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Nel ventre del Nulla fui gettato,
senza grido né decreto,
solo carne senz’anima,
solo fremito condannato.
Il giorno si lacera tra gli artigli
di un tempo che non domanda,
e ogni respiro è un morso
che scava il sepolcro dell’essere.
Non fui mai pensato,
non fui mai voluto:
sono la metastasi cieca
di un cosmo senza occhi.
Che si sfaldi la forma,
che crolli il battito,
ché vivere è solo
un ritardo dell’annientarsi.
Su questa carcassa
che porta il mio nome,
verso l’ultima preghiera:
che nulla resti,
nemmeno il ricordo
di questo errore.