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Il vecchio mago del villaggio prese il bambino per mano e insieme si avviarono tra i monti. Il cielo era una crosta inanellata di saette e vapori caliginosi; in lontananza, la cinta di fuoco dei vulcani emanava colorazioni sulfuree che si disperdevano tra le valli.
Il mago parlava, e il bambino ascoltava quella tenue e possente melodia con un misto di stupore e paura.
Nella sua voce si alternavano memorie e visioni, i primi residui di vita dopo la grande esplosione, i viscidi microcefali, gli eleganti stormi di uccelli marini a pelo d’acqua sulla superficie degli oceani.
Un tuono squarciò la sera, invadendo di detriti luminosi l’aria, il vento gelido e le loro coscienze di viaggiatori nella notte.
Il mago disse al bambino di guardare dritto davanti a sé, perché presto avrebbero scalato il costone del Monte delle Presenze — e a quelle altezze la mente gioca sempre temibili scherzi.
Nuvole cariche di un respiro antico come la rugiada si addensarono durante il loro passaggio: il mago spiegò che era per passare inosservati e che non c'era motivo di avere timore.
Le prime gocce di pioggia punteggiarono quella coltre come farebbe un artista su una tela armoniosa.
Poi il loro passo divenne improvvisamente incerto e gracchiante: stavano camminando su una distesa di teschi che, sotto il loro peso, cedevano con la dolcezza d’un alveare ammollato dal miele.
Il bambino ansimò, ma il mago lo stupì con un gioco di prestigio: da una tasca estrasse della polvere che, al contatto con le scintille sospese nell’aria, prese fuoco, illuminando il cammino.
Gli occhi del bambino sparsero meraviglia ovunque, e il mago sorrise come si fa quando rendiamo felice qualcuno a cui vogliamo bene.
Giunti in cima, il mago sistemò le sue cose in un grande cerchio, accese un alto falò e prese dalla sua sacca segreta le rape e le zucche.
Quando il fumo raggiunse il primo strato di nubi, in cielo si creò un vortice vertiginoso, oltre il quale comparve la luna in tutta la sua solenne bellezza.
La stagione della decadenza era iniziata: ora i morti avrebbero intrapreso il loro viaggio di ritorno tra coloro che amano.
Un sibilo di voci sommesse intonò un canto alla Natura, mentre schiere di spettri, eoni, ninfe e animali leggendari presero ad abitare la montagna, trascinati da un febbrile incanto.
La tempesta si attenuò sul nascere e nell’occhio del ciclone — in quel punto dove il tramonto sposa l’alba e il metallo genera l’oro — il mago e il bambino videro la pace.
Quando il fuoco si spense, entrambi ringraziarono l’autunno, colsero castagne, ortensie e crisantemi e tornarono a casa.