Oggi splende il sole. Niente vento.
Nulla fa ricordare ieri. Nulla fa ricordare quello che è successo ieri.
Da queste parti il tempo è cosi, dicono. Passa da un estremo ad un altro in poche ore. Colpa della latitudine. Ma accidenti a loro, non lo potevano dire prima?
Va bene, ci avevano raccomandato di stare insieme, di non perdere mai di vista quello che ci stava davanti, di non fare nulla che non facessero tutti gli altri e di fare tutti come la guida berbera. Di non, di non, di non. Di non un cazzo!
Come fai a fare come tutti, quando tutti sono spariti? Come fai a non perderli di vista, quando l'unico senso che ti rimane è l'udito per ascoltare il fischio della sabbia che ti sbatte addosso come un nugolo di aghi microscopici?
Come fai a fare come la guida, quando ti trovi a centotrenta chilometri dal villaggio a cinque stelle con l'aria condizionata e la guida non sai più dove sia?
Cosa è successo? E' successo che nel giro di trenta secondi mi sono ritrovato solo, in pieno Sahara, con poca benzina nella moto, senza mappa, che tanto non mi sarebbe servita a niente e una tanica d'acqua a quaranta gradi.
E' successo che girando intorno ad una duna mi si è piantata la moto ed ero l'ultimo della carovana di trenta deficienti occidentali che volevano provare l'emozione di una escursione in moto nel deserto, tra la colazione e la cena in smoking.
E’ successo che, girando la duna, ci siamo messi a sfavore di vento, che ho avuto giusto il tempo di riuscire a tenere dritta la moto e a farla ripartire, è successo che ho cercato di raggiungere gli altri, che erano avanti non più di cinquecento metri, ed è successo che non c'erano più. Spariti.
Spariti loro e le tracce delle moto.
E' successo che mentre cercavo di far ripartire la moto, si è alzato il vento. Non so se fosse il Ghibli, il Mistral, o come cavolo si chiami. In pochi istanti tutta la sabbia intorno era uguale, fine come borotalco e immacolata. Dopo due o tre chilometri mi sono reso conto che mi ero perso.
Tutti gli altri con la guida, ed io solo, con tutto il deserto.
Il vento non è durato molto, un paio d'ore, al più. Mi sono fermato era perché era impossibile continuare. Ho messo la moto in piedi di traverso al vento, ho cercato di farmi un riparo dalla sabbia con il giaccone anti vento e ho aspettato.
“Riparto quando smette"pensavo. "Si saranno fermati anche loro e li raggiungo in pochi minuti. Si sono sicuramente accorti che manco, torneranno a cercarmi con la guida" .
E così sarebbe stato, se non avessi fatto lo stronzo.
Calato il vento mi ero mosso subito, ma nella direzione sbagliata e non da tre ma da dieci chilometri di distanza da loro. I loro cinque che avevano percorso, prima di fermarsi vicino a delle rocce che la guida conosceva, per ripararsi, e i miei cinque, che avevo fatto in direzione opposta.
Ripartendo avevo continuato ad allontanarmi da loro, lasciando in mezzo dieci chilometri di sabbia senza tracce.
Nel Sahara dieci chilometri sono almeno come cinquanta. Non hai punti di riferimento. Dopo qualche ora di vento, la conformazione del paesaggio è cambiata. O sei sulla pista, o sei un beduino, o sei fottuto.
Non ero sulla pista e sono un occidentale, scemo e presuntuoso.
Dopo un'ora di ricerche in gruppo, la guida aveva preso la decisione più logica: riportare la massa di "Brambilla" al villaggio, allertare i soccorsi con il satellitare e dare tutte le informazioni del caso.
E tutto sarebbe finito presto e bene, se io fossi rimasto fermo. Ma no, non sia mai che io non prenda decisioni! E le ho prese. Sbagliate .
Non ho valutato quanta strada potevo fare con la benzina che avevo, non ho valutato quanto freddo possa fare, di notte, in quei posti, non ho valutato quanto in fretta possano finire cinque litri d'acqua calda, quando ci sono quarantacinque gradi e il vento ti ha seccato la gola per due ore e ti ha fatto inzuppare di sabbia perfino tra le dita dei piedi, chiusi negli scarponi da fuoristrada con le calze e tutto il resto.
Non ho considerato che, solo per risciacquarmi la faccia, ho sprecato almeno mezzo litro abbondante d'acqua.
Non avevo considerato nemmeno quanto mancasse al tramonto e quanto rapido fosse il passaggio tra il giorno e la notte.
A farla breve, dopo tre ore di giri in moto, il serbatoio va in riserva, restano due litri, massimo cinquanta chilometri, visto come devi tenere tirato il motore se vuoi avanzare galleggiando in velocità sulla sabbia.
Il sole diventa una palla rossa enorme, che dopo pochissimi minuti mi fa ciao ciao e io rimango al buio, non so dove e senza benzina o quasi.
Allora studio le stelle. Dove sarà il nord? Da che parte vado?
Riconosco la stella polare, la guardo, bellissimo il cielo. Nero nero, con mille e mille puntini bianchi fitti fitti e la luna che dipinge la sabbia di blu scuro e d'argento.
Peso, valuto, considero, e riparto verso nord. Si, domani!
Forte della certezza dell'istinto, vado avanti a testa bassa Per un'ora, forse. Il senso del tempo, di notte e in quei posti fa strani scherzi. Sembrano passati cinque minuti e invece è passata mezz'ora. Per quanto avrò corso davvero? Non lo so.
Fino a che è durata la benzina. Quando la moto si è spenta e, invece di galleggiare sulla sabbia, ha fatto gli ultimi metri affondando la ruota davanti per un buon terzo, ho incominciato ad avere paura.
Altra stronzata, invece di restare vicino alla moto, mi sono messo a camminare. Un uomo solo, nel deserto, senza alcun riparo, è quasi sempre un uomo morto.
Potrebbe alzarsi di nuovo il vento e sommergerti di sabbia, mentre cerchi di ripararti. Il freddo, o meglio, l'escursione termica, di almeno trenta gradi in pochi minuti, ti può creare problemi seri. E saresti finito. E' solo questione di tempo. E poco, anche.
Io ho avuto fortuna. Una fortuna davvero sfacciata. Ho avuto la fortuna di rimanere vivo e di capire finalmente qualcosa.
Era notte alta, l’acqua era finita da un pezzo, la stanchezza mi faceva sentire le gambe come di granito.
Stavo decidere di stendermi a dormire. E invece si alza di nuovo il vento. Anche questo succede, mi hanno detto.
Stronzo sì, ma di stronzate ne avevo fatte abbastanza Se mi fossi appiattito sulla sabbia mi sarei addormentato all'istante, e il vento me ne avrebbe steso sopra almeno altri cinquanta centimetri.
Niente, allora. Camminare, camminare e camminare ancora. Con uno straccio che puzzava di benzina sulla bocca e gli occhi praticamente chiusi.
Sulla cresta di una duna mi sono fermato un momento, per tossire. E’ bastato questo, e un attimo di pausa del vento, perché la luce della luna illuminasse il blu e mi accorgessi di alcune forme che sembravano rocce. Non erano distanti più di duecento metri, mi parve. Il vento è ripreso subito, nascondendo tutto in un turbinio di sabbia fitta come la nebbia, ma ormai avevo visto la direzione.
Ho fatto cinquanta, cento passi, non lo so.
Mi sono sentito afferrare da qualcosa, che mi ha tirato giù e mi ha fatto accucciare e rannicchiare.
Lo spavento mi aveva paralizzato la voce. Sento alcune parole in una lingua sconosciuta, quasi soffocate dal fischio del vento.
Quella cosa che mi aveva afferrato era una mano, la stessa che ora mi batteva piano sulla schiena per dirmi, con quel gesto, che andava tutto bene, che non ero più solo.
La roccia, contro la quale ero stato costretto ad accucciarmi, non era una roccia perché si muoveva. Era un dromedario che respirava, anche lui sulla sabbia. Il vento, nel deserto, copre facilmente un uomo con la sabbia, ma un dromedario è un'altra cosa.
Dopo un tempo interminabile, almeno cosi mi parve, il vento si era calmato di nuovo. La figura proprietaria delle parole sconosciute che avevo sentito, si mosse borbottando. Alla luce della luna divenne un uomo che, con larghi gesti, mi faceva capire di restare lì e di non muovermi.
Si allontanò di qualche metro, dietro l'animale che ci aveva riparato, dopo aver frugato nelle bardature e preso alcuni oggetti neri.
Una luce, improvvisa e tremolante, mi fece capire che aveva acceso un fuoco. Mi alzai e mi avvicinai.
"Grazie" dissi alla figura che mi voltava le spalle. Il chiarore che gli illuminava il viso mi mostrò che era un ragazzo giovane.
Una lunga tunica scura, una fascia di tela chiara sulla testa, forse un turbante mezzo disfatto e un sorriso con denti bianchissimi. Mi rispose qualcosa, in modo gentile. Stava facendo bollire una piccola pentola d'acqua con della polvere dentro. Te'. Caldo. Liquido. Profumato. Aspro. Non era molto, ne venne fuori solo mezza tazza per ciascuno. L'acqua è preziosa nel deserto. Se la devi dividere, diventa ancora più preziosa. E lui l'aveva divisa.
Dopo pochi minuti si alzò, spense le braci con la sabbia e ritornò ad appoggiarsi contro la pancia del dromedario. Mi disse qualcosa, che interpretai come un invito a mettermi accanto a lui. Mi porse una coperta, leggera e che puzzava di animale ma che teneva caldo, si appoggiò più comodamente contro la sua bestia, e si mise a dormire. Tranquillamente, come se non fosse successo nulla.
Il mio stupore era grande, ma il sonno e la stanchezza lo erano di più.
Quando riaprii gli occhi, per lo strattone leggero che mi diede, il cielo si stava appena schiarendo. Mi alzai, mi scossi la sabbia di dosso e lo guardai in silenzio. Non sapevo che cosa dire e come dirlo.
Non ci fu bisogno di parole. Con un cenno della mano mi indicò di andare con lui, con uno strappo delicato alle redini fece alzare il dromedario e ci mettemmo in cammino. Non sul dromedario ma a piedi, davanti a lui. Senza parlare.
Il sole si alzava lentamente e la temperatura anche, solo un po' più in fretta. Dopo tremila dune tutte uguali, superata la tremilaeunesima, apparve, all'improvviso, come tutto nel deserto, mi dicono, un accampamento.
Il ragazzo chiamò a voce alta, due o tre tende si aprirono e alcune donne uscirono a vedere. Ci fu un gran salutare con le braccia, molte pacche sulle spalle e molti sguardi interrogativi.
Parlottando con le donne, alcune anziane e con i denti guasti, altre più giovani e con gli occhi bassi, il ragazzo raccontò perché portava uno straniero con sé. Almeno, credo che fosse questo il succo del discorso, perché una delle donne si staccò dal gruppo e sparì dentro ad una tenda.
Ne uscì, un minuto dopo, con un vecchio alto e diritto come un obelisco. Questi mi si avvicinò e, senza staccarmi gli occhi di dosso, ascoltò il racconto che il ragazzo gli ripeté, immagino, identico a prima. Solo che, stavolta, teneva gli occhi bassi e parlava a bassa voce.
Alla fine il vecchio rimase in silenzio per alcuni secondi, poi sorrise appena e disse due parole. Due, non tre. Due.
Si voltò e ritornò nella tenda, seguito dal ragazzo, che a sua volta mi faceva ampi segni di seguirlo. Fino a quel momento, non avevo detto una parola.
Sotto la tenda faceva meno caldo. Due donne entrarono e mi portarono alcuni bocconi di carne di non so che cosa, dura ed elastica, una tazza di tè bollente, e se ne andarono. Poche cose, da chi vive di niente.
Il vecchio scostò un mucchio di tappeti e tirò fuori, dal fondo della tenda, una specie di apparecchio ricetrasmittente, tutto scrostato, che forse era un residuato della seconda guerra mondiale. Diede alcuni colpi di manovella, mosse un po' le manopole e una specie di voce gracchiante uscì da quella scatola. Disse alcune parole, che non capii, fece una risata, disse ancora alcune cose e spense tutto.
Con la faccia senza espressione rimise a posto la radio, si accese la pipa, che sembrava di terracotta, e rimase in silenzio a guardarmi. Non so quanto tempo passò, probabilmente mi assopii.
Venni risvegliato dall'inconfondibile rumore di un elicottero. Erano venuti a prendermi. Il vecchio aveva avvertito non so chi. La solidarietà del deserto? Non lo so.
La zanzarona bianca mi riportò al villaggio in mezz'ora e tutto quello che ricordo, di quella gente, sono il vecchio che mi guarda, dritto come un pilastro, fuori dalla tenda, le donne che si sbracciano di saluti e il ragazzo che, mentre porta il dromedario nel recinto con gli altri, alza un braccio, restando voltato di spalle.
Durante il volo, durante le spiegazioni al villaggio, durante il rapporto alla polizia del posto, non sono riuscito a farmi sparire dalla mente due immagini.
Noi, dentro questo paradiso con l'acqua corrente, l'aria condizionata, le aragoste fresche e le ragazze abbronzate e loro, dentro una tenda, con quattro bocconi di carne secca , una tazza di te', qualche animale tra i cespugli.
E' chiaro adesso perché, non appena sono uscito dalla doccia, che non è riuscita nemmeno lei a togliermi queste immagini dagli occhi, quando il mio compagno di stanza mi ha detto: "Cavolo, che avventura che hai vissuto! Ne avrai da raccontare!", sono sbottato?
E' chiaro perché l’ho mandato a fare in culo e sono uscito, sbattendo la porta, e, con ancora l'asciugamano attorno ai fianchi, me ne sono venuto qui sulla spiaggia, nell'angolo più lontano del villaggio?
E' chiaro perché, ripensando alle ultime ore, mi sento uno stronzo di turista scemo, che non sa un cazzo di niente e non ha capito finora un cazzo di nulla?
E' chiaro?
Avventura testo di MauroS