Anedonia - Cap.4: Le regole del galateo

scritto da AriaStoinov
Scritto 7 anni fa • Pubblicato 7 anni fa • Revisionato 7 anni fa
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Pubblico il quarto capitolo dopo essermi presa una ( lunga ) vacanza :) Spero vi piaccia!
- Nota dell'autore AriaStoinov

Testo: Anedonia - Cap.4: Le regole del galateo
di AriaStoinov

Da: " Anedonia, Cap.3 - Psicopatia"


..."Così mi infilai sotto le coperte al centro del letto matrimoniale e mi fermai per riflettere.
Ero in Russia, avevo appena salvato mia madre.
Sarei tornata in Italia prima o poi? Sarebbe stato tutto da riflettere.

E mentre mi chiedevo se mi sarei mai addormentata senza farmaci, il sonno mi prese e sprofondai."



Capitolo 4



"Anche in una dichiarazione di guerra si devono osservare le regole della buona educazione"
- Otto von Bismarck



Il suo volto era incredibilmente cupo.
Un'ombra gli tagliava il viso, proprio in quella curvatura affilata tra la mascella ed il collo.
Non un'ombra qualsiasi.
La cattiveria pura gli scuriva il viso, al solo sguardo mi si accapponava la pelle.
Il suo sguardo era così fisso, così vacuo, le sue labbra indecifrabili, come il sorriso della Gioconda.
la sua testa emergeva dal buio, era avvoluto dalle tenebre da dove sembrava essere nato.
Il mio stomaco era stretto in una morsa di terrore ed inquietudine a star di fronte a quella inquientante calma.
Non mi toglieva gli occhi di dosso, non mostrava alcuna emozione.
Ad un tratto, la sua bocca si schiudeva appena e a castata sul labbro inferiore usciva copioso del sangue denso, così viscoso e scuro da sembrare pece.
Lui non sembrava accorgersene, continuava a trapanarmi con lo sguardo, come a volermi svuotare l'anima.

Mi alzai di scatto, il respiro affannato, la fronte perlata di sudore.
Mi ci volle una manciata di minuti prima di rallentare il fiato e capire che tutto quello era stato solo un terribile incubo.

Era stata la prima volta che avevo sognato il Principe Volkov.

Mi girai verso la finestra, sperando che il mio peso sul petto svanisse.
Doveva essere giorno inoltrato.
Dalle tende che mi ero dimenticata di chiudere traspariva una luce fioca.

Guardai il telefono: erano le quattro del pomeriggio.

Mentre cercavo un orologio da parete per verificare che l'orario fosse giusto, stralunata dalle ore di sonno che avevo avuto, qualcuno bussò.

Mi precipitai ad aprire, macchinai con la serratura arrugginita e riuscii a tirare la pesante porta.

Davanti a me una donna che non conoscevo, vestita di bianco con un grembiule.
Disse qualcosa in russo che non capii.

Rimanemmo a guardarci per qualche istante.

Lei allora mi fece cenno di voler entrare.
La lasciai fare.
Iniziò così a fare il letto e ad aprire le finestre.
Io mi sporsi nel corridoio per cercare qualcuno a cui chiedere aiuto e cacciare quella donna dalla mia camera.
In quel momento uscii Ekaterina e, vedendomi in difficoltà, si avvicinò a me.

- Dormito bene? - mi chiese
- Abbastanza - risposi poco convinta, memore ancora di quella visione raccapricciante.

Poi lei disse qualcosa di veloce alla serva e riuscii a cacciarla fuori. Poi mi sorrise.

- Ti lascio preparare. Appena sei pronta scendi le scale in fondo al corridoio. Ci sarà un servo ad aspettarti per scortarti alla sala pranzo -

Senza aggiungere altro, se ne andò.
Apprezzavo che mi stesse dando i miei spazi.

Mi fiondai in doccia, cercando di concentrarmi sulle piastrelle piuttosto che sui miei incubi.

Scendendo le scale, sentendo le sensazione del corrimano di legno intarsiato sapientemente, mi ritornarono alla mente delle immagini lontane.

Era come se potessi sentire quelle scale di legno sotto i piedi nudi.
Come se fossi già stata lì.
Ai piedi dell’ultimo gradino vidi un uomo che, quando mi vide, fece un inchino e mi chiese di seguirlo.

Entrai in una sala abbastanza piccola con un tavolo al centro, dove erano seduti Ekaterina, Ludmilla e Vladimir.

- Buon pomeriggio - mi dissero i miei zii
- Scusate se ho dormito così tanto - dissi vergognandomi.

Non ero solita dormire tanto, neanche con le dovute pastiglie.

- Ti abbiamo lasciato riposare. Ora mangia, ti ho fatto preparare una colazione dolce e salata - disse Ludmilla, indicandomi sul tavolo tutti dei piatti coperti.

Iniziai a mangiare, anche se, poichè non avevo dimenticato che quell’oggi avremmo dovuto parlare di molte cose, lo stomaco mi si era totalmente chiuso.

- Dobbiamo parlare di quello che è successo ieri, Vika - esordì Ekaterina, prendendomi la mano.

Appena disse questo posai il pezzo di toast che stavo mangiando, come ad aver perso completamente l’appetito.

- Apprezzo che tu abbia fatto questo gesto per me ieri - continuò Ekaterina - … ma devi capire che salvando me ti sei messa in pericolo te -
Io la guardai senza dire nulla, spaventata dalle conseguenze della mia azione eroica.

- Io e Vladimir eravamo d’accordo. Lui doveva venire in America per prenderti, ma, disobbedendo agli ordini, ci sarebbe rimasto. Poi, dopo la mia esecuzione, avrebbe raggiunto Ludmilla che nel frattempo si sarebbe rifugiata in Lettonia, dalla sua famiglia di origine. In questo modo tu saresti stata salva e anche loro. -

Io abbassai il capo, incapace di proferire parola.
Era stato un gesto stupido, ma mi sarei mai perdonata di aver saputo che mia madre stava per essere uccisa e non aver fatto nulla?

- Capiamo il tuo gesto, Rebekah. Ma tu non avresti mai più dovuto mettere piede in Russia, tantomeno in casa dei Volkov. Tutti questi anni sono stati per metterti al sicuro da loro, per non far sapere dove ti trovassi e ora è tutto andato in fumo per niente. Tante persone hanno perso la vita per regalarti la tua vita serena -

Io mi sentii sprofondare.
Avevo fatto un errore imperdonabile.
Avrei dato qualsiasi cosa per tornare indietro.

- E ora la situazione si complica. Ormai i Volkov ti hanno visto e sanno che sei in Russia. Se tu lascerai il paese non se lo faranno ripetere due volte di urlare al tradimento e sterminarci tutti -

Sperai con tutta me stessa che fosse un linguaggio figurato, ma in cuor mio sapevo che c’era del vero in quella espressione.

- Cosa facciamo?- dissi alla fine con un nodo alla gola, sull’orlo di una crisi di pianto.

La vergogna era insopportabile; tutta la situazione era precipitata perchè una stupida ragazzina aveva preso un volo per la Russia di nascosto.

- Dobbiamo prendere tempo. Anche se sinceramente mi sembra impossibile evitare l’inevitabile - disse Ludmilla, fissando un punto nel vuoto.
- Faremo la parte di quelli che stanno rispettando il patto e nel frattempo cercheremo di capire cosa fare- aggiunse Vladimir, guardandola, facendo la parte dell'ottimista.

- Questo vuol dire che tu dovrai iniziare ad inserirti nella società il più possibile - esordì Ekaterina.
- Ad esempio?- chiesi, preoccupata
- Per prima cosa dovrai imparare il Russo. Molto fluente - marcò Vladimir, sminuendo quelle tre parole che sapevo e di cui andavo molto fiera.
- Ti farò io lezione - disse Ludmilla - Lavoreremo più ore al giorno -
- … E poi devi imparare l’etichetta, ma a questo penserò io - continuò Ekaterina.

La mia testa era un continuo ping-pong tra loro

- … e poi devi esercitarti nelle varie discipline della casata. Queste sono delle cose veramente informali, ma sono tradizioni della nostra famiglia da decenni - aggiunse Vladimir - Noi Petrov siamo sempre stati per secoli dei grandi cavallerizzi e tiratori con l’arco. Ma ti insegnerò anche a tirare di spada, anche se sei una donna e l’etichetta non lo vorrebbe. Ma questi non sono tempi normali -
- Devi essere pronta a tutto - sussurrò Ekaterina, come se stesse proclamando la mia sentenza di morte.

Non potevo negare di aver paura di quello che mi sarebbe aspettato.


***


Mi misero subito all’opera il giorno stesso.
Dopo aver mangiato, Vladimir mi accompagnò al maneggio.

La stalla si trovava sul lato destro della magione in mezzo al grande giardino.
Era tutta in legno nero e all’interno conteneva almeno una trentina di cavalli.

Mi chiedevo a cosa servissero così tanti stalloni.

La percorremmo tutta fino ad arrivare agli ultimi cinque box sulla sinistra e ci fermammo al terzultimo.

- Ognuno ha il proprio cavallo - disse Vladimir, armeggiando con il chiavistello. - E questo sarà il tuo. Sai, ne abbiamo sempre qualcuno in più che utilizziamo per l’accoppiamento, per gli ospiti, ma da oggi lei sarà tua personale - aprì il box e quella che vidi fu una meravigliosa cavalla bianca.

- E’ bellissima - dissi tenendomi lontana, perchè ero comunque intimorita.
- E’ un trottatore Orlov della varietà Khrenov, è una razza antichissima originaria della Russia, è un bellissimo esemplare raro, il color bianco latte non è comune per questa razza. Noi lo selezioniamo nelle nostre magioni da più di trecento anni, hanno sviluppato una macchia sul muso, che viene chiamata taglio - disse toccandogli il naso, dove c’era un segno grigio a forma di rombo. - E’ diventato il simbolo dei cavalli Petrov -

Allungai incerta la mano.
Non avevo mai avuto animali domestici né avevo avuto alcun tipo di rapporto con loro.
Quel cavallo non sembrava minimamente interessato a me.

- Non ti preoccupare, è molto buona. Ne ho scelta per te una docile perchè non ci hai mai avuto a che fare. Ma è un cavallo degno di una nobile come te -

Toccai il muso umido e percorsi fino alla testa in contropelo.
Era una bella sensazione.

- Come si chiama?- chiesi, indulgendo se rifare o no il movimento.
- Ha un nome, però di solito il padrone battezza il nuovo cavallo -
- E come si chiamava? -
- Anya -
- Mi piace Anya - guardai quegli occhi e pensai che quel nome andasse proprio bene.

Io e Vladimir entrammo nel box.
Mi fece vedere come prepararla: per prima cosa mi fece montare i parastinchi e i paraglomi, una sorta di copri unghie del cavallo, dicendomi che Anya tendeva a farsi male con il terreno sassoso.
Poi mi fece appoggiare il sottosella bordeaux con sopra coordinato il suo agnellino una specie di cuscinetto tondo.
Poi mi insegnò a mettere la sella nera e ad assicurarla con il sottosella.
Infine mi fece vedere come farle indossare la testiera con il morso e le redini.

Una volta che io riuscii sotto la sua sorveglianza a far tutto, mi disse di prenderla per le briglie e di condurla fuori.
Nonostante fosse grossa e avrebbe potuto scaraventarmi a destra e a sinistra senza minimamente accorgersene, mi camminava docile affianco, seguendo la leggera pressione delle briglie che esercitavo.
La portai fuori dalle stalle, andando verso il retro del castello, dove c’era il recinto del dressage.
Non ero sicura di quello che facevo, speravo solo che il cavallo non facesse scherzi.

Una volta dentro il recinto chiuso, Vladimir mi si avvicinò.

- Okay, ora impariamo a montarci sopra -

Mi sembrava impossibile salire dal mio un metro e sessanta su quel cavallo che sembrava lungo chilometri.
Ma Vladimir mi fece vedere come, appoggiando il piede sinistro sulla staffa per far leva e tenendo stretto il pomello della sella con la mano destra, potevo riuscire ad arrivare lassù.
Non sapevo se sarei mai riuscita a fare quella manovra senza che lui tenesse il cavallo o mi desse una spintarella su, ma mi sarei posta il problema a tempo debito.

- Bene. Ricordati sempre di tenere ben salde le redini mentre sali. A questo punto siamo pronti per partire. Anya è addestrata e sa già come comportarsi con le persone. Per partire ti basterà premere leggermente con i polpacci la sua pancia e lei capirà di dover muoversi. Puoi accompagnare il movimento con il suono di due baci consecutivi. Per farla fermare ti basterà emettere un fischio lungo, ma se non ti dovesse ascoltare o se dovesse andare troppo veloce dovrai tirare le redini verso di te. Tutto chiaro?-

Fischi, baci, premere, redini.
Su quell’animale non mi sentivo per niente a mio agio, e poi chi mi garantiva che il cavallo mi avrebbe ascoltata?

Ma comunque annuii debolmente, incerta.

- Bene, allora procediamo. Io sarò qui di fianco a te - respirai profondamente e feci quello che mi aveva detto.
Il cavallo iniziò a muoversi lentamente.
Vladimir da sotto teneva le redini, e quella mi sembrava l’unica cosa che mi teneva salda al terreno.
Camminavamo in cerchio a passo d’uomo.
Dopo un paio di giri iniziai già ad abituarmi a quella nuova situazione.
Mentre camminavamo Vladimir mi diceva di tener dritta la schiena, le gambe rigide e salde le briglie.

- Stai procedendo bene. Ora mollo le redini, ma resto sempre di fianco a te - appena le lasciò mi irrigidii, come un pezzo di legno.
Lui lo notò.
- Stai rilassata, qualsiasi cosa succeda ci sono qui io - ma ci vollero altri cinque giri per sciogliere i muscoli.
Venti minuti dopo essere montata sopra Anya, mi resi conto che lei avrebbe ascoltato quello che io avrei detto.

Vladimir lentamente si allontanava dal cavallo, seguendo sempre il suo percorso, fino a che non si mise al centro del recinto e rimase fermo a guardarmi.
Dopo quasi un’ora a girare a passo d’uomo nel gelo di un dicembre Russo, Vladimir si avvicinò a me e mi disse che per quel giorno poteva bastare.

Nonostante non mi sentissi più il naso, mentre Vladimir mi spiegava come scendere, io mi sentivo sicura di me, felice e soddisfatta, perchè se fosse stata per la me di un mese prima, mi sarei persino rifiutata di salirci sopra.

Mio zio mi accompagnò nella stalla e mi insegnò come smontare l’attrezzatura e come pulire il cavallo.
Mi disse che era compito dei servi, ma che a parer suo era giusto saperlo.

La mia esperienza con il cavallo mi diede una grande botta di autostima; forse quello che mi faceva star male, che stava fuori dalla mia zona di confort non era completamente negativo a lungo andare.

Questo mi portò ad affrontare la lezione del pomeriggio con uno spirito diverso.


?Dopo essermi cambiata e scaldata raggiunsi Ekaterina in una delle tante sale da pranzo del castello, addobbata alle pareti, come ogni stanza pubblica, di bordeaux, il colore della nostra casata.

Lei si trovava di fianco ad un lungo tavolo che, ad occhio e croce, poteva ospitare cinquanta persone.

- Ciao Vika. Faremo qui parte delle nostre lezioni, perché é la sala meno utilizzata. Ormai utilizziamo unicamente quella più piccola e, per le grandi feste, il salone da ballo. Qui potremo studiare in pace - appena mi trovai di fianco, lei mi mise delicatamente la mano sulla schiena per farmi avvicinare al tavolo.

Non mi piaceva essere toccata, ma mentre qualche settimana prima mi sarei scansata senza preoccuparmi di ferirla, rimasi ferma, anche se non potei evitare di irrigidirmi visibilmente.
Lei in ogni caso non sembrò farci caso.

- Per queste prime volte faremo una carrellata di regole nell’ambiente della tavola. E’ molto importante sapersi comportare in maniera adeguata quando si mangia insieme ad altre altri nobili. Ora vediamo la prima tavola, quella formale, è la più difficile ma dopo questa sarà tutto in discesa - .

Finalmente spostò la mano dalla mia schiena e io potei seriamente concentrarmi su quello che mi stava dicendo.
Davanti a me c’era un tripudio di piatti, bicchieri e posate.

- Partiamo dal tovagliolo. In una cena molto formale il tovagliolo è in stoffa, viene piegato in modi diversi a seconda del gusto. Nella nostra casata il tovagliolo è piegato così- e mi mostrò un tovagliolo bianco di lino con i bordi bordeaux e, al centro, ricamato un rombo con all’interno una P, un cavallo rampante e tre stelle stilizzate attorno.
Fu la prima volta che vidi lo stemma della nostra famiglia.
Il tovagliolo era piegato in modo da formare un rettangolo e aveva in alto un lembo triangolare piegato .

- Nelle cene molto formali il tovagliolo viene posto al centro del primo piatto, oppure alla sinistra. Ora appunto parliamo delle ceramiche- detto così mi indicò un servizio posto a lato.

- Il primo piatto da mettere si trova davanti alla sedia ed è quello per il secondo. Sopra di esso si trova quello della zuppa- mi spiegó iniziando a sistemarli a mano a mano che spiegava - ... e sopra quello della zuppa si trova un piccolo piattino per L’antipasto o l’insalata. Altri piatti che troviamo sono un piccolo piattino bianco in alto a sinistra che e viene usato per il pane, il quale bisogna spezzare unicamente con le mani all’interno del piatto, e un piatto per il dolce- .
La tavola prendeva forma davanti ai miei occhi.

- Passiamo ora alle posate: sia i coltelli sia le forchette si usano partendo dall’esterno e arrivando all’interno. A sinistra abbiamo, per ordine di uso, la forchetta da insalata, la forchetta per il pesce, se previsto, la forchetta per la portata principale. Dall’altro lato abbiamo la forchetta per i frutti di mare, il cucchiaio per la zuppa, il coltello per il pesce, il coltello per la carne e il coltello per l’insalata.. - mentre parlava velocemente appoggiava l’argenteria al suo posto - … mentre sopra il piatto, in orizzontale, metteremo un coltello, una forchetta e un cucchiaio piccoli per frutta e dessert, girati verso destra e verso sinistra in modo alterno. Se si prevede burro di accompagnamento o sale, questi vengono posti tra il piattino del pane e le posate del dessert, quindi in alto a sinistra. I bicchieri invece vengono posti a destra, e dal centro verso l’esterno sono: bicchiere per l’acqua, bicchiere per lo champagne o per le bollicine, vino rosso, vino bianco, bicchiere per cognac, cherry o un semplice amaro. In base al gusto personale e all’occasione si può porre davanti ai bicchieri un segnaposto. Tutto chiaro? -

Io rimasi zitta a guardare quel tripudio di stoviglie.
Non pensavo di ricordarmi una singola posata o piattino.
La guardai stralunata, sperando che capisse di dover rallentare il ritmo.
Lei si sciolse in un sorriso.

- Adesso lo rifacciamo con calma. Non ti preoccupare, sembra strano ma col tempo verrà naturale -

E con la stessa velocità con cui aveva apparecchiato sparecchiò per ricominciare da capo.

Pensai che bicchieri piatti e tovaglioli non avrebbero mai smetto di piroettare nella mia testa, perché continuavano a farlo la sera, in camera, mentre stanca fissavo il soffitto, ma mi dovetti ricredere quando la mattina seguente feci cinque ore di Russo con Ludmilla.
Era severa, non ammetteva distrazioni o pause e sin dalla prima lezione pretese di parlarmi solo in Russo e che lo facessero anche Ekaterina e Vladimir.

Il Russo fu seguito da altri bicchieri, da altre regole e da altri giri nel recinto con Anya.



Nonostante stessi imparando tanto in pochissimo tempo, il cavallo, dopo solo tre giorni in Russia, era un problema per me, come lo erano le lezioni di Russo di Ludmilla, sempre rigidissime ed esigenti.

Ma dovevo ammettere che vedevo i risultati.
Durante la sera, mentre ero stanca e spossata dalle informazioni ottenute durante il giorno, Vladimir mi faceva sedere nel suo studio, di fronte alla grande scrivania di legno massello e mi impartiva altre lezioni sulle gerarchie delle casate.
Si sedeva comodo di fronte a me, tra di noi una grandissima cartina antica del globo, mi studiava un attimo e poi esclamava:

- Petrov -
- Dmitri Egon Sergeyvn Petrov e Ekaterina Adele Edoardovna Sharapova, genitori di Viktoria Yelena Magdalena Dmitrovna Petrova; Vladimir Klaudius Sergeyvn Petrov e Ludmilla Rakele Ströll Petrova. Stemma araldico cavallo con tre stelle. Il Castello Petrov si trova a Toksovo, vicino a Sanpietroburgo. Cavallerizzi e tiratori di arco. -

Lui non annuiva, non assentiva.

- Sharapov -
- Ezekiele Salomon .. -
- Sharapov-
- Ezekiele Salor Ili’c Sharapov … -

E proseguiva così, facendomi ricominciare da capo qualora sbagliassi un nome, uno stemma o una localizzazione, cosa che non riuscivo a ricordare dei Zaytsev, una lontana casata russa che si era trasferita da qualche parte lungo il confine con la Cina.
Dopo la terza volta che lo sbagliavo e Vladimir, algido, mi faceva ricominciare, sprofondai nello sconforto.
Lui se ne accorse, vedendomi scivolare sulla sedia stanca.
Si allungò verso di me ed indicò con l’indice un punto della cartina vicino a me, sporgendosi.
Io mi concentrai su quella cittadina per poterla finalmente imparare e porre fine al supplizio, quando mi cadde l’occhio su una macchia nera che sporgeva dal polsino della camicia bianca di Vladimir.
Di molto poco sporgeva un tatuaggio sul braccio destro.
Sembrava essere il vertice di un triangolo.
E questo triangolo capovolto sembrava aver appoggiato sopra un… cerchio forse?
Ma Vladimir se ne accorse e ritrasse repentino il braccio, aggiustandosi velocemente il polsino.
Io mi scossi, mortificata.
Era un segreto?
Dalla sua espressione mi sembrava di si.
Perciò cercai di ritornare alla mente della dinastia Zaytsev, impegnandomi di ricordare quella benedetta cittadina, Nerchinsky Zavod.

Dopo la lezione, mi sembrò che Vladimir fosse più schivo, come se si fosse offeso.
Così a cena, con molto coraggio, decisi di chiedergli scusa.

- Zio Vlad … vorrei scusarmi per oggi - dissi, con voce flebile, sperando che lui non mi chiedesse spiegazioni di cosa, ma che accettasse le scuse e non sollevasse il discorso.
Mia madre e Ludmilla però sembravano volerlo sapere - E’ successo qualcosa? - chiese Ekaterina, guardando me e poi lui.

Come immaginavo, parlare e andare di nuovo nel dettaglio aveva peggiorato la situazione.
Vladimir sembrava non volerne parlare, ma io non sapevo proprio cosa ci fosse di strano; forse era un tatuaggio di cui si vergognava, ma la reazione mi sembrava estremamente esagerata.

- Non hai sbagliato nulla, Rebekah. Avrei voluto semplicemente parlarti di questo argomento più avanti - mentre diceva così si sbottonava il polsino destro e se lo tirava su.
Ekaterina e Ludmilla dovettero aver capito su che cosa verteva il discorso.

- Questo, Rebekah, è il motivo per cui tutti noi siamo vivi -

Il tatuaggio era abbastanza grande, più di quello che pensassi. Partiva da sopra il polso e finiva quasi all’altezza della piega del braccio.
Era un cerchio nero che si trovava in mezzo tra un triangolo equilatero con il vertice in basso sotto e sopra da una specie di U squadrata.

Non avevo mai visto un simbolo simile e non avevo la più pallida idea di cosa potesse essere.


Lo guardai a lungo, come se Vladimir si aspettasse che io avessi un’illuminazione.
Come se avesse dovuto dirmi qualcosa.

- … Quando abbiamo parlato in Italia, ti ho detto che se tu non ti fossi sposata ci sarebbe stata una faida e noi avremmo avuto la peggio. Questa faida vede come protagonisti tutte le casate russe contro i Volkov. E non c’è via di mezzo; o si è con loro o si è contro di loro. Questo simbolo indica il completo assoggettamento ai Volkov, che è l’unico modo per restare vivi. Sicuramente ti chiederai perché ho reagito così bruscamente quando l'hai visto- concluse amaro, guardando quel simbolo. - Perchè per me è un disonore essere stato marchiato. Perchè sarei dovuto morire invece di essere qui con te. Sarei dovuto essere morto come lo è tuo padre, mio fratello -

Ekaterina abbassò lo sguardo, guardandosi i piedi.
Doveva essere difficile per lei sentire parlare di suo marito, portato via molto giovane.

- Lui è morto nella rivolta contro i Volkov, Rebekah. E’ giusto che tu lo sappia. E’ morto perché ha detto no ai Volkov ed ha resistito. Cosa che avremmo dovuto fare tutti - disse tirandosi giù in modo brusco la manica, tanto che ebbi paura che se la strappasse.

- Mio amore - disse Ludmilla, che esitava per trovare le parole giuste. - Tu hai salvato noi. Non esisterebbero più i Petrov se tu non l’avessi fatto. -
- Se io quel giorno fossi morto, se io gli avessi implorato di uccidermi affianco a mio fratello - sibilò tra i denti - Saremmo tutti morti, ma ora non ci troveremmo in questa situazione e Rebekah non sarebbe andata in sposa a quel mostro. E forse sarebbe stato meglio così - .
All’improvviso un tonfo.
Ci girammo tutti da dove proveniva, ovvero da dove mia madre era seduta.
I bicchieri tramavano ancora per il suo pugno sbattuto con vigore.
Continuava a guardare i suoi piedi, ma impercettibilmente tremava.

- Dmitri ha preso la strada facile. Non ha pensato a noi. Si è sacrificato per l’onore. Ma dimmi, Vladimir, dov’è il suo onore adesso? Dov’era quando io sono stata prigioniera dei Volkov per vent’anni, dov’era quando ho dovuto dar via la nostra bambina per sempre, per un patto che lui aveva siglato per cederla a Viktor? Dmitri si è ucciso e se ne è lavato le mani. Tu hai avuto il coraggio di andare avanti, di sottometterti per salvare tua moglie e tutta la dinastia. -

Detto questo si alzò di colpo e se ne andò.
Noi rimanemmo impietriti, lasciando che la porta sbattesse una volta uscita dalla sala.
Ludmilla riuscì solamente ad accarezzare il braccio di Vladimir per farle capire che era con lui.

Io rimasi ferma, guardando davanti a me le gocce di condensa sulla caraffa e mi persi nei miei pensieri.

Era strano pensare che il proprio padre ti avesse venduta ad una persona che sapeva benissimo essere un mostro.
Era strano avere dei sentimenti così contrastanti: volevo bene a mio padre, un bene che prescindeva da qualsiasi altra cosa, e sotto sotto detestavo provare affetto per lui che mi stava facendo soffrire così tanto.
Forse non erano le sue intenzioni, ma chi poteva dirlo? Il dubbio veicolava quelle idee che mi rimasero impigliate per tutta la notte.











..... Continua ......










Anedonia - Cap.4: Le regole del galateo testo di AriaStoinov
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