Com’è che ha detto il dottore? Cefalea causata da ematomi epidurali bla bla bla… chi se ne frega? Sono già morto. Non riesco a muovermi, ho sonno, vedo tutto offuscato. Come sono arrivato qui? Che mi è successo?
«I tuoi ricordi se ne andranno, Lorenzo, voleranno via, mi capisci?»
In realtà no, non capisco, e se anche capissi non potrei comunicarlo. Però mi aggrada l’idea che sarai l’ultima persona a cui penserò prima di dimenticare come mi chiamo. Sì, insomma, a chi altri potrei pensare? Un uomo solo al mondo come me ha pochi ricordi, ma quelli che ha se li tiene stretti. Un vero peccato perderli.
Una delle cose più belle a cui dico addio è sicuramente quel giorno sulla spiaggia. Rammenti? Avevamo sedici anni, era un lunedì mattina e a seconda ora avrei avuto un compito di matematica per cui non avevo studiato. Tu mi dicesti che potevamo anche non entrare, mollare tutto e fuggire, e così lasciammo perdere la scuola e scendemmo in spiaggia. Non c’era sole, era una giornata grigia, ma si stava bene. Mi prendesti per mano perché mi sentivo in colpa e mi spingesti sulla sabbia del bagnasciuga, poi ti gettasti su di me e insieme ridemmo sotto quel cielo asettico.
«Un giorno stupendo.»
Già.
«Invece ricordi la prima volta che ci baciammo?»
Sì, la ricordo ancora. Ti guardai e tu mi guardasti e senza dirci nulla avvicinammo le labbra.
«Non c’era nulla da dire.»
Ricordo che fu di sera, dopo il cinema. Che film era?
«Il laureato»
Giusto. Bel film.
Oh, ecco, ci siamo… se ne stanno andando.
«Li vedo, volano nella stanza.»
Prendine qualcuno.
«Prenderò questo.»
Qual è?
«Il nostro primo incontro.»
Raccontamelo.
«Ero in libreria, sfogliavo le pagine di un libro che avevo già letto, Norwegian Wood, di Murakami, assorta nei pensieri in un’altra giornata opaca. D’un tratto sento una voce, una voce gentile che mi chiama e mi dice: “ciao, scusami se ti disturbo, ti ho riconosciuta, vieni nella mia scuola”.
Che sfacciato di merda.
«No, invece è stato carino. Siamo diventati subito amici.»
Prendine un altro. Quello, quello che brilla di più.
«Ecco, l’ho preso. È la nostra ultima notte insieme»
Finalmente un’ultima volta. Penso che le prime volte siano sopravvalutate, sono le ultime che contano.
«Eravamo stesi sul letto, senza lenzuola, e io ti dissi che sarei partita. Sarei andata in America, con mio padre. Non dicesti nulla.»
Sarà stata una di quelle volte in cui non c’è nulla da dire.
«Sì, è così.»
Invece quello? Quello che volteggia statico.
«È il giorno della mia partenza, il nostro addio. Rimane fermo perché tutto da allora è in sospeso.»
Sì, forse ricordo una sensazione simile. Librarsi nel tempo e nello spazio, come un film in pausa.
«Cos’altro ricordi?»
Un po’ ricordo come sei fatta. Beh, in realtà sei soltanto un volto sfocato, ma qualcosa si vede ancora. Vedo i tuoi occhi azzurri, le labbra rosse, i capelli ramati…
«Castani. Ho gli occhi castani.»
Sì, ma io li vedo azzurri.
Adesso stai scomparendo.
«Davvero?»
Sì.
«Posso prendere un ultimo ricordo? Per me e per me soltanto.
Certo, a me non servono più.
«Questo, voglio questo.»
Quale hai preso?
«Il più oblioso, il più dimenticato. La prima volta che mi hai vista. So che non sei un fan delle prime volte, ma non posso fare a meno di ascoltare e riascoltare i tuoi pensieri in quel momento.»
Cosa pensavo?
«”Dio, quanto è bella. È bella da impazzire. È bella che mi dà fastidio da quanto è bella. È bella che se le parlassi le direi soltanto quanto è bella”.»
Che sfacciato di merda.
«Sì, sei proprio uno sfacciato di merda. Ma solo Dio sa quanto ti ho amato, anche lontana miliardi di chilometri.»
L’America non è così lontana.
«Ti avrei amato anche se fossi stata sulla luna. Anche se fossi stata l’unica selenita, nella solitudine avrei pensato a te.»
Non ti vedo più, mi dispiace.
«Non importa… non importa.»
Vorrei poter dire che non ti dimenticherò mai, ma mentirei. Ti ho già dimenticata.
«Addio per sempre, amore mio.»
«Addio… chiunque tu sia.»
Ti perdo ogni secondo testo di Matthew Sharing