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IL MESTIERE DELL'INSEGNANTE
Sembrava proprio che nessuna materia potesse interessarlo, soprattutto storia a cui tenevo molto. E dire che spesso avevo cercato di coinvolgerlo, illusa di possedere una prometeica forza. E invece non possedevo proprio nulla, se non una certa propensione a adirarmi con facilità. E questo lui lo coglieva, lo fiutava istintivamente e mi rispondeva picche.
Diceva che non lo interessava ciò che era accaduto nel passato, che era tutto molto noioso e che non valeva la pena imparare date e fatti per poi dimenticarli quasi subito. Quindi non intendeva applicarsi nello studio per mandare a memoria lezioni noiose che non ascoltava nemmeno.
I colleghi mi consigliavano di proporgli racconti di fantasia a contenuto educativo e con riferimenti all’attualità, ma a me il fantasy non è mai piaciuto. Preferisco il realismo, il verosimile. Anche le fiabe mi annoiano, soprattutto quelle moderne e non desidero cimentarmi nella spiegazione di testi che io per prima non amo.
Però, il fatto che Igino Triossi si incaponisse a rifiutare tutto ciò che gli mettevo nel piatto, dalla storia di Colombo alle imprese di Gengis Khan, dalla scoperta della tomba di Tutankhamon ai viaggi di Marco Polo, costituiva per me motivo di tormento e di contrarietà.
E poi c’era l’esame di licenza.
Di che cosa avrebbe parlato questo ragazzo di fronte alla commissione esaminatrice? Che cosa sarebbe stata in grado di insegnargli la sua professoressa? C’erano tutte le attenuanti del caso, ma un docente ha bisogno di vedere il frutto del proprio lavoro, ha bisogno di gratificazioni per poter proseguire il suo cammino.
Igino…Gino, come lo chiamavamo tutti, se ne stava costantemente a testa ingiù, le braccia allungate sul banco con le mani perennemente sporche di bianchetto e di segni di biro, a ridacchiare e a parlare tra sé perso nel suo mondo, o a lanciarmi messaggi del tutto estemporanei che richiedevano paziente comprensione.
Erano giornate di indicibile malessere . Pensavo fosse disumano costringere docente e discente alla stessa frustrante tortura. Mi chiedevo perché dovessi sottopormi a un compito così ingrato. A volte, percepivo Gino come un puntolino sperduto tra molti altri che mi attendevano all’orizzonte. Mi risultava impossibile tollerare la sua insofferenza che sfociava nell’irriverenza.
Un’amica, insegnante alla scuola media di Imola, mi invitò a trascorrere il week end da lei.
Accettai di buon grado sperando che si potesse allentare l’assedio a cui mi sentivo sottoposta, l’assedio dei genitori che si aspettavano miracoli dall’insegnante, dei colleghi che, insidiosi, alludevano al mio svolgere un incarico destinato ad un solo alunno. Speravo anche di ricevere qualche nuovo stimolo, qualche inopinato momento di illuminazione.
Partecipammo alla presentazione di un libro per l’infanzia nel quale l’autore raccontava una storia vera, la storia dell’orso Wojtek, il guerriero sorridente, che era stato salvato da due bambini e poi adottato dal Secondo Corpo d’Armata polacco del generale Anders. Insignito del grado di caporale addetto ai rifornimenti, lo straordinario soldato aveva contributo alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo.
L’autore sottolineò il momento di ingresso a Imola delle truppe polacche alleate, con l’orso Wojtek in bella vista dentro un camion.
Decisi di proporre la storia a Gino. La consideravo la mia ultima carta.
Il lunedì mattina mi presentai a scuola con un enorme orso di peluche al quale avevo applicato una medaglia di sottile latta con inciso, mediante la tecnica dello sbalzo imparata da studentessa alla scuola media, il nome Wojtek.
Chiesi alla collega di inglese di farmi raggiungere da Gino direttamente nell’aula dove avevo messo la montagna di peluche "seduta" alla cattedra, accomodandomi al suo fianco.
Gino sobbalzò davanti all’inattesa presenza e si arrestò stando in piedi in mezzo all’aula.
-Ma assomiglia all’orso che c’è nel rifugio! - disse subito guardandolo incuriosito- vabbè che quello è bianco.
-Sì, ma questo non è stato catturato dagli esploratori. Questo è un soldato che ha combattuto durante la Seconda Guerra Mondiale ed è morto di morte naturale in uno zoo.
-Ma va! Un soldato!? Ma sparava?
-No, non sparava! Portava cibo, casse di rifornimenti per l’esercito.
Gino è meravigliato. Guarda l’oggetto e ci gira un po’ intorno. Poi, gli accarezza una zampa.
- Uh! Come è morbido! Ma questo è un giocattolo, non è il vero orso.
- Certo, non potrebbe. Ma serve per immaginare quello vero. Immaginare come sarebbe.
- Ma veniva dal Polo Nord?
Gino sembra improvvisamente molto lucido.
-No, dalla Siria, poi dall’Iran dove i polacchi avevano allestito un campo per prepararsi ad affrontare la guerra in Italia.
Gino abbassa la testa. Gli è nuova questa cosa dei polacchi in Italia.
-Sì, i polacchi erano nemici dei tedeschi perché la Germania aveva umiliato la loro terra e, perciò, aiutarono l’Italia.
Gino mi guarda. Sembra assente. Ma si rimette in ascolto.
Il cuore mi batte.
Spero.
Adesso stringe tra le mani la medaglia di latta e io gli dirò del nome, uguale a quello del giovane soldato che teneva l’orso con sé e che racconterà la sua storia molti anni dopo la fine della guerra, gli dirò della battaglia di Montecassino, dell’infermeria, del generale Anders e tutto ciò che mi riuscirà.