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T’ho chiuso in un guscio di noce
per proteggermi dalla tua ira
tu, ch’eri l’eco siamese della mia voce.
Ma il mio puro sentire è al sicuro, ancora respira.
A pugno duro, mi ha spezzato il silenzio,
t’avevo respirato e m’hai offerto assenzio,
senza concedere conforto d’ali o di braccia
come temporale improvviso hai tuonato,
scagliando poi silenzi scolpiti da inspiegabile ferocia.
Spari nell’aria sai, spari a salve ma non ti curi di ferire,
spari a chi t’aveva donato l’incanto di una brina primaverile.
Non ho interesse per lo scontro né più appigli dentro,
sono sola, in balia di un terremoto, vicina all’epicentro.
Non ho più nulla da darti, solo queste parole al vento
volate via senza trovare posa, evaporate in tormento.
Piove rugiada, rimane impigliata nelle ciglia,
scivola a spegnere fuochi dolosi e l’anima bisbiglia:
“Ti ricordi? T’avevo chiesto soltanto una cosa.
Ricordi? …soltanto una cosa.”
Il perché che vorrei conoscere è racchiuso in una breve prosa.