La cella si apre lungo il passaggio fino all'orto botanico, dove lo speziale del monastero coltiva le sue erbe officinali e, in un giardinetto non accessibile, quelle venefiche che, dosate, sono essenziali per sintetizzare preparati galenici. L'uomo che ora veste il saio ha lasciato il secolo per spegnersi, quando Dio vorrà, nella serenità del chiostro, perché il corpo caduco, il giorno del Giudizio, quando Bene e Male incroceranno le armi, sia trasfigurato e finalmente glorificato. Fece da secondo a un vegliardo che aveva gli anni del noce che ancora oggi cresce nel punto di intersezione delle due diagonali del rettangolo aureo. Era spirato, serenamente, forse per il volontario digiuno protratto o forse per una forma di insufficienza epatica che comunque allora non si sarebbe potuta diagnosticare. Aveva la cauta flemma e un certo cipiglio nell'educare e nel tramandare i più arcani segreti sulle virtù delle piante curative, che dovevano essere trasmessi solo oralmente per espresso ordine della disciplina cenobitica.
La morte fu accertata dal medico di corte, che di solito interveniva se un caso fosse, o comunque apparisse, sospetto o almeno dubbio. Che le labbra fossero bluastre e che sulla pediera fosse rovesciata una coppa con un fondo di liquido oleoso che sapeva di mandorle amare destarono qualche sospetto, subito tacitato per intercessione dello stesso priore. D'altro canto, il solo a conoscere le proprietà mortifere di certe erbe o funghi che prosperavano dappertutto, perfino tra le fughe dei lastroni grezzi, era il vegliardo che ora non poteva più proferire verbo.
Di quell'uomo si ignoravano l'origine, il nome, il casato. Quando fece per iscritto la domanda di postulato, formalizzò che era stato, al secolo, uno speziale che svolgeva l'attività in un grosso borgo e che, per ragioni di certi rivolgimenti politici, fu mandato in esilio quando, chiamato un podestà a dirimere la conflittualità tra almeno due fazioni, allontanò i soggetti più facinorosi, tra cui il suddetto.
Qualche mese addietro, quando le tignose verdognole avvizzivano, nell'umidiccio dove esala un aroma di fungino dall'humus del sottobosco e dal frascume umido, pernottò due notti nella foresteria un cavaliere appena tornato dalla Terra Santa. Il terzo giorno – e l'alba non era ancora sorta – montò in sella, senza essersi congedato o aver reso grazie per l'ospitalità. Le cappelle dei funghi furono escisse con l'abilità del cerusico e le lamelle sparse qua e là.
Il vegliardo aveva lasciato intendere della nascita di un figlio che comunque non aveva mai conosciuto, generato in una notte di tregenda al settimo mese. Qualcuno lo metteva al corrente di questo presunto nato dalla sua carne. Qualcuno che tirava i fili di quella comunità. Qualcuno che teneva i contatti con il mondo profano. I piccioni viaggiatori tubano nella colombaia, nessuno è mai stato in grado di decifrare i colombigrammi aggomitolati alla loro zampa. Qualcuno che di notte accedeva alla biblioteca. Il padre guardiano più volte tentò di sorprendere il "nottambulo dello scriptorium". Ma ogni tentativo fu vano se non velleitario.
L'anno precedente, nel pieno dell'inverno, si consumò una moria di piccioni per avvelenamento. La mattina il novizio, destinato al ruolo di portiere, ne conteggiò una ventina irrigiditi, sulla neve, le ali arruffate e distese, il rostro intorpidito, contratto per lo spasimo. Qualcuno di notte fece ingresso nell'officina erboristica rovistando sulle mensole tra le sacche nella teca dei veleni.
Il vice-priore, che si svagava con l'uccellagione, ripopolò la colombaia con nuovi volatili catturati nel bosco con lacci e vischio. Tre mesi dopo fu trovato riverso presso il pozzo. L'inquisitore volle accertare i fatti per quell'odore di noce vomica che emanava dal cadavere, ma il medico di corte sentenziò che la cagione della morte fosse ascrivibile a uno sbilanciamento dei quattro fluidi corporei.
L'inquisitore fu rimosso con la formula "promoveatur ut amoveatur" secondo una delle massime giuridiche in uso. Informò dei fatti il coroner, che trasmise una dettagliata esposizione degli eventi al procuratore regio. Il tono della denuntiatio stilata dal coroner fu di tal fatta: "Tanto premesso, ponderati i fatti summenzionati, si rileva che il medico di corte ha reso verdetto di morte naturale, che il priore è personalmente intervenuto per tacitare ogni altra domanda. Non si ravvisano condizioni che consentano alla giurisdizione ecclesiastica del luogo di garantire l'accertamento della verità su eventi che, nel loro concorso, configurano il crimen di delitto reiterato. Si chiede pertanto l'invio di un magistrato regio munito di autorità sopra la medesima giurisdizione."
Il procuratore, convinto che non esistessero di fatto presupposti giuridici rilevanti, né necessari né sufficienti, decretò il fallimento del bando scrivendo: "Veduti li indizi de la denuntiatio, gravi assai ma non piena pruova, non constat nobis nec curie nostre aliquem ex fratribus vel officialibus dicti monasterii fuisse et esse culpabilem de contentis in dicta inquisitione. Non si assolve dunque in perpetuo, ma solo ab instantia, sì che la causa resti sospesa e non chiusa. Gli atti si pongano ad futuram memoriam; e la causa, per ora, si dica non liquet."
Nonostante l’assoluzione fosse stata pronunciata ab instantia, nonostante fosse stato accertato che il crimen fosse un dato di fatto, cioè verità sostanziale, ma non ancora verità processuale, nessuno rivangò più il caso.
L’inquisitore e il coroner durante una battuta di caccia da appostamento non fecero più ritorno. Il vino di corpo con chiazze sulle labbra sapeva di mandragola.
Le mandorle amare testo di Paulus