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Il pomeriggio stava lentamente virando verso sera. Il cielo si era fatto prima di un azzurro più intenso, poi prima di scurire verso il blu era scesa la solita cortina di nebbia ad avvolgere le paludi, le strade, le poche case sparpagliate, il paese e tutte le terre coltivate fino alla statale e molto oltre. Luca e Lucia erano ancora abbracciati nel letto. L’autunno era già iniziato, ma non avevano ancora acceso la stufa, per il momento bastava la coperta a quadri di flanella per tenersi caldi. Stavano ascoltando Heroes di Bowie dal mangiacassette della Sanyo, mentre la luce delle tre candele lì cingeva in una penombra accogliente.
“Si è fatta l’ora di andare” disse Lucia, dopo aver guardato il suo orologio da polso, era un modello svizzero, di plastica colorata, glielo aveva regalato Luca per il suo compleanno soltanto pochi mesi prima. Lui sbuffò, e la abbracciò più forte, quasi a volerle impedire di alzarsi.
“Dai amore” disse lei accarezzandogli i capelli “lo sai che dobbiamo stare attenti, se mio padre è già tornato dal lavoro quando rientro chi lo sente”.
“Lo so, lo so…” rispose lui rassegnato “Per quanto tempo ancora dovremo andare avanti così noi?”
“Dobbiamo aspettare almeno che io diventi maggiorenne” rispose sconsolata lei “manca solo qualche mese dai” aggiunse cercando di sorridergli.
“Si si lo so, questo per la legge diciamo. Ma per il resto, come faremo? Dove troveremo i soldi per prenderci una casa, con il mio stipendio? Abbiamo tutti contro, non ci aiuterà nessuno, è questo il fatto”
“Dai non essere pessimista, vedrai che in qualche modo faremo. Potremmo venire a stare qui per un po’, in questa casa, che ne dici?”
“Fai tutto troppo facile tu, non sappiamo neanche di chi sia questa catapecchia. Un conto è venirci di nascosto, ogni tanto. Ma viverci è un’altra faccenda; non arriva nemmeno l’elettricità qui, ti rendi conto, si? Credo che dovremo pensarci sul serio capisci, è questo che voglio dire. Non basta semplicemente rimandare a domani, come se i problemi si risolvessero da sé"
“Però a volte succede…” rispose lei.
“Che cosa?”
“Che i problemi si risolvono da soli, insomma, a volte ce li creiamo da soli nella testa, ma poi alla fine non sono niente di che, sono soltanto una scusa per rimandare la felicità”.
“Sai, un paio d’anni fa un tizio, in una casetta abbandonata come questa: ce ne sono decine sparse in giro in tutto il delta, le usavano i pescatori quando non avevano ancora le auto per ritornare al paese la sera, insomma questo mezzo strambo, non so se era un pescatore o che, ha trovato una borsa con dentro una cifra assurda, quasi cento milioni, tutte banconote belle impacchettate. E lo sai che cosa ha fatto questo scemo? Ha portato la borsa e tutti i soldi dai carabinieri! Ti rendi conto?! Ecco dico io, perchè non deve capitare a me una cosa del genere? allora si che risolverei tutti i nostri problemi in un batter d’occhio.”
Lei scosse la testa “sarebbe tutto fin troppo facile così, non credi? A volte dobbiamo costruirci da soli la fortuna…”
“Resta il fatto che a quel coglione gliel’hanno impacchettata bella e pronta in una borsa la fortuna, mentre io non trovo neanche un gettone del telefono per terra”.
“Andiamo testone” disse lei “tu hai me, non ti servono altre fortune” e lo baciò sulla fronte, scostando la coperta e alzandosi in piedi nella stanza fredda con soltanto la biancheria addosso. Luca la guardò per un attimo, accarezzò con lo sguardo le curve morbide e sinuose del suo giovane corpo, e pensò che si, fortunato lo era per davvero, tanto.
Quando uscirono era praticamente notte, e la nebbia avvolgeva tutto ciò che si trovava più lontano di qualche passo. Dopo aver chiuso la porta, si avviarono tenendosi per mano verso la macchina, quando si sentì un rumore improvviso, poco lontano, come di qualcosa che si allontanava di corsa facendosi largo tra le canne nell’acqua bassa. “Che cos’era?” chiese Lucia stringendosi alla spalla di Luca.
“Sarà stato un animale, non preoccuparti” rispose lui tranquillo.
“Ma che razza di animale può fare tutto quel baccano?” ribatté lei spaventata.
“Bah, ci sono un sacco di creature strane qui nel delta. Per esempio lo sai che ultimamente hanno trovato diversi esemplari di una specie di pantegana gigante? Pare che sia enorme, arriva quasi al ginocchio, e dicono che è anche aggressiva se per caso è una femmina coi cuccioli. Poi beh, c’è quella specie di pescegatto enorme che hanno trovato nel fiume, mi pare che lo chiamano siluro o qualcosa del genere, ne hanno pescati alcuni che superano i tre metri di lunghezza, e mangia tutto quello che si trova davanti, anche un cane o un ragazzino per dire”.
“Secondo me ti inventi un sacco di storie tu” gli disse allontanandolo con una spinta per scherzo.
“Ah e mi sono dimenticato l’uomo pesce, questo è quello più incredibile: è alto quasi tre metri, col corpo di un uomo e la testa di un pesce, con le squame e tutto il resto. Di solito è innocuo, ma se gli girano può ammazzare un cristiano in un secondo”.
“Smettila di cercare di spaventarmi e portami a casa” disse lei aprendo lo sportello, e infilandosi nel minuscolo abitacolo. “Ma ti giuro che l’ho visto con i miei occhi, almeno un paio di volte!” rispose lui, sedendosi sul sedile di guida.
Il motore partì sferragliando, la macchina lasciò la piccola radura d’erba seguita da una nuvoletta azzurra che si dissolveva nella nebbia; e il silenzio tornò a riempire ogni cosa come se tutto fosse sempre stato così.
Trascorse l’autunno e tutto l’inverno, il diciottesimo compleanno di Lucia si avvicinava sempre di più, e Luca, un’idea su come mettere insieme un gruzzoletto per scappare da quel posto e vivere finalmente insieme a lei, se l'era fatta. "Però devi capire che cosa vuoi veramente tu” le aveva detto “Io non voglio che ti lasci trascinare da me, devi essere sicura, maledettamente sicura che la cosa più importante per te è che noi stiamo insieme: devi essere disposta a lasciare questo posto, i tuoi genitori e i tuoi amici, devi essere disposta a correre qualche rischio, e soprattutto, la cosa più importante: ti devi fidare ciecamente di me”. Lei non se lo fece chiedere due volte, si affidò completamente a lui, anche sospettando, che probabilmente i rischi erano più alti di quanto le avesse lasciato intendere. Del resto lei non avrebbe dovuto fare niente: soltanto preparare una borsa con le cose strettamente necessarie per iniziare una nuova vita lontano da lì, e farsi trovare dietro al solito arbusto di oleandro una mattina di fine estate un paio d’ore prima che il sole sorgesse.
Luca dal canto suo un piano ce l’aveva invece. Il pomeriggio precedente la loro partenza era stato in darsena: lì lo conoscevano tutti, sapevano che il suo nuovo datore di lavoro, quasi sempre prima di partire per qualche breve crociera con la sua barca, mandava Luca a sistemare le ultime cose e a fare il pieno per il viaggio. Perciò nessuno ci trovò nulla di strano, se lui quel pomeriggio si era messo ad armeggiare con la barca del suo capo.
Quella sera era di turno, e la mattina precedente quasi tutti gli ospiti avevano lasciato l’albergo dopo un soggiorno di almeno una settimana. Si concludeva infatti in città il festival del cinema: attori, registi e giornalisti arrivavano da ogni parte del mondo, e ovviamente come vuole la legge del mercato, i prezzi delle camere raddoppiavano in quel periodo. Quando fece la chiusura di cassa a mezzanotte, si trovò a contare quarantacinque milioni in contanti; pensò che non era male come cifra, per cominciare una nuova vita. Aspettò che i pochi clienti arrivati quel giorno rientrassero nelle stanze, alle tre era abbastanza sicuro che nessuno sarebbe sceso in reception per diverse ore, e nessuno sarebbe entrato prima del suo collega che gli doveva dare il cambio alle sette. Entrò nell’ufficio del proprietario, andò alla sua scrivania e aprì il cassetto, trovò le chiavi della sua Porsche: se doveva essere una fuga, era meglio essere veloci. C’era anche il suo orologio Rolex, lo prese e lo osservò rigirandolo nella mano - chissà perché costa tutti quei soldi - pensò, e lo rimise nel cassetto che poi richiuse.
In dieci minuti a passo spedito raggiunse il garage: la città a quell’ora era deserta, non incrociò anima viva sui ponti che fino a poche ore prima erano gremiti di turisti che scattavano foto.
Arrivato nel parcheggio riservato all’albergo, la sua centoventisei verde era parcheggiata proprio vicino al Carrera quattro del suo titolare. Diede un colpetto sul cofano come addio alla sua vecchia utilitaria e premette il pulsante sul telecomando della Porsche, che si aprì con un sonoro bip, illuminando per un momento con la luce delle frecce il piano semibuio del garage. Entrò nello stretto abitacolo, non molto più grande di quello del suo vecchio macinino, pensò, mise in moto e lasciò il garage seguito dal rimbombo cupo del sei cilindri boxer. Una volta fuori imboccò la statale, affondò dolcemente sull’acceleratore: il ruggito del motore che saliva docile di giri, i lampioni che sfrecciavano via sempre più veloci, una borsa piena di soldi, la ragazza che amava e una barca velocissima che lo aspettavano per scappare. Era stranamente tranquillo, come se niente potesse andare storto, anzi, gli scappò persino da ridere pensando che si sentiva quasi come in un film di James Bond.
Le nebbie non erano ancora cominciate, e la statale era un filo d’asfalto teso, deserto, che seguiva dall’interno la linea della costa. Luca percorse in venti minuti il tragitto che di solito copriva in più di un’ora: scese sotto i duecento solo quando imboccò la provinciale, e comunque dopo una decina di minuti si trovò a superare il paese. Arrivò al piazzale di fronte allo zuccherificio abbandonato con più di un quarto d’ora di anticipo: nel calcolare i tempi aveva sottovalutato i duecentocinquanta cavalli del Carrera.
Quando arrivò Lucia sulla sua bicicletta, all’inizio esitò, non riconoscendo l’auto, lui scese e la chiamò, e solo allora gli si avvicinò. “Ma dove l’hai trovata questa?” gli chiese stupita indicando la macchina “Non ti preoccupare, l’ho solo presa in prestito, tra qualche ora tornerà dal suo proprietario”.
Nascosero la bicicletta dietro il solito arbusto per poi partire in direzione della darsena. Arrivarono mentre la prima striscia di azzurro si affacciava all’orizzonte, riflettendosi sul mare. Luca prese lo zaino di Lucia, e le fece strada verso la barca, dove lui aveva già portato la sua roba e tutto il necessario per il viaggio, viveri compresi. Aveva anche fatto trovare un paio di vestitini a Lucia, glieli aveva presi in un negozio in città, immaginando che non sarebbe riuscita a fare entrare molto nel suo zaino.
“E la barca di chi è adesso?” chiese Lucia mentre salivano a bordo
“Dello stesso proprietario della Porsche” rispose Lui
“Ah, prendiamo in prestito anche questa?”
“Non esattamente, sarebbe più preciso dire che questa la rubiamo” concluse Luca.
Ormai Luca si sentiva sicuro che niente poteva andare storto, e quando fece partire i motori, dopo aver mollato tutte le cime, allontanandosi lentamente dalla banchina, si sentiva già in alto mare. Il suo collega sarebbe arrivato in albergo a dargli il cambio tra quasi un’ora, avrebbe chiamato il proprietario per avvisarlo che non aveva trovato Luca e nemmeno l’incasso. Quando avrebbero cominciato a cercarlo, loro si sarebbero già trovati in acque internazionali, e proseguendo in direzione sud est, entro il pomeriggio avrebbero avvistato l’altra costa.
Mentre avanzava coi motori al minimo lungo lo stretto canale artificiale, Luca si accorse che l’imboccatura era chiusa da un cancello: una rete zincata che poggiava su galleggianti, assicurata da una catena con un lucchetto. Questa cosa non poteva prevederla, durante il giorno, quando lui andava in darsena, non gli era mai capitato di trovare il cancello chiuso, e non aveva nemmeno mai notato che ce ne fosse uno in quel punto. Si accostò alla banchina e fermò la barca “scendo a vedere come posso aprire quel cancello” disse a Lucia “tu aspettami qui al timone, potrei avere bisogno del tuo aiuto”
“Ma io non ho la minima idea di come si guida una barca!” fece notare lei
“Non è difficile, non c’è molta differenza da una macchina”
“Ti ricordo che io appena compiuto diciott’anni, non so guidare nemmeno una macchina!”
“Allora non ti preoccupare, ti insegnerò anche quello col tempo, intanto stamattina cominciamo con la barca casomai” le stampò un bacio sulle labbra, scavalcò la paratia con un salto e atterrò sulla banchina. Corse verso il magazzino, mentre la striscia di azzurro all’orizzonte si faceva sempre più ampia, lasciando intravedere le prime sfumature rosa che avanzavano nel cielo. Temeva che a momenti sarebbe potuto arrivare qualcuno, e allora tutto il suo piano sarebbe andato in malora: sarebbe saltato a bordo e avrebbe mandato i motori a manetta a costo di trascinarsi dietro un pezzo di banchina.
Frugando tra gli attrezzi, alla fine riuscì a trovare delle tenaglie abbastanza grandi. Con quelle sperava di riuscire a tagliare la catena per aprire finalmente il cancello. Corse più che potè verso la barca con le tenaglie in mano, ma si bloccò di colpo e rimase a bocca aperta quando si accorse che il cancello adesso era completamente spalancato. Guardò senza capire in direzione di Lucia che stava ancora al timone. Questa lo fissava immobile con gli occhi sbarrati: sollevò soltanto lentamente un braccio, indicando con l’indice. Luca seguì la linea immaginaria che proseguiva dal dito di Lucia, fino a spostare lo sguardo al termine della banchina, e alla fine lo vide. Era in piedi, alto quanto due uomini, la pelle squamosa e verdastra, la grossa testa che ricordava incredibilmente quella di una cernia, pensò Luca, con una delle lunghe braccia teneva ancora la rete del cancello.
Luca restò per un momento senza parole, tornò a guardare Lucia che lo stava guardando con occhi terrorizzati e increduli.
“Ah ci ha aperto lui alla fine” disse risalendo lesto sulla barca. “Ti avevo parlato dell’uomo pesce no? Lo vedi che non vuoi mai credere a quello che dico”.
Lucia adesso osservava attonita la creatura che svettava immobile, in piedi sulla banchina. Luca rimise in marcia i motori, e la barca tornò lentamente ad avanzare. Mentre passavano vicino alla creatura gli fece “Non è che potresti anche richiuderlo per favore? Purtroppo non ne ho pesce da lasciarti oggi, sai non ci vado più a pesca…”
Per tutta risposta quello sollevò una delle lunghe braccia, mostrando una grossa mano dalle dita palmate.
Imboccarono il canale che attraversava il tratto di laguna per condurli alla foce del ramo principale del fiume, e infine in mare aperto.
“Ma esiste davvero quel coso? ma cosa sarebbe?” chiese ancora scossa Lucia.
“Non ne ho idea, i pescatori lo conoscono, ti ho detto, lo avevo già visto anch’io. Mio padre mi ha detto che basta lanciargli un po’ di pesce, e quello se ne va tranquillo. Oggi non ne avevamo, certo ci sono le scatolette di tonno, ma non so neanche se le sa aprire, insomma non mi pareva il caso”.
I primi raggi di sole si affacciarono davanti a loro, illuminando di viola le poche nuvole basse, mentre uscivano dalla foce, e finalmente Luca poteva far prendere velocità alla barca. Lucia gli stava vicino mentre lui teneva il timone, lo abbracciava e gli accarezzava la schiena.
Il mare si apriva calmo davanti a loro, mentre si lasciavano alle spalle le ultime isolette del delta che scorrevano via. A un certo punto Lucia richiamò la sua attenzione, e indicando un punto nel cielo gli disse “Guarda”. Uno stormo di fenicotteri rosa, una ventina di esemplari, volando a pochi metri di altezza passò proprio davanti alla barca, diretti verso le lagune del delta.
“Che meraviglia” disse Lucia “Non li avevo mai visti volare”.