon matrimonio o un blog di medicina.

Io penso alla mia prossima vita.

La ragazza senza nome testo di La joie de vivre
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