I miei pensieri viaggiano veloci. Non riesco ad afferrarli. Sono più veloci della parola.
Perché perché perché…il tuo mondo è pieno di perché. Il mio cassetto era pieno di perché. Tutti accumulati in un quaderno ad anelli. Ero vogliosa di notizie. No, ero vogliosa di attenzione. Volevo sembrare una tipa curiosa, ma tutti quei perché erano banali e, molti, formulati senza un reale intesse. Troppo ingenui per essere credibili, per essere nati dalla semplice curiosità. Volevo accalappiare il “lui” a cui erano destinati. Avrebbe visto quando sono curiosa, volenterosa e mi avrebbe accolto a braccia aperte nel suo petto. Lì mi sarei lasciata andare. Avrei avuto la sua fiducia, la sua attenzione. I suoi occhi celesti mi avrebbero vista. Quei perché morirono man mano che la mia mente lì dimenticò. Il quaderno fu sommerso da altri appunti, riviste con ritagli importanti e dal mio dizionario personale. Dimenticai le mie intenzioni cartacee, ma non le intenzioni della carne. Mi misi dinanzi a lui, allargando le gambe. Doveva vedere cosa potevo dargli. Doveva capirlo. Forse i jeans erano troppo da ragazzina, ma doveva capire cosa volevo. Ci provai. Una volta. Per me era palese. Forse troppo. Io fingevo indifferenza. Lui non fingeva la sua estraneità e perplessità. Passai alle frasi. Scrissi una frase, nel luogo in cui lo vedevo sempre. Era una protesta. Etichettavo quel posto come svuotato da ogni speranza. Notò la scritta. Gongolai. Cercavo di partecipare a tutte le sue iniziative e, cercavo, di evidenziarmi. Accettai anche un nomignolo. Volevo che si ricordasse di me. Voglio! Gli prestai la mia macchinetta fotografica, le mie mani, il mio tempo, i miei rullini, la mia mente, una poesia…anzi più di una. Perfino i miei sogni e le mie fantasie. Gli prestai tutto. In silenzio. Lui non doveva chiedere, lo anticipavo. Fu la sua, la prima macchina che pedinai. Fino a dove potevo. Fin dove i miei occhi, e le mie gambe, reggevano il passo. Fu lui il primo a cui dedicai le mie apnee, i silenzi improvvisi, o lo sguardo fisso quando mi passava accanto. Il primo. Ricordo ancora la stanchezza, le chiacchiere che si fanno mentre si torna stanchi a casa. Il sole e il marciapiede bianco. I più fortunati venivano accompagnati a casa in macchina. Scambiavi pareri, consigli..ma lo sguardo era sempre, sottecchi, rivolto alla strada. Sapevo che sarebbe passata. Era inconfondibile. Aspetta..aspetta..aspetta. Camminavo piano. Contavo i passi. Li dosavo. Eccola. Così piccola, come farà a guidarla? Entravo in apnea. Il silenzio calava e l’immagine rallentava. Fissavo ogni dettaglio. Rubavo ogni informazione. Tutto! Quello che vedevo poteva essere mio, tutto mio. Una scorpacciata di immagini. L’immagine rallentava nella mia testa ma la realtà scorreva veloce. Non c’era più. La seguivo con lo sguardo, cercando di non perderla di vista. Poi spariva. Un puntino colorato all’orizzonte.
Alla fine, sbottai. I pensieri dovevano prendere forma, consistenza. Erano stipati e stratificati. Decisi di mettere nero su bianco, in modo blando, quello che pensavo. Sentivo quello che la mente mi imponeva di sentire. Misi questo straccio di parole dove poteva vederlo. Tradii i miei intenti. I pensieri erano nero su bianco, ma l’umana decenza non li accettava. Quando mi chiese spiegazioni, mi giustificai in maniera innocente. Saltellando tornai al mio posto. Facevo le scale a 3 a 3. Lui, perplesso, riprese la sua giornata..
I miei pensieri viaggiano veloci. testo di flavia