A te regina, signora di popoli
e imperi,
dall’acque celesti d’Eufrate
si solleva un inno di grazia;
sulle vesti decorate d’oro
sulla seta orientale intrecci le
ciocche brune nella crocchia
sovrana sul capo regale.
I fiati di zefiri dell’est cingono
la vita, sussurrano di guerre
e massacri,
accarezzano la pelle e i seni
gli alisei profumati di sangue.
Il profilo delicato di vergine
affaccia sul greto di un deserto
cocente;
sulle ciglia placidamente piegate
danzano le frasche e cozzano
le liane dai fiori cremisi;
filigrane di gemme tra i capelli,
polsi cinti da aurei rilievi,
le mani di un amante sono
le gioie che amano il tuo collo;
passi nudi sul ciottolo striato
della quinta meraviglia, la cascata
smeralda su balaustre di marmo;
in quadri al cielo elevati,
svettano le pendule fasce di germogli;
e qui, nella Porta di Dio, ella passeggia
nel posto dove nascon le rose,
le gemme fertili nel mare di fuoco.
Sulle mura erose dal sole
con anelli intarsiati
si imprimono marchi e sigilli
dove il ferro di spade affilate
ardente forgia e conia
il potere tuo, signora di Babilonia.
Dalle delicate dita ti stilla copioso
il gran peccato di Babele,
e risuona negli echi di Ninive,
fatale meraviglia degna
dell’opera in cui vaghi pensosa;
e non ancille che cantano,
non scrosci di fonte limpida,
non il melodico fischio di Kharbe,
ma lo scocchiar di frusta e il graffiar
di lama mozzano l’anima;
inesorabile, letale fascino assiro,
seduttore spietato a Bactria,
spiri tra i rami e le pietre levigate,
incontenibile, sfrenata di ogni eccesso
e lascivia;
un sogno proibito che nulla
ha d’umano,
a spezzare la follia leggendaria
corse il gesto della tua mano.
Se il Tigri si colorò di rosso,
esso colò dalle scale del trono,
e l’epica ancora si riempie,
di te e delle tue emuli ammalianti,
forse né sante né empie.
Quinta meraviglia testo di Danius