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Era solo uno spirito candido,
perfetto, senza macchia,
completo, senza desiderio,
se non quello di trascendere la materia.
Un giorno si rivolse a Terra.
Voleva sporcare la propria luce
per capire la misteriosa natura
dell'esistenza sotto di sé.
Lei gli disse che poteva sacrificare
la sua condizione onirica,
a patto di non fare domande.
Preso dalla curiosità,
accettò il prezzo del suolo
e la sua brama divenne un dono.
Gli diede gambe e braccia sottili,
per spostarsi nel silenzio dei suoi sospiri.
Gli fece mani variopinte,
ogni dito era un colore mai visto.
Tracciava storie dai contorni fascinosi
sul muschio fresco e scivoloso.
Ma era sordo, era cieco, era muto.
Una maledizione:
gioia che sorge dal dolore,
libertà in catene,
mentre tutto intorno si muove.
Lui si affidò all'infinita immaginazione.
Vagò nella notte finché
il tempo perse di consistenza.
La Luna, dall'alto della sua saggezza,
gli indicò il sentiero più complicato,
mettendo alla prova la sua paura di morire.
Lui, condannato alla cecità sensoriale,
timoroso dell'ignoto, si fece guidare.
Non per fiducia, per disperazione.
Stanco, si fermò in una grotta.
Dipingeva la sua emozione,
percependo l'impulso interiore,
incapace di ammirare la propria arte.
Consumò le sue estremità,
diede tutto se stesso, finché sparì.
Quello che rimane è il suo lascito:
Un affresco della sua anima imperscrutabile.