"Jane guarda l’icona sullo smartphone.
Una bistecca. Al sangue perché c’è una linea rossa, forse una striscia di sangue, appunto.
Soprattutto guarda il nome dell’applicazione.
Vampps.
Che nome del cavolo.
Dev’essere una parola formata dalle iniziali di altre parole. Acroqualcosa.
Comunque un nome del cavolo per un’icona del cavolo per un’applicazione del cavolo.
Ma era l’unica funzionante.
Le aveva provate tutte. Foodora, Glovo… inutile fare l’elenco: tutte. Ma nessuno dei servizi di food delivery era attivo.
La neve. Doveva essere colpa della neve. I riders giravano in bicicletta e, con la neve, le bici avevano problemi.
Per questo i tempi di consegna erano così lunghi. Alcune app, poi, non funzionavano per niente.
Tranne quella, appunto.
Vampps.
Consegna un cinque minuti. Sì, figuriamoci.
Aspetta. Non è che paghi e quelli ti fregano i soldi o ti hackerano lo smartphone? Be’, basta usare la prepagata. E quanto allo smartphone… è l’occasione buona per farsene regalare uno nuovo. Siamo ancora in periodo di feste, no?.
Così Jane ordina (bistecca e patatine fritte, come sull’icona tanto, come si diceva, siamo ancora in periodo di feste) e paga.
Consegna in quattro minuti, dicono.
Sì... e chi viene, Babbo Natale con tanto di slitta e renne?.
Si mette alla finestra e guarda fuori. Siamo in zona rossa e il suo ragazzo non ha potuto venire a trovarla. Cioè, non ce lo hanno fatto venire. Si sono fatti una video chiamata poco fa. Prima della pandemia una relazione a distanza le piaceva, ma adesso… boh. O forse è solo il suo ragazzo che non le va più. Dovrebbero inventare una app anche per quelli. Anzi no, esistono già.
Suonano alla porta.
Be’, quattro minuti avevano detto e quattro minuti sono. Anche meno. Strano che non abbia visto arrivare il rider.
A proposito di ragazzi, intanto che va ad aprire si chiede che aspetto abbia quello alla porta. Alcuni non sono affatto male.
Apre.
Il tizio non è malaccio. Soprattutto alto. Un po’ pallido, però. E ovviamente straniero.
Jane lo capisce da come le chiede: «Sei tu che hai chiamato?».
Jane risponde di sì, il tipo sorride e...".
«… ed è un vampiro» disse Gabriele dall’altro terminale della videochiamata. Sulla faccia aveva un sorriso di trionfo simile a quello che Trajan aveva immaginato sulla faccia del mostro.
«La faccenda dell’app non è male. I vampiri non possono entrare nelle case se non sono invitati, non è vero?» chiese Gloria.
Trajan rispose di sì. Almeno, alcuni di quelli di cui narrano i romanzi.
«Detesto le storie di vampiri» intervenne Gabriele «mi hanno stufato».
Fu la volta di Maria «il personaggio di Jane non mi piace. La tipica visione maschilista. La solita squinzia viziata che fa una brutta fine perché va dietro ai ragazzi. È come se dicessi che mi aspettavo una storia di vampiri perché tu sei di origine rumena...».
«...che poi è proprio quello che hai fatto» di nuovo Gabriele.
«E poi perché in America? Esistono le zone rosse in America? E perché è a casa da sola?» disse Maria.
«È in quarantena» improvvisò Trajan. Non aveva precisato dove si svolgesse la storia: il nome “Jane” gli era venuto in mente senza un motivo preciso. Tuttavia, decise di non dirlo. Maria era entrata in “modalità contestazione”. A lei piacevano le storie di vampiri romantici tipo “Twilght”, anche se non lo avrebbe mai ammesso. E, ovviamente, Gabriele le andava dietro.
«Io cambierei il nome della app» suggerì Gloria «La storia è buona e il finale abbastanza a sorpresa. Se fosse un corto potrebbe essere un jumpscare. Il nome della app, però, se uno ci sta attento, è un po’ troppo… come dire… rivelatore».
“Se uno ci sta attento” pensò Trajan. Segno che almeno Gloria lo aveva ascoltato.
«Il problema è che i vampiri non esistono» disse Gabriele.
La connessione cominciò ad andarsene per i fatti suoi: le immagini si bloccarono e l’audio prese ad arrivare in ritardo. Trajan ne approfittò per salutare frettolosamente. L’idea di leggere il suo ultimo racconto ai suoi (amici) compagni di scuola, alla prova dei fatti, non si era rivelata granché. L’ultima a chiudere la comunicazione fu Gloria, che gli domandò come stava suo padre.
«Bene» mentì Trajan e si chiese se non fosse il caso di proseguire la chiamata, ma limitatamente a loro due. La rete, però, decise per tutti.
Il video si oscurò e Trajan Lutea si girò verso suo padre che dormiva sulla branda.
Bene. Sì, come no.
Non stava neanche male, però.
Se, la prossima volta che si fossero sentiti (se), Gloria glie lo avesse chiesto, le avrebbe detto che il vecchio stava “abbastanza” bene.
Certo non era Covid.
O, se lo era stato, non era più pericoloso.
Roman Lutea non aveva più né febbre, né tosse, né dolori.
Certo, non mangiava più nulla, ma si sa che il Covid ti priva del gusto e dell’olfatto.
Era la spossatezza a preoccuparlo.
Trajan poteva parlare a poche decine di centimetri dalla testa di suo padre (come, in effetti, aveva appena fatto) senza che Roman Lutea si svegliasse .
Poteva essere una mutazione del virus, aveva pensato più volte Trajan. Ne scoprivano di nuove ogni settimana.
Certo, sarebbe stato tutto più facile se avesse potuto sentire un medico. Ma non si poteva.
Roman Lutea aveva perso il lavoro e si era dovuto adattare a fare il rider per una cooperativa.
“Da dove prendi le tue idee?” chiedono sempre agli scrittori. A Trajan nessuno lo aveva chiesto, ma Trajan non era uno scrittore. Se lo avessero fatto, però, avrebbe saputo cosa rispondere. Avrebbe anche potuto raccontare vere storie dell’orrore, se fosse stato possibile. Ma non lo era.
Tra i riders caporalato e clandestinità erano la regola e, stando a quanto lasciava trapelare Roman, il caporale di suo padre era terribile. Se parlavi troppo la sanzione non era il semplice licenziamento.
I presidi sanitari erano a carico dei rider – cioè del tutto insufficienti per gente che incontrava dozzine di persone ogni giorno e che non sarebbe mai andata dal medico di base, all’ospedale, o al pronto soccorso.
Quanto al vaccino che, di lì a poco, sarebbe stato somministrato alla popolazione, i clandestini sono come i vampiri: non esistono.
Di materiale umano da infettare per diffondersi e mutare, il virus ne aveva quanto ne voleva.
Tuttavia, pensò Trajan, sforzandosi di essere ottimista, con l’anno venturo le cose sarebbero andate meglio.
Il giorno prima suo padre aveva detto che, se avesse continuato a migliorare, avrebbe potuto tornare al lavoro.
In effetti, da un po’ di tempo, quando si svegliava, Roman sembrava più in forze, anche se le conseguenze della malattia si vedevano ancora.
Presto, come ogni giorno, dopo il tramonto, suo padre avrebbe aperto gli occhi, che sembravano sempre iniettati di sangue, ma che un paio di occhiali poteva nascondere.. e poi chi guarda un rider negli occhi?
Si sarebbe alzato e avrebbe sorriso con quegli strani, nuovi denti, così simili a zanne.
Non esistono testo di Rubrus