Sento spesso un vuoto che mi circonda e mi riempie, fino a quasi far traboccare il vaso che è la mia esistenza. Tale vaso, però, non crolla mai, non straripa mai il veleno che ne è colmo.
Penso troppo a volte, e altre volte non riesco a pensare.
Sono sempre stata confusa e tormentata, ma ogni volta che percepisco tali sensazioni è sempre peggiore della precedente, o così mi pare.
Mi sono iscritta in un’università, in Ingegneria, un po’ per convenienza, un po’ per logica, un po’ perché mi lascio convincere, ma mai per passione.
Forse perché non è la mia strada,
ma mi convinco e mi ripeto che è perché io non ho una passione, ma un via vai di piccoli piaceri che svaniscono una volta affermatosi.
L’unica cosa certa, che non mi abbandona, non per mio volere, è una forza che preme e mi fa abbassare la testa contro un foglio o uno schermo e mi spinge, relativamente spesso, a scrivere e a liberare nelle parole il turbamento della mia anima.
Pur essendo consapevole che nessuno, a parte me, possa risolvere questo caos, vi chiedo.
Può questo essere considerato passione?
Posso di questo fare un mestiere o basare un mestiere? O tutto perderebbe di senso una volta affermatosi così come gli altri piacere che temporanei, quali sono stati, hanno accompagnato la mia vita.
È davvero quello che voglio cambiare università, ascoltare il tarlo che in testa mi ripetere fino a nausearmi di iscrivermi a lettere?
È davvero quello che è giusto fare?
O è solo un capriccio che si insinua nella mia anima solo per far piangere e urlare i miei genitori che mi hanno dato tutto tranne la stabilità dello spirito.
Mi chiedo questo.
Ogni giono, ogni notte, in ogni sogno.
Mi ripeto: mi piace o sono io che voglio che mi piaccia?
Può tutto questo essere addosso a me da anni e farmi stare male ogni istante, farmi sentire inadeguata in ogni contesto.
Che l’insoddisfazione possa accompagnarmi per sempre, facendomi pentire di ogni mio singolo gesto e
di ogni mio singolo respiro.
Banale sfogo di un banale corpo (parte 2) testo di Eco.notturno