Juliette – Capitolo 14

scritto da Nigthafter
Scritto Ieri • Pubblicato 6 ore fa • Revisionato 6 ore fa
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Autore del testo Nigthafter
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Prima di varcare la soglia si tolse le scarpe e le infilò in una busta di plastica che teneva in tasca, poi indossò i guanti di lattice. Non voleva lasciare impronte. Non lì. Non quella matina.
- Nota dell'autore Nigthafter

Testo: Juliette – Capitolo 14
di Nigthafter

Juliette – Capitolo 14


A Brume bastarono meno di due minuti per forzare la serratura della porta di casa dell'assistente del professor Martin.
Prima di varcare la soglia si tolse le scarpe e le infilò in una busta di plastica che teneva in tasca, poi indossò i guanti di lattice.
Non voleva lasciare impronte. Non lì. Non quella matina.
Un attimo dopo era dentro.
L'odore lo investì subito: legno vecchio, carta ingiallita e un vago sentore di tè. L'ingresso piccolo e funzionale conteneva un mobiletto basso con sopra un vassoio di conchiglie e fossili raccolti sulla spiaggia, un attaccapanni carico di giacche a vento e un paio di stivali di gomma da pioggia.
Il pavimento di cotto antico, leggermente irregolare, non produceva rumore sotto i suoi passi felpati.
La zona giorno si apriva in un open space dall'aria vissuta, non moderna.
Un grande divano Chesterfield di pelle invecchiata color cognac, coperto da un plaid di lana scozzese, stava accostato alla parete di fronte a un tavolino basso colmo di riviste scientifiche.
Brume sorrise debolmente. Se l'era immaginata esattamente così, dato chi ci abitava.
Di fronte al divano, una libreria stracolma piegava sotto il peso di volumi di antropologia, archeologia e storia locale, mescolati a romanzi dai titoli francesi e inglesi.
Una grande portafinestra si apriva sulla terrazza sul retro, affacciata verso le dune e il mare nero.
L'atmosfera era calda, quasi accogliente, con quel tocco di disordine colto che caratterizzava i tipi come Lucas Moreau.
La scala in legno saliva dal soggiorno, costeggiando una parete tappezzata di carta da parati a righe verde inglese e panna.
I gradini di quercia vecchia erano consumati al centro da migliaia di passi. Alcuni cigolavano con lamenti bassi e prolungati, come respiri sofferenti di un vecchio malato; altri schioccavano secchi, quasi uno schiocco di dita che spezza un osso.
La ringhiera, liscia e lucida, aveva un'intagliatura semplice ma irregolare, come se il falegname avesse lavorato di fretta.
Arrivato in cima, il pianerottolo si apriva breve e angusto, sul quale si affacciavano le due porte delle camere superiori.
Una piccola balaustra in legno correva lungo il bordo, alta appena fino alla vita, con colonnine tornite e leggermente sbilenche.
Il legno era più scuro qui, quasi nero.
Brume vi passò la mano guantata: sotto le dita avvertì le venature gonfie per l'umidità, come vene vive.
Dalla balaustra si dominava il soggiorno di sotto.
Quando vi si appoggiò per un istante, la struttura risultò solida, ben radicata. La soddisfazione gli attraversò il volto.
Tornò di sotto, nel piccolo corridoio si apriva un minuscolo bugigattolo dove venivano custoditi scopa e spazzolone.
Brume vi scivolò dentro, chiudendosi la porta alle spalle.
Il buio era completo. L'aria sapeva di polvere e detersivo stantio.
Ora doveva solo aspettare.
Lucas Moreau uscì dallo studio del professor Martin con le mani che ancora tremavano leggermente.
Aveva rimesso i fogli nel plico con cura ossessiva, come se rimetterli in ordine potesse in qualche modo ricucire l'orrore che aveva appena scoperto.
Durante il tragitto in macchina verso casa non riusciva a sopportare nessun rumore oltre al battito del suo stesso cuore e al fruscio dei tergicristalli.
Le parole lette nello studio gli rimbombavano nella testa come un'eco malsana.
Quarant'anni. Un massacro tenuto segreto per quarant'anni.
Juliette non era solo la vittima di un tragico incidente di guerra, come gli avevano sempre raccontato.
Era stata l'amante di un colonnello delle SS, sì... ma ciò che le avevano fatto quei nove partigiani era qualcosa di mostruoso.
La violenza, lo stupro collettivo, il modo in cui l'avevano legata ancora viva al cadavere del suo amante, il sacco di sassi, il tonfo in mare aperto mentre lei ancora respirava...E Brume era uno di loro.
Lucas strinse più forte il volante. Sentiva un disgusto profondo, viscerale, che gli saliva dallo stomaco.
Non era solo orrore storico: era la consapevolezza che persone che aveva incrociato per tutta la vita — visi rispettabili, nonni, ex combattenti decorati — avessero compiuto un atto così brutale e lo avessero seppellito nel silenzio per un'intera vita.
Ogni nove anni si diceva che lo spettro tornava. E uccideva.
Adesso capiva perché il professor Martin aveva tenuto quel materiale, scritto dal proprio fratello, nascosto anche a lui.
Era una bomba. Una verità che poteva distruggere intere famiglie del villaggio, rovinare memorie, riaprire vecchie ferite che nessuno voleva toccare.
Parcheggiò davanti a casa e rimase qualche secondo immobile, con le mani ancora sul volante.
La pioggia picchiettava sul parabrezza. Si sentiva sporco.
Come se aver letto quelle pagine lo avesse reso complice di quel silenzio durato quattro decenni.
- Cristo santo... - mormorò tra sé, la voce rauca.
Prese il plico dal sedile del passeggero. Pesava molto più di quanto dovesse.
Non era solo carta: era piombo fuso, era un cadavere legato a un altro cadavere che risaliva dal fondo del mare dopo quarant'anni.
Voleva solo posare quella roba sul tavolo, farsi un tè forte e cercare di decidere cosa diavolo avrebbe detto a Marcel Dubois quel pomeriggio.
Quando infilò la chiave nella toppa di casa, aveva la nausea.
Entrò con un sospiro stanco, scrollandosi di dosso la pioggia che cadeva sul villaggio e sui suoi segreti.
Sentendo su sé tutto quel peso invisibile. Un peso che aveva già ucciso troppe volte.
L'odore familiare di legno e tè lo accolse, ma non riuscì a rilassarlo.
Non sentì nulla. Brume uscì dal bugigattolo come un'ombra liquida.
Due passi felpati sul cotto, la mano guantata scattò.
Il braccio sinistro avvolse la gola di Lucas da dietro, mentre la lama del coltello da legionario — corto, pesante, con il filo seghettato vicino all'elsa — gli premette sotto l'orecchio destro, appena sopra la carotide.
- Un fiato e ti apro la gola fino alla spina dorsale. - sussurrò Brume, la voce bassa e calma, quasi paziente. - Cammina.
Lucas si irrigidì. Il plico gli cadde dalle mani, spargendo fogli sul pavimento. Sentì la punta del coltello mordere la pelle e un rivolo caldo scivolargli lungo il collo.
- Ti prego... - riuscì solo a mormorare.
- Zitto. Sali.
Lo spinse verso la scala. Ogni gradino fu una tortura.
I gradini di quercia cigolavano e schioccavano sotto i loro pesi combinati, come se la casa stessa stesse protestando.
Brume lo teneva stretto, il corpo premuto contro il suo, controllando ogni movimento.
La lama non si allontanava mai dalla gola.
Quando Lucas inciampò sul terzo gradino dal fondo, Brume lo sostenne con forza brutale, impedendogli di cadere.
Arrivarono al pianerottolo angusto. La piccola balaustra di legno scuro correva lungo il bordo, dominando il soggiorno di sotto.
- Fermo! - ordinò.
Con un movimento fulmineo, lasciò il coltello tra i denti e passò il braccio destro intorno al collo di Lucas.
La morsa fu immediata, scientifica.
Avambraccio contro la carotide, mano che premeva sulla nuca.
Lucas scalciò debolmente, le dita che artigliavano il braccio dell'ex legionario, ma la stretta era acciaio.
Gli occhi gli si velarono, le gambe cedettero.
In pochi secondi perse i sensi.
Brume lo tenne ancora qualche istante, assicurandosi che fosse del tutto incosciente, poi lo adagiò con cura sulla balaustra, a cavallo del legno.
Il corpo di Lucas rimase in bilico, la testa e il busto inclinati verso il vuoto, le gambe ancora sul pianerottolo.
Il legno premeva contro il suo addome.
Dalla tasca interna del giubbotto Brume estrasse una cima da barca di nylon intrecciato, spessa e robusta. L'aveva scelta proprio per questo.
Fece rapidamente un nodo scorsoio, lo passò intorno al collo di Lucas e lo strinse senza pietà, lasciando che il nodo si posizionasse sotto l'orecchio sinistro.
L'altra estremità la legò con due nodi da marinaio alla base di una delle colonnine della balaustra, tirando forte finché il nylon non cantò sotto tensione.
Fece un passo indietro.
Osservò la scena per un secondo: il corpo riverso, la corda ben tesa, i fogli sparsi di sotto come foglie morte. Sembrava già un suicidio.
Un uomo distrutto dal dolore per la morte del suo mentore, col quale pare avesse una relazione sentimentale che sceglie di farla finita nella propria casa.
Brume si chinò, afferrò le caviglie di Lucas e, con un unico movimento fluido e potente, le sollevò e le spinse oltre la balaustra.
Il corpo scivolò in avanti.
Ci fu un tonfo sordo quando la corda si tese di colpo.
Il legno della balaustra scricchiolò, ma tenne.
Il cadavere di Lucas Moreau rimase appeso nel vuoto del soggiorno, dondolando lentamente.
Le dita dei piedi sfioravano appena il tavolino basso, oscillando come un pendolo irregolare.
La testa era piegata in modo innaturale verso destra, la lingua appena visibile tra le labbra socchiuse.
Gli occhi semiaperti e vitrei fissavano il nulla.
Poi, con un ultimo spasmo involontario, una macchia scura fiorì all'altezza del suo basso ventre, allargandosi rapidamente lungo l'interno delle cosce.
Un sottile rivolo d'urina colò giù, cadendo con un ticchettio leggero sul pavimento di cotto.
Brume lo osservò per qualche secondo senza alcuna emozione, come un artigiano che controlla il proprio lavoro finito.
Un sorriso sottile, quasi impercettibile, gli sfiorò le labbra.
- Perfetto – mormorò a bassa voce.
Raccolse con calma il plico dal pavimento, lo sfogliò rapidamente per verificare che contenesse tutto ciò che cercava e lo infilò sotto il braccio.
Diede un'ultima occhiata alla scena — il corpo che ancora dondolava piano, la macchia che si allargava, il leggero cigolio della corda — e uscì dalla porta sul retro. Rimise le scarpe.
Fuori, la pioggia era diventata più fitta.
In casa rimase solo il lento, ritmico cigolio della cima da barca che oscillava nel vuoto.
Si erano fatte le due del pomeriggio.


(Continua) 

Juliette – Capitolo 14 testo di Nigthafter
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