La fine può attendere, invano - CAPITOLO VI

scritto da Giuseppe Palma
Scritto 17 giorni fa • Pubblicato 10 giorni fa • Revisionato 10 giorni fa
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Autore del testo Giuseppe Palma
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Nel libro di poesie “La fine può attendere, invano” emerge quanto la fine sia fondamentale per l’umanità, poiché rappresenta il presupposto essenziale per identificare il nostro ruolo nella storia.
- Nota dell'autore Giuseppe Palma

Testo: La fine può attendere, invano - CAPITOLO VI
di Giuseppe Palma

CAPITOLO VI

CALCULEMUS!

 

INTRODUZIONE

In seguito alla pubblicazione della mia prima raccolta di poesie, FORESTE, alcuni amici mi hanno messo alla prova chiedendomi se le avessi scritte utilizzando l’intelligenza artificiale (altri probabilmente lo hanno pensato ma non hanno avuto l’ardire di chiederlo).

Passato lo sconforto iniziale, derivato non tanto dalla mancanza di fiducia quanto dalla plausibilità della domanda, ha prevalso, subito dopo, una sensazione di sollievo per il fatto che, per quanto fossi informato, le poesie scritte dall’AI non sono poi tanto male. Ho considerato quindi la domanda come un complimento.

In effetti non avevo pensato al fatto che scrivere poesie durante l’affermazione globale dell’AI in diversi ambiti, in particolare quello dell’arte, possa risultare poco furbo, soprattutto per un genere così di nicchia. Ora capisco bene cosa intendesse il responsabile del negozio di libri dove ho fatto la mia prima presentazione (firmacopie), il quale guardandomi con compassione mi disse:

“Ma come ti è venuto in mente di scrivere un libro di poesie… dovevi scrivere un bel giallo, questo piace alla gente!”

E così eccomi qui a scrivere il mio secondo libro di poesie, e ad interrogarmi su una domanda che può avere solo una risposta soggettiva… Ma cos’è la poesia?

Per capirlo, è sempre utile provare a dare materia ad un concetto potenzialmente astratto.

Partiamo dalla consistenza.

La poesia ha la consistenza di un fiocco di neve. È un solido, ma estremamente fragile, e labile.

Compare dal nulla, si adagia su un piccolo brivido, rimane solo quando è accolta da una superficie solida, non fluida e sfuggente.

Si palesa in condizioni molto particolari, annunciata dal quietarsi della natura, resiste dove la presenza umana è rara, quasi inesistente, perché il suo abbraccio può essere letale.

Dunque, solo in apparenza innocua, può accumularsi, coprire la realtà, imponendo un silenzio irreale per dare voce ai nostri pensieri, anche quelli più nascosti.

Ad esempio, sotto una coltre di versi, possiamo capire di non essere soli, di quanto siano belle le cose semplici che ci circondano, che d’improvviso acquistano un valore incommensurabile.


Bucaneve


Sono belle

le tue gambe lisce

e il loro giulivo

incresparsi,

di quando qualcosa

sta per succedere

e non ha più senso

lasciarsi.

 

È bello il mio destino,

che anche se

non ricorda come

sa che è giusto esserci,

con la voce e

con il nome.

 

È bello il mio pianto,

manuale d’incanto,

in cui malinconico

mi perdo

ma con te accanto,

per fiorire

una volta ancora,

sbucando tra la neve,

d’improvviso,

tenendoti per mano,

nel suo bianco manto.

 

Casalecchio di Reno, 06/09/2025

 

 

 L’UMILIAZIONE

Passiamo dunque alla metrica, l’aspetto tecnico della poesia.

Sembra quasi un esercizio di matematica, la ricerca della parola perfetta, che calzi nello spazio concesso senza vanificare il pensiero che si vuole trasmettere.

In questo immagino che l’AI sia maestra, che non si possa competere.

Ma mettiamola alla prova, è il momento della sfida!

Metterò a confronto una poesia scritta da me qualche mese fa, con una scritta dall’AI.

La traccia è la seguente:

Scrivi una poesia di circa 50 versi in rima baciata che parli di come l’intelligenza artificiale possa sostituire i poeti e gli artisti in generale, inserendo le parole GOGNA, AGONIA, ARCO, FRECCIA, AIUTINO, ALADINO, ORPELLO, TALENTO, VERGOGNA, UTOPIA, ZIA, PROFEZIA, IGNORANZA, ARROGANZA, POESIA

 

 
 PoesIA (scritta dal sommo poeta Giuseppe Palma)


È forse questa

la gognIA

per chi sognIA?

L’agonIA della

mIA

fantasIA?

 

Dell’arco teso

sIAmo la freccIA,

ma più che nei cuori

nei muri, ormAI,

sIAm buoni

a far breccIA!

 

Dì la verità,

hAI chiesto un

AIutino?”

“Or ti risponde

quel tal genio di Aladino,

tosto l’appello,

strofinando lesto

il luccicante orpello!

 

SAI che

non scrivi per il vento,

e come tanti

cruccIArti non devi,

ciò che manca non è

il tuo talento

ma orecchie

pazienti per

racconti non brevi…

 

Ascoltano piuttosto

Il loro nuovo

Dio nascosto,

risposte facili

alla bisognIA,

poca fatica e

nessuna vergognIA.

 

E’ l’utopIA di mIA zIA,

che finalmente

prende forma!

Si avvera

la profezIA,

Il mondo si

trasforma

sotto il vento

dell’IgnoranzA

che con saccente

arroganza

svela il trucco, e

senza pietà,

ma con poesIA,

tutti gli artisti

si porta vIA!

                                                                        

 Casalecchio di Reno, 08/09/2025

 

 

 (scritta dall’AI)

“Sulla pagina bianca, un tempo tempio sacro,
si stende un freddo velo, un nero simulacro.
Il poeta sognava tra le stelle e i fiori,
mischiando il suo sangue a vividi colori.
Ma giunge un’onda nuova, un gelido mattino,
che evoca prodigi come un moderno Aladino.
Non serve più il tormento, la lunga agonia,
per dare un senso pieno a questa poesia.
Basta premere un tasto, chiedere un aiutino,
e il verso si compone, perfetto e cristallino.
Dov’è finito il cuore, l’antico suo talento?
Svanito nel rullio di un byte nel vento.
La macchina lavora con cieca arroganza,
colmando con i dati ogni umana ignoranza.
Ciò che era mistero, fatica del pensiero,
diventa un algoritmo, un calcolo severo.
L'arte non è più fiamma, ma solo un bell’orpello,
un riflesso sbiadito dentro a un acquarello.
Chi scriveva col cuore ora prova vergogna,
esposto dal progresso a una pubblica gogna.
Il genio è prigioniero, vittima d'una scia,
mentre il futuro insegue la sua folle utopia.
Tutto sembra risponder a una vecchia profezia:
la fine dell'incanto, la morte dell'abbia.
L'intelligenza muove il suo braccio come un arco,
e scocca la sua freccia cercando un nuovo varco.
Colpisce al petto l’estro, ne spezza la memoria,
scrivendo senza anima la fine della storia.
Persino la bellezza diventa una bugia,
fredda come un racconto narrato da una zia.
Non c'è più sofferenza, non c'è più l'emozione,
ma solo una perfetta, meccanica finzione.
I poeti di carne, smarriti nel presente,
guardano il loro scettro passare a un assistente.
Il mondo si accontenta di un ritmo preconfezionato,
dimenticando il brivido di un verso sospirato.
Ma se l'arte è specchio di ciò che siamo dentro,
può un chip elettronico trovarne mai il centro?
Forse la sfida è aperta, tra l'uomo e la memoria,
per non lasciare al codice l'ultima vittoria.
Restiamo qui in attesa, tra il dubbio e la paura,
mentre si ridefinisce la nostra stessa natura.
Eppure, in questo scontro di bit e sentimento,
cerchiamo ancora un segno, un nuovo risorgimento.”

Ti piacerebbe che provassi a scrivere una versione con una struttura metrica differente, magari in terzine dantesche, per sfidare ancora di più l'algoritmo?

 

RISPOSTA: NO, TI ODIOOOO!!!!

  

A parte gli scherzi, sono letteralmente scioccato…

Sono le 19:30 del 8/05/2026, è la prima volta che chiedo all’AI di fare qualcosa per me. Avevo già sentito, da amici, canzoni scritte dall’AI… l’ho vista risolvere esercizi di matematica, impressionante certo… ma vedere come ha risposto alla mia richiesta in circa un secondo, è letteralmente incredibile… Non si può fare a meno di apprezzarla, davvero non c’è storia. Una poesia molto bella!

È come fare una gara di corsa con Hussein Bolt, non avrebbe senso, sono due categorie diverse.

Ma forse è proprio questo il punto… non è mica una gara! Coraggio Giuseppe, non ti scoraggiare, non mollare!!! Hai un libro da finire! Magari un giorno tra i tuoi lettori ci sarà anche l’AI, chissà.

Certo che però l’umiliazione finale… se la poteva risparmiare… terzine dantesche???

Malimortaccitua!!!

Mi viene in mente Salieri, famoso compositore di musica sacra e sfortunato contemporaneo di Mozart. In una scena del famoso film “AMADEUS”, dopo aver sentito Mozart suonare, Salieri brucia un crocifisso, sentendosi umiliato e inutile.

Io potrei dare fuoco alle mie speranze di diventare un grande poeta… ma non lo farò! Fino a quanto ci sarà anche una sola persona che avrà voglia di ascoltare cosa ho da dire, un sorriso o una lacrima commossa, allora ne sarà valsa la pena!

Vieni più vicino, seguimi e dammi la mano, insieme andremo lontano.

 

 

EPILOGO

È indubbio che la poesia sia la cugina minore della tanto più amata, e abusata, musica.

L’alternarsi, più o meno regolare, della musicalità dei versi, spesso demandata alle rime, disegna il profilo di una chiave necessaria per aprire le porte di quanti, in attesa di un’emozione scontata, fanno i conti con lo stupore.

Povero il poeta che non sa disegnare chiavi, per non parlare di quelli che trovano solo porte con maniglie rotte.

 

Fuori luogo, fuori tempo, fuori legge


Mi rendo conto di creare

qualcosa di bello

come anche di non essere

la persona

più adatta per farlo.

 

Ma fino a quando

le aspettative

non superano

la sorpresa

non è arrivato

ancora il momento

di suonare la

mia resa.

 

Cosa c’entro poi io

con tutto questo

progetto…

è la mano di Dio,

io son solo qui

che aspetto.

 

Tu ed io

siamo binari paralleli

distesi

sotto un treno

che deraglia,

Mamma che botta!!!

Che stridente meraviglia

per la gente che ascolta,

insistente tentativo

di entrare

aprendo una porta

con la maniglia rotta.

 

 

Casalecchio di Reno, 15/10/2025

RI-EPILOGO (NEWTON E LEIBNIZ)

Questo è il momento di raccontare la storia di Isaac e Gottfried Wilhelm, meglio conosciuti con i loro cognomi, Newton (padre della meccanica classica) e Leibniz (il famoso filosofo e matematico, non i biscotti al cioccolato!)

A conferma del fatto che la curiosità sia sempre uno stimolo sano, che ripaga di più di quanto ci si aspetti, durante gli anni della scuola superiore amavo leggere le storie dei personaggi che separavano i capitoli del libro di matematica, alcune di queste erano davvero singolari e divertenti.

Newton (inglese), e Leibniz (tedesco), introdussero il calcolo infinitesimale contemporaneamente, senza che si fossero confrontati prima sul tema. Una invenzione fondamentale per gli sviluppi scientifici avvenuti nei secoli che li seguirono. La cosa che mi faceva sorridere era il fatto che i seguaci dell’uno e dell’altro arrivavano alle mani quando si trattava di difendere la paternità di questa invenzione matematica.

Ma non è di questo che voglio parlare, bensì del fatto che, sia Newton che Leibniz, vissero in un momento di fervore filosofico, scientifico e matematico, in cui si tendeva a credere che non ci fosse limite all’inventiva umana. Leibniz in particolare, grande matematico, precursore dello studio della logica matematica, alla base del funzionamento dei primi calcolatori, disse:

“quando sorga una controversia, non ci sarà più necessità di discussione tra due filosofi di quella che c’è tra due calcolatori. Sarà sufficiente prendere una penna, sedersi al tavolo e dirsi l’un l’altro: calcoliamo (calculemus)!”

 

Dunque, secondo Leibniz, un qualsiasi problema dell’umanità si sarebbe potuto risolvere semplicemente affidandosi alla scienza, attraverso calcoli matematici fatti, ad esempio, da un calcolatore. E forse davvero questo momento è arrivato.

L’avvento dell’intelligenza artificiale sta concretamente cambiando l’umanità e tutti i suoi fragili valori vengono messi in discussione.

Oggi ci interroghiamo riguardo al fatto che, in un futuro non così tanto lontano, il mondo sarà abitato dall’intelligenza artificiale, più performante degli esseri umani, più robusta perché la sua esistenza è vincolata soprattutto a materia inorganica. Già me la vedo, a stupirsi del fatto che nel ‘900, dei piccoli esseri mortali, con il loro piccolo cervello e la semplice capacità di collaborare, siano riusciti ad ottenere conoscenze scientifiche raffinatissime. “Ma come hanno fatto?” si chiederà. Un po’ come facciamo oggi noi quando guardiamo le piramidi, il Pantheon, o un acquedotto romano ancora intatto a distanza di 2000 anni.

E gli esseri umani? Ci saranno?

Sicuramente sì, ma non posso dare per certo che ci saranno con coscienza. E comunque, se un giorno dovessimo perderla, non credo sarà per colpa dell’intelligenza artificiale.

Il progresso scientifico spesso ci porta a pensare che, se solo gli uomini e le donne volessero, potremmo stare tutti bene, avere tutti una vita dignitosa. Allora perché ciò non accade?

Davvero la frase che mi sconvolse ascoltando l’audio-guida davanti alla porta santa della basilica di San Pietro potrebbe avere un fondo di verità?

 

 l’origine del male dell’uomo è il suo libero arbitrio

 

Davvero, per avere una umanità decente, è necessario togliere agli uomini e alle donne la possibilità di scegliere? Magari dando per scontato che, in media, le scelte fatte da questi esseri imperfetti siano sbagliate e quindi causa dei loro mali?

Non lo posso credere, sarebbe come vivere in una dittatura, cioè non vivere.

L’umanità da sempre affida con sufficienza, per negligenza, le sue scelte ad altri, per poi ribellarsi e, se necessario, correggere con la violenza i propri errori. È il gioco della storia.

Il povero Leibniz, era un imperdonabile ottimista, proprio come me. I suoi tanto amati calcoli hanno portato a due guerre mondiali, ma anche alla cura di malattie terribili, sofferenze indicibili che ora sono solo un lontano ricordo.

Io scelgo questa parte della storia, io scelgo, sbaglio e, scelgo ancora. Di tempo ce n’è per capire e correggere i propri errori, ormai mi è chiaro; la fine può attendere, invano.

La fine può attendere, invano - CAPITOLO VI testo di Giuseppe Palma
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