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non so se è per tutti la fame.
quand'apri il frigo e...
ehi. senti solo un gran vociar' di rane.
il gracidar in pancia divien grave,
del gracchiar della cornacchia imprigionata,
è il color delle pareti,
della buia e cavernosa grotta d'echi.
bolle'l fiume inacidito,
che lui scoppia condensato,
d'esplosioni in verdi fanghi,
fluorescente sbava ombrosa,
cagna ringhiante,
che con fare prepotente,
non stai zitta, sbraiti; disperatamente.
cerca'l cibo pe'i suoi figli,
d'acidi gl'appigli,
dei suoi scorticanti artigli.
le forchette vuote,
e il verm'appeso che duole.
Lo vedi? io si, lo immagino.
a volte il mio miglior amico,
è semplicemente un silenzioso
e luccicante rebbio pulito, ma,
se lo guardi nel suo splendore,
d'acciaio come il muscolo del cuore,
è vero che duole,
che con lo specchiar dell'ore fa perder'ore,
diventa... della perfezione, la perdizione.
Ahi... e come duole,
la ricerca puntuale del niente.
un vecchio volto del temp'andato mi disse:
Il tutto, è del niente.
così strano in tutti i miei me il pensare,
l'uova al sugo centenarie, invece, eran pe' sfamare.
domani probabilmente coll'unghia,
proverò a staccare sugo secco di passato,
perché cercar di stringer l'aria con la mano,
ti fa perder in stanze più vuote,
di una stanza senz'amore.