Jenny
Quando l’ho vista arrivare col suo passo sicuro, i capelli biondi tirati stretti sulla nuca e il tailleur grigio, dritta sui tacchi col suo fare efficiente e deciso, ho pensato che sarebbe stata una convivenza improbabile. Cercavo una coinquilina per dividere le spese d’affitto e lei aveva risposto al mio annuncio venendo prontamente sul posto, da vera donna d’affari.
Tutto sommato, ragionavo fra me e me mentre lei ispezionava i luoghi, una persona così precisa e pragmatica poteva anche essere una scelta sensata.
Intanto lei osservava gli arredi non proprio moderni, verificava la presenza di armadi nella sua camera, guardava compiaciuta le dimensioni del soggiorno, s’informava senza troppa passione sulle dotazioni della cucina.
Insieme a lei osservavo quell’ambiente che mi aveva accolta in fuga.
Aveva il glamour della casa di una nonna, ma ogni dettaglio m’ispirava tenerezza.
Le tendine ricamate che penzolavano lievemente storte, il televisore antidiluviano, i mobili scuri e massicci della sala da pranzo, il grande orso di peluche seduto al suo posto sul divano, spelacchiati entrambi, il piccolo balcone inservibile salvo per raffreddare le birre prima delle feste.
Come spesso succede, la sua presenza mi aiutava a guardare di nuovo.
L’abitudine impigrisce i sensi, un elemento nuovo può restituire gli occhi anche a te, che eri perso nel tuo sonno d’automa. Provavo affetto e gratitudine per quel luogo di autonomia e libertà, ma cosa ne pensava lei?
Quando infine quel vetusto ma accogliente appartamento fu soppesato e valutato minuziosamente, lo sguardo chiaro e attento di Jennifer si è posato su di me. La conversazione avveniva in inglese, che lei parlava perfettamente con accento americano, e quasi senza accorgermene da “padrona di casa” stavo diventando aspirante candidata.
Affabile ma implacabile, questa bella ragazza di mamma svedese mi stava incalzando con le sue domande. Quando infine chiusi la porta dietro di lei mi senti sollevata e mi congratulai con me stessa per aver gestito alla meglio quella prova inaspettata. Non volevo emettere nessun giudizio affrettato e decisi di attendere qualche giorno prima di prendere una decisione, avevo colto nello sguardo qualcosa di vacuo e intrigante che faceva presagire ampie zone di non-controllo che potevano diventare spazi d’incontro vero.
Una delle prime cose a entrare nel soggiorno fu quel grande ritratto di famiglia su sfondo azzurro provvisto di cornice dorata. La mia mensola era la nostra, ora, le mie pareti anche.
Seduta sul divano accidentato, dal colore indefinibile, reduce di tante battaglie ma ancora capace di offrire un abbraccio caldo e morbido alle mie rare serate casalinghe, osservai quella collezione di sorrisi larghi e smaglianti abbinati a golfini colorati e camicie in tinta, il tutto coronato da chiome bionde e fluenti. Il fotografo aveva fatto un lavoro onesto, disposto volti e luci in modo ineccepibile. Una bella famiglia da serie televisiva americana, tutti bellissimi.
Jennifer aveva vissuto a lungo in California, e questo spiegava molte cose. Quell’aspetto sano e fotogenico, quella presenza estroversa e sicura, ma anche una spontaneità un po’ ingenua e la sincera affabilità di una ragazza cresciuta all’aria aperta, maturata al sole del paese delle arance.
Sul suo comodino era spuntato un libretto di ragguardevoli dimensioni: la Bibbia delle Vitamine. All’epoca sapevo molto vagamente che ne esistevano alcune e che era utile mangiare frutta fresca.
In apparenza niente sembrava lasciato al caso, la giornata della mia flatmate era scandita da attività molto ben distribuite e organizzate: lavoro, sport, fidanzato. Per ognuna di queste c’era una tenuta adeguata e perfetta, come per Barbie.
La mattina c’incrociavamo appena all’uscita dal bagno, lei era sempre pronta molto prima di me, poi di giorno ognuna si dedicava alle proprie occupazioni fuori casa. La nostra cucina, già disertata dalla sottoscritta, rimaneva un luogo poco frequentato, ma diventava un punto d’incontro in tarda serata, per due chiacchiere prima della buona notte. A quell’ora, senza trucco e senza inganno, Jennifer era molto easy, espansiva e loquace, ascoltava volentieri anche le mie avventure.
Dopo mezzanotte aveva uno sguardo liquido e complice, le parole uscivano un po’ strascicate, ma toccavano argomenti interessanti, più intimi. Quando la stanchezza aveva la meglio e imboccavamo il corridoio per raggiungere le rispettive stanze, ne sapevamo un po’ di più una dell’altra e quella improvvisa vicinanza fisica fra due estranee molto spaiate, diventava poco alla volta un’amicizia.
Volonterosa e socievole, Jennifer cercava di districarsi nella fauna variegata dei miei amici, per lo più mediterranei, che entravano e uscivano dalla porta di casa in ordine sparso e in numero variabile per portarmi via o per condividere un piatto di pasta “come si deve”. Le loro voci popolavano allegre la nostra segreteria telefonica con proposte e inviti per la serata. Ben presto i suoi amici e familiari, con il loro idioma impenetrabile, cominciarono un divertente contro canto. Il suo ragazzo non lo vedevo spesso, trascorrevano anche loro molto tempo fuori casa. Lei mi diceva che era un appassionato di surf e che ogni tanto spariva per settimane per andare a cercare l’onda laddove si presentasse l’opportunità. Certo quel piccolo paese nel centro del continente europeo non era idoneo, le spiagge meravigliose da dove inviava foto sorridente testimoniavano un gusto sicuro per le cose belle che costano care. Quando non cavalcava le onde, se la cavava egregiamente fornendo pregiate consulenze alle istituzioni europee.
Da brava svedese, a Jennifer piacevano le candele accese. Ne spuntavano come funghi nel nostro soggiorno e trovavo l’effetto molto suggestivo, adatto a quel clima rigoroso. Lentamente imparavo abitudini e costumi nordici, stemperati in salsa californiana, mentre Jennifer imparava qualche nozione di cucina italiana, per esempio che i tortellini prima di condirli bisogna cuocerli.
Quando la trovai una sera in cucina con la forchetta in mano, m’insospettii di non vedere nessuna pentola sporca, ma la cosa più esilarante fu osservare il suo invitato masticare convinto e beato, già appagato della sua luminosa presenza. Un ragazzo sensibile, ironico e intelligente, collega d’ufficio, infatuato, ma senza vere pretese, della mia scultorea coinquilina, che frequentava assiduamente approfittando dell’irregolare presenza del Ken ufficiale. Qualche volta mi sembrava di assistere a una soap opera che veniva girata curiosamente nel mio tinello, mentre la vera televisione rimaneva ostinatamente spenta, con un centrino leggermente pendente dal mobiletto in legno e una bella pianta verde sopra.
Tutto andava nel migliore dei modi, era bello non essere soli in casa e la compagnia di una persona tanto diversa era stimolante. Una cosa m’incuriosiva tuttavia. Qualche volta Jennifer, di solito lucida e brillante, prendeva a raccontare le sue storie come un disco rotto, che s’impunta e riprende da capo come se niente fosse, anche tre o quattro volte di fila. Queste conversazioni avvenivano spesso molto tardi, dopo serate movimentate e qualche volta un po’ alcoliche e una cosa spiegava l’altra, mi dicevo.
Una sera invitai Jennifer a uscire con i miei amici, era sola in quel periodo. Ricordo la sua faccia sorridente ma un po’ tirata che mi diceva che no, non voleva bere quella sera, e la nostra spensierata insistenza al banco del bar. Rimase ferma nella sua decisione e pensai che avesse davvero volontà e disciplina da vendere. La mattina dopo, puntuale, era fresca e pronta per il suo jogging mattutino prima di andare in ufficio, mentre io stavo ancora azionando il tasto snooze della mia sveglia, grata della sua esistenza che mi lasciava ripiombare nel sonno disperato e crudele degli ultimi dieci minuti.
La sera in cucina, Jennifer mi parlò per la prima volta delle difficoltà avute da ragazza con l’alimentazione. Un’alternanza di carenze ed eccessi, una mancanza di equilibrio che aveva rischiato di compromettere seriamente la sua salute. Sembrava qualcosa di remoto e superato, allo stesso tempo aleggiava ancora un’insicurezza, come un vuoto da riempire, ma ben nascosto in profondità, sotto vari strati di pragmatismo, di fresca spavalderia e di volonterosa determinazione.
Passando in soggiorno riguardai la foto di famiglia, con quei sorrisi perfetti.
Dai ragazza... lasciami ancora credere a quel racconto levigato, non dirmi che c’è del marcio in Svezia.
Facciamoci due spaghetti e non pensiamoci più. Al dente ma non troppo. Cercai a lungo una bottiglia di vino maledicendo la mia sbadataggine, dovevo fare più attenzione alle cose, a dove diavolo le mettevo quando sgombravo le borse della spesa. Quando chiesi a lei si scusò molto per averla usata in mia assenza e ne comprò subito un’altra.
Quella sera si parlò senza filtri. Da ragazza eri finita al pronto soccorso qualche volta di troppo, eri inciampata, avevi "sbattuto nelle porte". C'era voluto tempo e coraggio per ammettere scelte sbagliate e allontanarti dal male. Il lupo camuffato da principe azzurro aveva lasciato le impronte dei suoi denti aguzzi, quelli che scintillano insidiosi subito dopo il sorriso, affondano nella carne tenera mescolati ai baci e non fai in tempo a scansarti. Solo dopo ti ritrovi, tramortita e incredula, a guardare le ferite allo specchio.
Uno spirito più indagatore avrebbe cominciato a pensare a questi piccoli accadimenti e alle intime rivelazioni come a una serie d’indizi. Avrebbe cominciato a collegare i puntini del disegno. Invece non mi accorsi di niente, fu per questo che quello che scoprii una sera tornando a casa fu tanto drammatico e sconvolgente.
Mentre appoggiavo le chiavi sul mobiletto dell’ingresso, sbirciando i messaggi in segreteria, vidi Jennifer sdraiata mollemente sul divano. Vestita, con gli occhi chiusi. Una ben meritata siesta dopo il lavoro pensai, facciamo piano. Aveva acceso piccole candeline tutto intorno, in graziosi contenitori di cristallo che incorniciavano la scena con la loro luce tremolante. Questa volta però non m'ispiravano allegria. C’era qualcosa di stonato. Non feci in tempo a osservare meglio l’espressione del viso. Suonò il telefono. Bene mi dissi, così si sveglia e parliamo un po’.
Era il suo ragazzo. “Aspetta che te la chiamo, sta dormendo.... no guarda scusa, non si sveglia, adesso le vado vicino poi ti dico.”
Chiamarla più forte non serviva, scuoterle il braccio neanche.
Nessuna reazione.
Panico.
Cosa devo fare? riagganciare subito e chiamare un’autoambulanza.
“Si, vieni subito qui se puoi, io intanto chiamo i soccorsi.“
Si trattava di un’urgenza, magari di vita o di morte, non ero in grado di saperlo.
Per fortuna il paese era piccolo e i servizi celeri. Intanto cercavo di capire, guardavo la scena mentre a fatica calmavo i battiti del mio cuore.
Per terra accanto al divano c’erano fotografie sparse, come cadute dalle mani improvvisamente. All’angolo del tavolino basso una bottiglia di Vodka. Vuota.
Suona il citofono, sono già qua. Bene però, merda. Cosa gli dico? Svegliatela intanto, poi vediamo. I pompieri entrano nel soggiorno, sono tre e fanno rumore. La bella addormentata è immobile ma respira, non ci sono dubbi. Siccome non risponde bisogna usare altri metodi per svegliarla, un punto molto sensibile dell’orecchio può essere sufficiente. Gli occhioni azzurri si riaprono come dopo un lungo sonno o un viaggio in un paese lontano. Si mette seduta e si guarda intorno smarrita. I soccorritori fanno domande, lei risponde pacata, sembra sorpresa e allo stesso tempo gestisce la situazione. Tutto si risolve con qualche raccomandazione da padre di famiglia.
Quando ripartono non è facile guardarsi negli occhi, mi aspetto spiegazioni che non arrivano. Lei vuole tranquillizzarmi, parla di equivoco. Da parte mia non ci sono accuse, solo un po’ d’imbarazzo, ma soprattutto un prima e un dopo con in mezzo un grande punto di domanda.
C’è un problema che prima o poi deve essere formulato, se vogliamo dirci amiche.
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L’ascolto intrigata guardando fisso il suo volto mentre mi legge quella lista con fare quasi divertito.
Sono passati diversi mesi e Jennifer non abita più con me.
Sono venuta a trovarla, sembra stare meglio e non ha perso la voglia di chiacchierare. Mi mostra quella lista di 50 domande. Ha dovuto compilare il foglio dettagliatamente quando è entrata nella clinica.
Se rispondi sì a tutte, vuol praticamente dire che sei sotto spirito, più morta che viva, mi dice ammiccando.
“Hai già bevuto del profumo in mancanza di altro?” SI
“Hai già nascosto gli alcolici in bottigliette d’acqua per poter bere sul lavoro?” SI
“Porti con te spray per bocca profumati per nascondere l’odore dell’alcool?” SI
Perdo qualche frase per osservare meglio gli occhi chiari un po’ stanchi ma sorridenti. Un’iride che ricordavo più netta, densa di materia e colore, una palpebra senza trucco, sottile e fragile. La sua voce continua a leggere e scopro cose mai sentite prima.
Ma io c’ero! A pochi metri da lei e neanche un sospetto, per settimane, mesi…
Non so che dire, non è un pensiero rassicurante. Molto presa dalla mia vita libera e movimentata certo, ma forse dovrei aguzzare la vista se voglio riconoscere i guai, miei e altrui. Essere d’aiuto quando occorre.
Vivi e lascia vivere, questo motto mi è sempre piaciuto. Ma non avevo previsto varianti deprimenti sotto l’effetto dell’alcool, della violenza, della dipendenza.
Vivi e lascia morire? E se ti ritrovi dall’altra parte dello specchio - tutti possiamo passarci attraverso con un passo falso e qualche volta senza accorgercene - muori e lascia vivere?
La vita di alcuni è morte lenta, malgrado loro, malgrado gli altri, grazie a loro e anche grazie agli altri. Anche a quelli che non vedono.
Morte di dolore, morte per guarire di una ferita antica e incancrenita, morte per dimenticare la solitudine e la paura, morte per ritrovare un luogo più accogliente, una speranza di riposo eterno dalle fatiche del trovare un posto nel mondo.
Anche la famiglia, quella con tanti denti bianchi, continua a sorridere ignara sulla foto.
Qualcuno li dentro non la racconta giusta. Ma adesso chi vuole sapere? Chi vuole raccontare?
Chi vuole stanare ricordi troppo duri da sembrare inventati… seppelliti sotto cumuli di detriti.
Meglio dimenticare ubriacandosi tutti i giorni fino a non sapere neanche più com’è la mente lucida, che poi è proprio quello che si vuole, dimenticare, stordirsi. La mente si può ingannare… il corpo invece sa e ha una memoria d’elefante. Il corpo non nasconde il dolore, è la nostra salvezza, quando lo ascoltiamo.
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Sembra ieri e invece è passato tanto tempo. Guardo quella faccia così sana e vitale, quella ragazza appena invecchiata, che continua a correre, viaggiare, mordere la vita con i suoi denti perfetti. Non dimentica una data, sempre puntuale sulla rete sociale, un’energia allegra che si espande solare al di qua dello schermo. Ci siamo abbracciate a Stoccolma, qualche anno fa. Abbiamo mangiato gamberetti sulle patate aperte a libro, abbiamo riso delle nostre goffaggini di gioventù e brindato insieme… Al momento di ordinare da bere ho avuto un piccolo brivido.
Hai chiesto senza esitazioni una birra senz’alcol. Abbiamo fatto tintinnare i bicchieri.
Ho respirato a pieni polmoni quell’aria fresca e ricambiato sollevata il tuo caldo sorriso.
Jenny testo di dimmiunpo