Fino ad oltre dieci anni dopo la fine dell'ultima guerra, molte città del centro sud d'Italia conservavano ancora intatte le grandi cicatrici di quell'immane conflitto, sia in termini di macerie materiali che umane e, in molti paesini dell'interno, fino all'inizio degli anni '60 ed anche oltre non arrivarono né l'elettricità né l'acqua corrente nelle case. Anche nelle grandi masserie isolate, specialmente quelle pedemontane, non c'èra nemmeno il cesso in casa e si andava a fare i propri servizi fuori casa. I più fortunati, avevano capannucce di canna costruite ai margini dell'orto, servite dallo stesso ruscelletto d'acqua dell'rrigazione che, con una apposita deviazione, portava via lo scolo delle deiezioni. Io da bambino vivevo con i nonni, in un piccolo podere tra gli appennini non ancora raggiunto dalla modernità, dove i nonni vivevano nello stesso modo dei loro genitori e di quelli prima di loro, strappando ai boschi i terreni da coltivare, un pozzo davanti casa, lumi a petrolio per l'illuminazione e la stalla degli animali posta immediatamente sotto la camera da letto, dove dormivo anch'io in mezzo a loro. Quando ero bambino mio nonno mi sembrava un gigante di quercia rugosa su cui svettavano un paio di baffoni grigio-neri ed un eterno cappello di feltro scuro, ingrigito all'attaccatura della tesa da una solidificata striscia di sudore antico. Cercava di tenermi insieme a lui per tutto il giorno, mentre la nonna badava alla casa, all'orto, agli animali da cortile ed alla preparazione dei pasti. Così i miei ricordi d'infanzia sono tutti legati ai campi estivi della raccolta del grano, del fieno e dell'erba medica; alla piccola mandria di vacche da portare ad abbeverare due volte al giorno alla sorgente che scaricava le sue acque in una vasca di pietra antica; al cavallo scalpitante nella stalla ed al calesse sotto la tettoia; oppure alla preparazione dei campi all'inizio dell'autunno, ai lunghi inverni con la neve tutta intorno, con le giornate più corte in cui si viveva quasi sempre in casa ed il lavoro era incentrato solo sul governo degli animali. Fino a quando non riesplodeva la primavera, quasi all'improvviso, con il disgelo ed il ritorno del cinguettar di uccelli, i primi fiori, il verde che faceva capolino nei campi.... Ed era quello il periodo che mi piaceva di più; più dell'estate, più dell'autunno che pure s'accendeva di colori...La primavera mi accendeva le gote e mi faceva venir frenesia alle gambe! Allora correvo fuori dalla masseria e sgambettavo dappertutto, rompendo agli altri fino a quando, di sera, non crollavo dal sonno davanti al camino...dopo che per tutto il giorno la nonna si era inutilmente sgolata con me per le sbucciature alle ginocchia, le scarpe infangate o lo starnazzare delle galline che inseguivo fino a dentro il pollaio. Il nonno, invece, non mi rimproverava mai e, salvo quando armava il calesse per percorrere i venti e passa chilometri per raggiungere il paese più vicino, mi teneva sempre con sé, sistemandomi sul carro quando spietrava i campi o facendomi camminare a fianco a lui quando arava con il vomere di ferro e legno trainato dai buoi. Oppure quando ripuliva le stalle e caricava il letame sulla traìna per portarlo fino allo stabulo. Ma il momento più bello era quello di quando, a cavallo, faceva il giro serale del podere fino al limitare dei boschi, là dove controllava la sicurezza degli stazzi delle pecore e se i gualani - i ragazzi “in affitto” avviati alla pastorizia – erano svegli e di guardia; oppure se i maiali lasciati liberi nel bosco - dalla primavera fino all'inizio dell'inverno - fossero aumentati di numero con le nuove nascite. In quelle occasione non smetteva mai di parlarmi: mi indicava e mi diceva i nomi di animali, uccelli, colline, alberi ed ogni genere di cosa che attirava la mia curiosità, spiegandomi con la sua voce gentile tutto quello che gli chiedevo in continuazione. Mi insegnò così i nomi di piante, alberi, animali selvatici ed anche degli uccelli, dicendomi che i falchi si chiamavano “cristarelli” perchè si fermavano in alto nel vento, con le ali aperte a formare una croce col corpo allungato sulle penne della coda. Seduto in groppa al cavallo dietro di lui io incameravo, incantato, tutte quelle notizie e, anche se non riuscivo a comprendere tutto, al ritorno le ripetevo alla nonna come un racconto, mentre lei ci riempiva i piatti per cena. Il Nonno - che in casa ritornava taciturno - si sedeva e mangiava quasi infastidito da quel mio continuo blaterare mentre la nonna, con un cenno di sorriso, ci riempiva i piatti guardando di sottecchi il marito. Non li sentii mai bisticciare, quei due; e nemmeno li vidi scambiarsi effusioni anche se, a quell'età, difficilmente avrei capito. A poco più di cinque anni il nonno cominciò a portarmi a caccia perchè, salvo che nell'inverno nevoso - quando in tavola si vedeva compariva qualche insaccato di maiale - la carne che si mangiava nel podere era quasi sempre selvaggina. Anche per i lavoranti, a cui veniva distribuita solo una volta la settimana, mentre la nonna, invece, la cucinava oltre che di domenica, anche due o tre volte la settimana. Ogni mattina, poco prima dell'alba, io il nonno e i suoi due cani da caccia ( un setter per i volatili e un grosso bastardo di lupo per i cinghiali ) ci allontanavamo per la caccia fino a quando un fagiano, una starna, un coniglio selvatico o una lepre non cadeva al tiro dello schioppo ad avancarica ( che era stato già del bisnonno ) o non veniva trovato prigioniero in una delle trappole messe in posizione la sera prima. Lui allora raccoglieva la preda e la eviscerava sul posto, se si trattava di volatili o la scuoiava e ne toglieva le interiora, se catturavamo una lepre o un coniglio selvatico. Dopo di che si tornava a casa, quasi sempre in tempo per vedere i lavoranti che iniziavano la giornata con il sole che s'alzava pieno oltre i monti dell'est. Mio nonno non si attardava mai oltre a caccia, perchè non prelevava più di quello che serviva per il pranzo o la cena; ed ogni volta mi ripeteva che non si uccide solo per il gusto di uccidere, ma per necessità. E secondo lui era necessario che almeno due o tre giorni la settimana si mangiasse carne, altrimenti ci si ammalava e che la Natura era un grande contenitore da cui, però, bisognava prelevare solo il necessario, per non turbarne l'equilibrio. Imparai così a mettere le sottili trappole per conigli e lepri; a chiamare le quaglie con il fischietto d'osso montato sulla borraccetta di pelle rigonfia di fieno da percuotere ritmicamente con la mano; a scuoiare e spellare le prede e a lasciare le visceri in determinati punti di modo che le poiane potessero cibarsene insieme agli altri animali - spazzini. A sei anni sparai per la prima volta con lo schioppo del nonno ( che lo aveva caricato con una dose di polvere ridotta ) e tornai dalla nonna orgoglioso del livido che il calcio del fucile mi aveva creato sulla spalla quando mi aveva scaraventato a terra a gambe all'aria. Imparai a riconoscere le orme degli animali, distinguendo quelle delle pecore e delle capre da quelle dei cinghiali e quelle dei cani da quelle dei lupi...Queste, quando le vidi per la prima volta - ampie, quasi rotonde eppure poco profonde, come se le avesse impresse un animale leggerissimo – fu anche la prima volta che il nonno mi sembrò preoccupato. Si piegò su un ginocchio e con la mano misurò l'ampiezza dell'impronta, allargando le dita su di essa. «... un lupo... » disse a bassa voce, quasi un sussurro. Il suo tono fu strano e ancora oggi non so dire se quella scoperta lo preoccupava o lo meravigliava. Fu allora che sentii nominare il lupo per la prima volta e, come sempre, attesi che lui mi spiegasse di che animale si trattava, come era fatto e tutte le altre cose che mi raccontava sempre quando trovava le tracce di un animale che io ancora non conoscevo. Ma quella volta si alzò in piedi senza parlare, appoggiandosi con la mano al fucile che però non rimise in spalla, mentre con lo sguardo scrutava il limitare del bosco poco lontano. Quel mattino – era uno degli ultimi giorni di un freddo e fangoso novembre – interrompemmo la caccia per tornare alla masseria dove, per la prima volta, lui non mi portò con sè quando, dopo aver sellato la giumenta baia, partì al trotto verso gli stazzi delle pecore posti più in basse nella valle, portandosi appresso il fucile, cosa che non faceva mai quando andava a cavallo. Più tardi la nonna mi disse che era andato a mettere in guardia i pastori per la presenza del lupo. E che se ce n'era uno ce ne dovevano essere almeno altri quattro o cinque. O anche di più. Allora io non capii tutta quella preoccupazione che leggevo nei volti intorno a me. Lo avrei capito qualche anno più tardi...a spese mie.
La prima volta che sentii parlare del Lupo testo di Pellegrino2