Non è così.
Lo dicevo alla platea,
a quell’assemblea di volti già conclusi,
a quell’accrocco di identità esauste
che chiamava giudizio il proprio silenzio.
Non è così.
Eppure mi avete assegnato una forma,
un nome da pronunciare a distanza,
una colpa abbastanza vasta
da contenere tutto ciò che ignorate.
Come fate a non riconoscermi
nella caricatura che avete imparato a temere?
Chi vi ha insegnato a fidarvi
di chi mi racconta al posto mio?
Le mie parole arrivano già compromesse,
trattenute sulla soglia delle piazze,
esaminate alla luce di un sospetto
che precede ogni possibile significato.
Perché costringermi a ripetere
che non è così?
La vita che immaginavo
ha preso strade che non avevo previsto.
Questa, invece, la rivendico.
Con i suoi cordoni mobili,
le sue promesse revocabili,
la sua ostinata sproporzione.
Voglio il massimo.
Lo pronuncio senza abbassare gli occhi,
anche quando il soffitto si allontana
e la scala finisce prima dell’ultimo piano.
Il massimo resta inaccessibile.
Lo sapete anche voi,
voi che avete imparato a chiamare merito
la distanza fra il desiderio e il privilegio.
Intanto, nelle strade,
cambiano i percorsi.
Qualcuno dispone steccati in cerchio,
qualcuno conta le assenze,
qualcuno pianta una tenda
dove fino a ieri passavano le auto.
I cortei finiscono nei comunicati,
le voci si disperdono nei titoli,
le piazze riaprono secondo calendario.
Resta nell’aria qualcosa
che nessuna carica riesce a sciogliere.
La nostra è un’intimità tossica.
Conviviamo.
Voi aspettate da noi una presenza discreta,
una differenza addomesticata,
un corpo che occupi il proprio spazio
senza costringervi a rivedere il vostro.
Noi vi osserviamo da una distanza
che la vicinanza rende ancora più opaca.
Ignoriamo quali dubbi vi concedete a porte chiuse,
quali paure diventano leggi
prima ancora di trovare un nome.
Abitiamo le stesse città
e ne attraversiamo strade differenti.
Fuori, qualcosa si incrina.
I conti, le case, le promesse,
la fiducia depositata negli anni
come una moneta in un distributore guasto.
Voi alzate la voce.
È COSÌ.
Lo ripetete dalle tribune,
nei titoli, nelle conversazioni interrotte,
con la tranquillità di chi possiede
una versione definitiva degli eventi.
Ebbene, io ricordo.
Ricordo le volte in cui avete deciso
prima ancora di ascoltare,
i cordoni che si sono chiusi lentamente,
le domande lasciate senza risposta,
la pazienza richiesta sempre
a chi aveva già aspettato abbastanza.
Ricordo anche la mia rabbia,
la sua fame di essere vista,
la facilità con cui trasforma ogni volto
in un complice.
Forse anch’io ho imparato
a riconoscervi soltanto da lontano.
Eppure continuo a parlare.
Così procede la nostra convivenza:
voi chiamate pace il silenzio ritrovato,
noi ascoltiamo ciò che quel silenzio nasconde.
Non chiedetemi di rassicurarvi.
Non chiedetemi di diventare leggibile
entro i confini della vostra paura.
Avete insistito abbastanza
perché ogni spiegazione somigli a una resa,
ogni attesa a una rinuncia,
ogni cordone a una risposta.
Ora qualcosa cambierà.
Forse saremo noi a cambiare.
Forse sarete voi, finalmente,
a riconoscere il rumore dei passi
nella strada che credevate vuota.
O forse resteremo tutti
a difendere le nostre versioni,
finché le mura non reggeranno più
il peso di ciò che vi abbiamo affidato.
Dicevo alla platea:
Non è così.
E ancora lo dico.
La differenza è che adesso
avete cominciato ad ascoltare.
E fuori,
qualcuno ha già smesso di aspettare.