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Non furono le mie origini a farmi grande. Fu la mia empietà. Nacqui a Ipepe, in Lidia, da una famiglia umile. L’unica cosa che io abbia mai saputo riguardo a mia madre è che morì quando ancora ero piccola. Mi crebbe mio padre, che di mestiere tingeva con la porpora la lana. Dalla più tenera età, la tessitura fece parte della mia vita. Imparai ben presto ad utilizzare l’unico telaio che avevo in casa, e durante tutta l’infanzia e l’adolescenza preferii tessere che relazionarmi con i miei coetanei. Passavo tutto il mio tempo a filare la lana, ruotare il fuso e ricamare instancabilmente. Quando lavoravo al telaio mi sentivo come investita di una missione importante, che mi portava oltre ai confini della mia persona, della mia casa, vicino al monte Olimpo, quasi all’altezza degli dei. Quasi, ho detto. Sapevo bene che nessuno poteva eguagliare gli dei, o almeno cercavo di convincermene. Ero consapevole dell’inclinazione delle divinità a punire severamente chiunque non prendesse seriamente il loro ruolo, ma una parte di me, quella che ci teneva a fare qualcosa di grande, sperava che non fosse un peccato poi così imperdonabile essere fieri del proprio talento.
Prima di mettersi male, le cose mi andarono in realtà fin troppo bene. Avevo mostrato i miei tessuti solo a mio padre, il quale era sempre stato troppo impegnato col suo lavoro per prestare attenzione a un mio semplice passatempo, e ad alcune donne di Ipepe che si erano complimentate con me.
Era un caldo giorno d’estate e mi ero messa a ricamare fuori casa, per approfittare il più possibile dei raggi del sole. Avevo appena terminato un arazzo quando, alzando gli occhi soddisfatta dal tessuto dopo aver estratto l’ago, vidi tre ragazze che mi fissavano. Non somigliavano né a me, né a nessun’altra ragazza della Lidia, anche se non avrei saputo dire cosa avessero di diverso. C’era qualcosa, nel modo in cui percepivo la loro presenza, a suggerirmi che non mi trovavo davanti a delle mortali.
“Salve” disse una di loro, la più alta, che si trovava al centro. La voce melodiosa con cui parlò fu la conferma dei miei sospetti. “Sei per caso Aracne di Ipepe?”
La guardai confusa. “Sì, sono io” risposi.
Le tre ragazze si guardarono, con un lampo di gioia negli occhi.
“L’abbiamo trovata!” esclamò quella a destra, battendo le mani.
“E quella che ha in mano dev’essere una delle sue famose tele!” fece quella a sinistra, indicando il mio arazzo.
“Perdonatemi” le interruppi. “Voi chi siete?”
“Giusto, che maleducate” intervenne quella al centro. “Non ci siamo presentate. Noi siamo le Ninfe del Pactolo.”
“Oh” feci, prima di alzarmi in piedi ed esibirmi in un sobrio inchino. “Benvenute.”
“Ti ringraziamo, Aracne di Ipepe” disse quella al centro. “Il tuo nome è giunto fino alle nostre orecchie, e siamo volute venire a conoscere di persona la donna che è in grado di tessere meravigliosamente come raccontano.”
Aggrottai la fronte. “Raccontano qualcosa… su di me?”
“Raccontano un sacco di cose su di te!” saltò su quella a destra. “La tua arte è famosa in tutta la Lidia… ma che dico! In tutta la Grecia!”
A quel punto dovetti abbozzare un sorriso compiaciuto. “Davvero?”
“Sì, Aracne. Allora, cosa aspetti a farci vedere una delle tue opere d’arte? Magari questa qui, che hai appena finito.” Indicò l’arazzo che, presa alla sprovvista dall’arrivo delle Ninfe, avevo lasciato steso sull’erba. Sentire qualcuno definire le mie tele ‘opere d’arte’ mi faceva uno strano effetto, ma mi piaceva. Mi piaceva veramente tanto.
“Certamente” risposi, sollevando l’arazzo per mostrarlo alle visitatrici.
Le Ninfe del Pactolo tornarono più e più volte, le invitai addirittura a casa mia, per mostrare loro tutte le mie opere precedenti. Che bella quella parola, opere. Io ero in grado di creare delle opere, che piacevano addirittura alle Ninfe!
Mio padre all’inizio non si pose molte domande sulla loro presenza così frequente in casa nostra, anche perché passava così tanto tempo al lavoro da non rendersi nemmeno effettivamente conto di quanto spesso venissero a trovarci. Presto, però, alle visite delle Ninfe del Pactolo si aggiunsero quelle di molti uomini e donne di Ipepe, e poi delle Ninfe del Timolo. Dopo qualche mese, i visitatori provenivano da tutta la Lidia. Tutti arrivavano per ammirare gli arazzi, e a molti di loro piaceva addirittura guardarmi mentre li realizzavo. Mentre lavoravo li sentivo lodare il mio talento, e la loro presenza non mi metteva per nulla in soggezione. Perché avrebbe dovuto? Io ero brava, io non commettevo errori, io ero più abile addirittura di Pallade Atena. Quest’ultimo è un pensiero che partorii una sera, da sola, e che mi guardai bene dall’esprimere ad alta voce - almeno all'inizio - davanti ai miei ammiratori. I più abbienti di loro mi offrivano ingenti somme di denaro per acquistare le tele e i più sfrontati chiedevano a mio padre la mia mano. Se io rifiutavo il primo tipo di proposta, mio padre rifiutava il secondo, sostenendo che, nonostante fossi in età da marito, io non fossi ancora pronta per sposarmi. Paradossalmente, il non concedere agli altri nulla di me - che si parlasse di arazzi o di matrimonio - rendeva la mia arte ancora più attraente ai loro occhi. Era qualcosa che non potevano catturare, di cui non si coglievano che pochi attimi.
Come era prevedibile, però, dopo i primi tempi quella situazione smise di essere sostenibile anche per l’indole pacifica di mio padre.
“Aracne” mi chiamò una sera, mentre tessevo - da sola, come raramente capitava in quel periodo.
“Dimmi padre.”
“Ho bisogno che tu mi spieghi per quale motivo ricevi tutti questi ospiti.”
“Che devo dirti, padre? Non li invito io, sono loro che vengono a vedere me” dissi, forse più altezzosamente di quanto non mi sembrasse all’epoca.
“Ormai non riesco più a lavorare, non riesco più nemmeno a vivere a casa mia” replicò lui. “Se vuoi farti vedere mentre tessi, vai nella piazza cittadina. Altrimenti sarò costretto a metterti fuori casa accettando la proposta del prossimo uomo che verrà a chiedere la tua mano. Siamo intesi?”
Forse ero più brava anche di Pallade Atena, ma a mio padre avrei sempre dovuto obbedire. Le prime volte che mi recavo in piazza col telaio venivo accolta da una folla estasiata, e ogni giorno la massa di persone che si fermava a guardarmi tessere s’ingrandiva un po’ di più.
Mentre tessevo, la mia testa ripeteva quella frase facendomela udire all’infinito, come se mille voci la stessero pronunciando all’unisono. Sei più brava di Pallade Atena.
Quasi senza che me ne accorgessi, passarono gli anni. La mia fama si era diffusa per tutta la Grecia e, anche se io ancora non lo sapevo, aveva raggiunto anche la vetta dell’Olimpo. Continuavo a tessere in piazza ogni giorno, a sorridere alle lodi e a mostrare i miei arazzi a tutti, che si stupivano di come tanta abilità fosse possibile per una mortale.
“È allieva di Pallade Atena!” gridò un giorno qualcuno tra la folla, mentre tessevo.
A quel punto interruppi la filatura e, sotto gli occhi di tutti, mi alzai in piedi. “Non sono allieva di Pallade Atena, chiunque sia tu che hai parlato” dissi, sicura. “Fatela gareggiare con me: se vince, sarò alla sua mercé!”
La folla, nell’udire le mie parole, emise borbottii di stupore e disapprovazione. Forse avevano intuito cosa stava per succedere, ma io no. Ero accecata dalla mia superbia, che avevo affinato negli anni al pari dell’arte della tessitura.
Stavo per sedermi e riprendere tranquilla a filare, quando vidi un’anziana donna farsi strada a fatica tra la folla. “Ragazza, ascolta una vecchia che ha più esperienza di te” mi disse. “Nessuno ti vieta di aspirare ad essere la migliore tessitrice tra i mortali, ma inchinati a una dea, riconosci il suo potere. Implora il suo perdono e lei te lo concederà.”
Quella fu la mia ultima occasione di salvarmi. Non la colsi. Riesco ancora a vedere alcune facce tra la folla: gente che aveva capito cose che io, chiusa nella mia arroganza, non ero in grado di vedere.
“Parla così a tua nuora o a tua figlia, non a me” risposi sprezzante alla vecchia. “Non ho nessun bisogno dei tuoi moniti! E la dea, perché non viene qui?” Alzai gli occhi verso il cielo, per rivolgermi direttamente a lei, e non avvertii alcun brivido nel farlo. “Perché Atena non accetta la sfida?”
“Si è mostrata” tuonò una voce tra la folla. Quando abbassai lo sguardo capii immediatamente a chi apparteneva, e rimasi pietrificata. Al posto della vecchia c’era Pallade Atena, che ergeva in tutto il suo potere in mezzo alla folla, prostratasi ai suoi piedi.
In quel momento cominciai ad avere paura. Non mi ero mai trovata faccia a faccia con una divinità dell’Olimpo, ma ormai il danno era fatto ed era tardi per inginocchiarsi. Speravo ancora, anche se flebilmente, di poter vincere, perché una parte di me era davvero convinta di essere più brava di Pallade Atena. Provai a ripetermelo come avevo fatto per tutti quegli anni. Sei più brava di Pallade Atena. La frase era la stessa, ma la voce si era indebolita e con essa il suo effetto.
“Accetto la sfida” annunciò Pallade.
Furono preparati due telai, uno per me e uno per la dea. Cominciammo a tessere. Non faticai a scegliere un soggetto: tutti gli inganni degli dei, tutte le azioni malvagie da loro commesse, tutti i loro torti nei confronti dei mortali. Ogni tanto mi fermavo e guardavo Atena, intenta a ricamare chissà che cosa. Poi distoglievo lo sguardo, convincendomi che sicuramente il mio arazzo sarebbe stato migliore, doveva esserlo per forza, e riprendevo a tessere.
Quando la gara finì ero soddisfatta della mia opera. La dea, però, sembrava esserlo altrettanto. Venne il momento di mostrare al pubblico - la stessa folla che poco prima acclamava soltanto me - quello che avevamo realizzato.
Appena mi trovai davanti la tela di Atena, seppi di aver vinto: nessuno, né lei né Invidia, avrebbero potuto denigrare quell'opera. Compiaciuta per l'ennesimo trionfo, però, non avevo considerato che la dea avrebbe potuto non accettare la mia vittoria. Me ne resi conto non appena posai lo sguardo sul volto della mia avversaria. Non era solo contrariata, come spesso succede quando si perde - sensazione che, comunque, io potevo vantarmi di non conoscere. La sua ira era quasi abbagliante, e mi costringeva a stringere gli occhi se provavo a guardarla. A quel punto faticavo a distinguere le facce della gente tra la folla, ma riuscivo ancora a sentire le loro grida e il rumore dei loro passi mentre, in massa, scappavano dalla piazza che fino a poco prima era stata il tempio nel quale avevano rivolto a me le loro offerte. Mi girai verso il mio arazzo, alla ricerca di una conferma della mia vittoria, e lo vidi a terra, distrutto.
Mai, in vita mia, qualcosa mi fece più male. Da quando mi ero messa per la prima volta a lavorare al telaio, da bambina, mi ero approcciata al mondo come se ne fossi la padrona. Fu troppo tardi quando mi accorsi che quel titolo spettava agli dei. Desiderai non essermi spinta così oltre, aver ascoltato la vecchia che aveva cercato di avvertirmi, prima di passare ad annientarmi.
Una parte di me, però, non aveva alcun rimpianto se non quello di aver sfidato Atena. Tra i mortali ero stata grande, la più grande forse, perché avevo addirittura osato sfidare gli dei. Non riuscivo a fare a meno che inorgoglirmi per il fatto che una divinità non avesse disdegnano una competizione con me, anche se avevo finito per perdere.
Mi fu chiaro, in quel momento, che avevo perso. Continuavo a guardare con orrore la mia tela distrutta, come se il mio sguardo fosse capace di ridarle vita come le mie mani avevano fatto la prima volta. Allora decisi che non potevo sopportare quell’affronto.
Avevo già la testa nel cappio, pendevo sulla piazza che aveva visto il mio successo e il mio fallimento, che era stata l'apice della mia fama. La mia fama sarebbe rimasta grande, di questo ero certa. Morendo in quel modo sapevo di assicurarmi un posto tra i grandi miti del mondo, e già sentivo mille voci che la raccontavano: Aracne, la grande tessitrice, che da migliore tra i mortali ha tentato di conquistare anche il titolo di migliore tra gli Olimpi. Una leggenda, una semidea, alcuni avrebbero detto, ma poi altri avrebbero replicato che tutto quello che avevo fatto era stato grazie a doti umane: sarebbe stata questa la mia grandezza.
Quando stavo per abbandonarmi alla morte, sentii Pallade Atena parlare. “Ti concederò di vivere, ma restando appesa come sei adesso” esordì. “E la stessa maledizione sarà tramandata a tutta la tua discendenza.”
Subito dopo quelle parole sentii un dolore lancinante espandersi in tutto il corpo. La testa si rimpicciolì e tutto il mio corpo si strinse, fino a diventare minuscolo. Vidi tutti i miei capelli sparsi a terra, sopra la tela disintegrata Atena.
“Così continuerai a tessere” concluse la dea, prima di andarsene.
Questo faccio ancora. Io, i miei figli, e i figli dei miei figli. Tutti condannati alla tessitura, che però non è più un’arte, e non ci porta più nessun prestigio.
Per lo meno la mia storia si è diffusa. In Lidia e in Frigia non si parla d’altro. Ne hanno scritto i miei contemporanei, e ne parleranno i posteri, così come faranno con Pallade Atena. Alla fine sono riuscita a innalzarmi al suo livello.
Hai visto, dea? Alla fine ci sono riuscita.