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Alla fine della strada, nonostante i proclami, c’era sempre una recinzione. Si poteva vedere dall’altra parte, ma sembrava sempre tutto troppo immobile, dai lati però si poteva continuare a passare, non poteva essere precluso l’accesso alle persone che abitavano da quelle parti, era giusto così. Il passaggio in quel punto, mi faceva sempre riflettere sull’utilità di quei lavori che fondamentalmente, avevano deciso poche persone chiuse in una stanza, altre persone poi avevano deciso tutte le tempistiche, sia quelle di progettazione, sia quelle di esecuzione. Nonostante il passare del tempo però, notavo dei cambiamenti, il contorno di quella strada trasudava bellezza anche dopo due secoli o giù di lì, mentre quell’accozzaglia di roba installata a terra e ai lati, dai materiali di dubbio gusto e dal design troppo moderno, ne esacerbava l’atmosfera. La sera poi, notavo ancora di più la differenza di quello slargo senza alberi e la maestosità di quei palazzi che, sicuramente avevano vissuto tempi migliori.
Nelle foto d’epoca (perlopiù ristampe), che spesso mi sono capitate di vedere nei posti più disparati, notavo una certa compostezza di quei luoghi, anche se scarni di strutture, anche se colpiti con violenza da un sole che bruciava totalmente le foto, notavo una bellezza dettata da una vita minimale. Pensavo, chissà quali sogni avevano quelle piccole figure ritratte da una macchina sicuramente rara e costosa o forse solo di passaggio. Ho spesso immaginato le loro vite dietro quei sguardi cosi tetri e segnati da un’esistenza non proprio leggera. Avevano sogni, desideri, speranze anche loro?! Presumo di sì. E allora l’unica cosa che ho immaginato dei loro sogni, che forse mancavano due lettere iniziali e diventavano più bi(sogni) che sogni. Un po' di cibo e acqua in più, qualche vestito in più per qualche occasione speciale, un paio di scarpe, una carezza da parte del padre e una in più da parte della madre. Sicuramente non avevano bisogno di un’idea ridicola come la mia, cioè mettere delle parole insieme per dare un senso ad un altro giorno in procinto di morire.
Il bisogno vivo, bruciante, era sempre dietro l’angolo e ogni piccola conquista era una gioia che riempiva realmente di novità una giornata. Una foto in lontananza, un luogo quasi scenografico, persone come puntini lontani, color seppia, semplice, delicata bellezza. Anche questa seppur piccola e insignificante esperienza, dall’altra parte, dall’altra prospettiva, era una conquista da raccontare, da ricordare.
Ma questa è già un’immagine sfuocata che va via con lo sfrigolio di una pagina di un vecchio quotidiano, di quelli piccoli e dal formato gradevole, comodi, di quelli che rimanevano in auto per mesi, a prendere tutto il sole di questa terra di disperazione. Avrei fatto la cosa più sgradevole da lì a poco e cioè, aprire la porticina arrugginita del mio cuore, scendere la scaletta, anch’essa arrugginita, per vedere in che condizioni erano invece i miei lavori in corso. C’era ancora la plastica per imbianchini a terra, piena di gocce di svariati colori, ma le pareti erano bianche o comunque di un colore tenue, c’erano poi delle piccole impalcature e sopra di esse alcuni attrezzi che erano stati usati, ma erano sicuramente abbandonati da tempo. Me ne sono accorto dalle setole del pennello, completamente incrostate da un colore acceso, vivo, direi corallo, ma non notavo questo colore in nessuna superficie, perché!? Mi guardavo attorno e l’unica fonte di luce proveniva da una finestrella messa troppo in alto e che illuminava scarsamente l’ambiente, non capivo perché proprio dietro il vetro, vedevo palesemente un cielo azzurro di carta con delle nuvolette attaccate, anch’esse di carta, eppure questi due elementi producevano una luce tenue che illuminava solo un angolo e ciò che vedevo era abbastanza triste. La ragnatela partiva dalla parte in basso della finestrella per raggiungere una libreria bianca e monca, con i vani troppo piccoli per contenere oltre i tre o quattro libri ed erano tutti titoli che conoscevo ed alcuni si ripetevano, in edizioni diverse. In basso accanto a questa libreria c’era una lampada da terra non funzionante, perché semplicemente in questa stanza non c’erano prese elettriche, poi una bellissima poltrona Ikea dallo schienale ormai sfondato, un borsone sportivo cosi logoro che ho avuto paura di aprire la cerniera, dei cavi che non avevano né un inizio e né una fine, alcuni cd perfettamente sigillati e solo due casse acustiche con il woofer sfondato, tipico di certi ambienti umidi.
Da una vita non aprivo questa porticina e da una vita non scendevo questa scaletta. Non la ricordavo così la mia “stanza”, sembrava quella appartenente ad una casa antica, magari quella dei nonni morti, che apri solo due volte all’anno e di cui non visiti nemmeno tutte le stanze, lasciando alcune inevitabilmente chiuse.
Con un piede ho spostato qualche oggetto, ho fatto fatica e mi sono affacciato alla finestrella, ho stracciato il cielo di carta e le sue nuvolette, ho iniziato a togliere le travi dalle piccole impalcature, piano piano inizierò a portarle su attraverso la scaletta, porterò dei panni umidi per lavare i vani della libreria e acquisterò altri componenti per ampliarla, con un movimento circolare metterò in ordine attraverso la mano e il braccio anche tutti i cavi (nonostante fossero infiniti), porterò su la borsa sportiva, la butterò da qualche parte. Oltre a ripristinare i woofer in qualche modo, porterò il mio piccolo impianto e farò i dovuti attacchi, magari prima farò scendere attraverso un buchino dalla porticina o dalla finestrella un cavo di alimentazione, credo che cambierò anche la poltrona e forse metterò anche un tappeto. Metterò sicuramente qualche quadro e perché no, magari una di quelle vecchie stampe, di quelle vecchie foto di una città diversa, ancora piena di vita, di luce naturale, di sogni, bisogni, passioni e qualche speranza.