liberi pensieri sulla poesia.

scritto da Oldman61
Scritto 22 giorni fa • Pubblicato 21 giorni fa • Revisionato 21 giorni fa
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Una riflessione personale sulla poesia intesa come esperienza del lettore: non verità assoluta né giudizio critico, ma immagine, ritmo e voce come luoghi in cui l’emozione prende forma.
- Nota dell'autore Oldman61

Testo: liberi pensieri sulla poesia.
di Oldman61

Credo che per discutere di poesia sia consono affrontare il problema dal punto di vista del lettore. Generalmente ogni azione è compiuta al fine di ottenere una gratificazione. Nel caso della lettura, non essendoci vantaggi materiali, risulta evidente che la soddisfazione ottenuta sia del tutto emozionale. Il motore emotivo nell’uomo viene attivato dalla percezione fisica o psichica di un’immagine, sia essa oggettiva o che rimandi puntualmente a immagini già presenti nel fruitore del verso. Potremmo semplicemente concludere, senza ulteriori analisi, che la poesia ha il compito di proporre immagini capaci di offrire un carico emozionale come gratifica all’impegno della lettura stessa.
Ciò che differenzia la poesia da altre forme di scrittura sono la metrica, il ritmo e la presenza di una struttura strofica ricorsiva. La metrica per me rappresenta un filtro: un setaccio attraverso il quale una qualsiasi proposizione, liberandosi di quella parte descrittiva ridondante tipica del “bel scrivere” narrativo o prosastico, offra l’immagine più pura e limpida possibile, tipicità propria del verso poetico. La ritmica rappresenta il supporto alla declamazione, senza la quale la lettura ad alta voce si disperderebbe senza forma, come un corso d’acqua privo di argini, delegando al lettore il compito di porvi rimedio. La struttura strofica è invece la sequenza ordinata di immagini, tessute equanimemente dallo spirito di scrittura del poeta e offerta in modo percepibile al lettore.
Vorrei ora focalizzare alcuni punti che l’attuale critica letteraria pone alla poesia. Sicuramente il più evidente è la "mediocrità". La mediocrità, vocabolo tipico di un’attività intellettuale razionale, comporta per metodo la definizione di un campione certo e universale attraverso il quale misurare gli scritti altrui. Al di là di un certo campanilismo di parte, nessun critico ha mai offerto in analisi un metro campione oggettivo di misura; in assenza del quale, la critica smette di essere analisi e diventa cronaca di un gusto personale. Sarebbe più corretto parlare di piacere personale della lettura, che affonda le sue radici nell’empatia. Identifico l’empatia come una radice esperienziale comune che il lettore avverte come affinità con la poesia di un certo autore.
Fu proprio Umberto Eco a scrivere che un testo ben strutturato seleziona a-priori il proprio pubblico, facendo decadere ogni velleità di universalità e verità assoluta. Intanto perché la verità necessita di un senso comune del sentire, una cultura viva nei suoi usi e costumi che è necessariamente collocata in un preciso orizzonte storico-temporale. Mentre l’universalità di una poesia, non potendo risiedere nel suo grado di verità, può solo risiedere nella purezza dell’immagine. Un tramonto, una partenza, una perdita, un desiderio, sono pressoché uguali oggi come lo erano nel mondo ellenico omerico.
Se applichiamo il riduzionismo fenomenologico al verso, scopriamo che l’architettura poetica di autori diversi poggia sulla medesima radice esperienziale; ciò che muta è solo il timbro della voce. Il dolore di Pascoli, Saba, Ungaretti o del Carducci in Pianto Antico è comune, e il suo grado di verità è equivalente. Un altro elemento che spesso la critica pone in evidenza è l’artificiosità del linguaggio di un poeta, come se fosse scientificamente possibile pensare al di fuori di se stessi. Il linguaggio grammaticale per sua natura è epigenetico, ovvero viene contaminato dalle esperienze di vita di ciascun poeta, che scrive il proprio linguaggio abitandolo dall’interno. Anche qui la differenza linguistica tra D’Annunzio, Montale e Pasolini si assottiglia alla sola sensibilità ed esperienza di vita umana.
Eppure, qualcosa nella poesia contemporanea è mutato rispetto ai canoni classici. Personalmente trovo il punto di rottura nella dismissione della poesia declamata. La poesia non è quasi più letta ad alta voce, ma viene valutata mentalmente. In questa modalità di fruizione le neuroscienze mostrano come solo una quota relativamente ridotta delle risorse cognitive, circa il 30%, venga impegnata nella lettura, per lo più indirizzata alla ricerca di significato, non distinguendo un esito radiologico da un manuale d’istruzioni o da una poesia. L’oggetto della ricerca mentale si sposta così sul piano della conoscenza empirica. Al contrario, l’ascolto di una poesia declamata, capace di rendere percepibili ritmo e rime, arriva a coinvolgere circa il 75% delle risorse cerebrali, attivando aree specifiche connesse con le emozioni, come il sistema limbico, e restituendo al verso la sua piena specificità. Ciò ha condotto a una perdita progressiva delle caratteristiche differenziali del verso e a un giudizio basato unicamente sul suo significato che, come ho evidenziato, non può essere eterno o assoluto essendo piantato in un preciso orizzonte culturale.
Resta alla poesia, giustappunto, la forza universale delle immagini che, senza un significato razionale preciso, lasciano spazio e modo di essere abitate dalle emozioni universalmente comuni del lettore. In chiosa, potremmo ridefinire il significato più puro della poesia come: immagine che il cuore muove, "e intender non lo può chi no lo prova".
liberi pensieri sulla poesia. testo di Oldman61
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