Il Bacio Di Una Morta

scritto da Inquietante Luce Verdastra
Scritto 12 anni fa • Pubblicato 12 anni fa • Revisionato 12 anni fa
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per conoscere la storia di Stefano e Francesca leggete "Il Mostro Della Villa Di Teramo"
- Nota dell'autore Inquietante Luce Verdastra

Testo: Il Bacio Di Una Morta
di Inquietante Luce Verdastra

Tante altre volte lo avevo detto in passato, Forse fin troppe dato che avevo solo 17 anni. Quella mattina però facevo davvero sul serio: “io con l'alcool ho chiuso”. Quando lo dissi anche Emanuele e Giovanni concordarono che fosse una scelta saggia e che neanche loro avrebbero più toccato una goccia di birra in vita loro. Il tutto d'altro canto era più che conprensibile dopo quella notte.
A dire il vero però l'alcool aveva ben poche responsabilità con quel... come definirlo... orrore? Era stato qualcosa di più di un delirio di un ubriaco, anzi, di tre ubriachi che guarda caso avevano visto le stesse identiche cose. Era stato qualcosa che le nostre piccole menti non potevano capire e che preferirono razionalizzare nell'unico modo a loro possibile. Sfido il lettore a leggere il resoconto che segue e biasimarci.
Erano le otto di sera del quindici luglio 2013. Io, Emanuele e Giovanni eravamo a Don Miguel (una pizzeria a piazza Garibaldi). Avevamo da poco finito di mangiare e stavamo consumando gli ultimi sorsi di birra dalle nostre lattine. Fuori stava lentamente incupendosi, Il sole era rimasto nascosto dietro le nuvole tutto il giorno e un vento “moderato” (così venne definito dalle previsioni del tempo) stava strappando via a Teramo ogni parvenza di estate. Quel vento però aveva davvero qualcosa di strano: non si distingueva per forza o per una particolare freschezza. Sembrava, non conosco parole migliori per descriverlo, trascinare via i suoni. Tutto era stranamente ovattato, freddo, vuoto. Non era una buona serata per uscire ed in effetti per il corso non ciera quasi nessuno. Il quindici luglio però era il compleanno di Giovanni e noi tre (fedeli amici da molto tempo) avevamo l'abitudine di festeggiare i nostri compleanni in compagnia.
Quando uscimmo dalla pizzeria (già in uno stato allegrotto) decidemmo di fare un giro di bar per la tradizionale sbronza di compleanno. Bevemmo, bevemmo, bevemmo... Non ci accorgemmo neanche che intanto la notte aveva cominciato a mangiarci le ombre. Bevemmo, bevemmo, bevemmo fino a che Emanuele non si sentì male e vomitò per il corso. Guardai l'orologio, erano appena le 11... forse. Era di sicuro troppo presto per tornare a casa e nonostante il mortorio (il corso era letteralmente deserto) decidemmo di stare ancora un po' in giro. Andammo ai Tigli. In genere preferivamo andare alla villa ma dopo la misteriosa scomparsa di quei tanto famosi Stefano e Francesca di cui parlavano i telegiornali ne stavavamo alla larga. Ci mettemmo a sedere su una delle panchine di legno e cominciammo a “disturbare la quiete pubblica” con i nostri gridi e schiamazzi da ubriachi. Nessuno però si sentì disturbato, non c'era nessuno che potesse esserlo e poi quel vento... quel vento che sembrava portarci via le voci....
Tra una cazzata e l'altra passò forse un oretta. Faceva un freddo cane e nonostante l'alcool che avevo in circolo stavo tremando. Mi alzai per fare quattro passi e proprio nel momento in cui mi misi in piedi mi accorsi della presenza per i Tigli di una persona che ero convinto fino a due secondi prima non ci fosse: una ragazza, una bella ragazza, poteva avere forse un anno più di me e stava li seduta su un altra panchina a fissarci. Mi risedetti e feci notare la sua presenza ai miei amici. I due si mostrarono subito entusiasti e Giovanni, come era d'abitudine in quelle condizioni, disse che sarebbe andato a parlarle. Il neodiciassettenne si alzò faticosamente e barcollante savviò verso la panchina di lei che distava forse una trentina di metri dalla nostra. Emanuele intanto aveva cominciato a ridere come un cretino infilando tra una risata e l'altra un “quello mo se la scopa” o un “quello se la sfonda mò”. Arrivato davanti alla ragazza Giovanni si fermò (si fermò per modo di dire dato che non poteva fare a meno di ciondolare). I due cominciarono a parlare ma da dove eravamo io ed Emanuele non si sentiva niente (tutta colpa di quel dannato vento). Non sembrava però che Giovanni stesse ottenendo qualche risultato con la ragazza che teneva in viso un espressione come di suprema noia, indifferenza, quasi assenza.
Era mezzanotte e mezza e a me stava cominciando a venire sonno. Appoggiai la testa sullo schienale della panchina e chiusi gli occhi per qualche istante. Vorrei non averli riaperti più.
Quando le palpebre si rialzarono con fatica vidi con la coda dell'occhio un oggetto bianco in volo. Rialzando la testa vidi che Emanuele aveva la sua rivolta verso il cielo. Rialzai allora lo sguardo e vidi: cera ad un altezza di dieci metri da terra uno stormo di uccelli bianchissimi, di un bianco che era strano a percepirlo così intensamente di notte. Sembrava quasi che le creature emettessero luce propria. “ma che cazzo sono?” mi chiese Emanuele. “ma li vedi anche tu?” gli risposi io ancor più perplesso. Ci guardammo negli occhi e ognuno potè vedere la paura dell'altro. Quegli uccelli non avevano un aspetto minaccioso ma buh... non saprei dire... ci inquietavano al quanto. Chiamai Giovanni che intanto si era avviato con la ragazza verso il monumento dei caduti. Non mi sentì, lo chiamai un altra volta ma di nuovo non ottenni risultati. I due ci davano le spalle e non mi videro nemmeno quando mi sbracciai per attirare la loro attenzione. Intanto gli uccelli in cielo erano aumentati e con loro la nostra agitazione. Anche il vento aveva cominciato a battere più forte e ormai, sfiorando i limiti dell'impossibile, avevamo difficoltà a sentirci tra di noi anche io ed Emanuele che eravamo a mezzo metro di distanza. Avevo un brutto presentimento, non potevo lasciare allontanare Giovanni con quella tipa. Cominciai a corrergli dietro, Emanuele abozzò un tentativo di seguirmi ma era troppo sbronzo per muovere le gambe con coordinazione e cadde a terra senza più rialzarsi (forse privo di sensi). Il vento e gli uccelli intanto erano aumentati ancora, non riuscivo nemmeno più a sentire i miei passi, quegli stessi passi che così lenti sembravano quelli di chi scappa in un incubo. Stava davvero per diventare un incubo quella situazione: quasi contemporaneamente tutti i lampioni di Teramo si spensero lasciando visibili solo quegli uccelli bianchi che continuavano a brillare in cielo. Presi il cellulare dalla tasca e accesi lo schermo per illuminarmi la via. Con il cuore a mille e la lucidità che tardava a tornare ricominciai a camminare piano piano. Dopo qualche minuto il cuore ebbe una fitta: la luce del cellulare stava illuminando un paio di piedi femminili dentro le loro scarpe ballerine. Alzando il telefono più in alto venne fuori tutto il corpo di quella ragazza che aveva portato via Giovanni. Ero pietrificato dal terrore. Lei mi si avvicinò senza produrre alcun rumore e si fermò solo dopo essermi salita sui piedi. In tutta la sua imponenza mi fissò con un paio di occhi che non riuscivo a guardare. Chiusi allora i miei pregando che tutto quell'orrore potesse finire in un istante e fu allora che la ragazza mi baciò. Che orribile bacio fu quello, il lettore non può nemmeno immaginare: la sua lingua dentro la mia bocca era paragonabile solo ad una mano che ti strappa via il cuore ancora pulsante dal petto. Mi sentii velocemente morire. Le gambe mi crollarono ed in un istante persi i sensi.
Riaprii gli occhi solo svariate ore dopo. Il cielo si stava riilluminando di una nuova alba. Il vento e gli uccelli erano spariti e per i Tigli oltre a me c'erano solo Emanuele e Giovanni sdraiati per terra. Mi alzai di scatto e andai a scuotere Giovanni che con il terrore ancora negli occhi si destò subito. Recuperammo anche Emanuele e di nuovo ci sedemmo sulla panchina della sera prima. Emanuele raccontò a Giovanni degli uccelli bianchi di cui lui effettivamente non si era accorto, io raccontai del “bacio della morte” e Giovanni confermò dicendo che la ragazza aveva baciato anche lui prima che perdesse i sensi. Allora io ed Emanuele gli chiedemmo cosa si fossero detti prima di allontanarsi. Ci rispose che lei non aveva voluto dirgli come si chiamava ma che aveva 19 anni e che quella sera non poteva tornare a casa. La tipa gli aveva chiesto poi se noi ragazzi potevamo farle compagnia quella notte e che lui, davanti a quel gran pezzo di topa, aveva risposto ovviamente di si. “...e poi si e spento tutto” concluse Giovanni. Cominciammo a raggionare, a discutere e arrivammo all'illusoria conclusione che fosse tutto effetto della sbronza. “io con l'alcool ho chiuso” dissi allora io. Emanuele e Giovanni annuirono e dissero che anche loro non avrebbero mai più toccato una goccia di birra in vita loro. Tornammo alle nostre case tranquilli (per quanto tranquilli si possa stare dopo un esperienza simile). Traumatizzato da quella serata decisi di non uscire per un po' e di blindarmi a casa. Un giorno stavo guardando il telegiornale, stavano parlando ancora di Stefano e Francesca. Finalmente avevano reso pubbliche le foto dei due ragazzi. Lui era un moraccione, riccio, fisico non molto impostato ma nel complesso un bel ragazzo. Lei era... era... era la ragazza che mi aveva dato il bacio della morte. Ne ero sicuro, era lei al 100%. riflettei molto e a un certo punto arrivai persino a pensare che quello dell'altra sera fosse stato solo un fantasma che cercava compagnia per una notte. Alla fine preferii non crederlo, preferii addossare la colpa di tutto alla birra e forse non feci del tutto male a farlo. Fatto sta che a volte quando si avvicina sera per Teramo ricomincia a tirare quel vento strano che trascina via i suoni. Quando succede io corro subito a casa e onestamente ho una gran paura per la mia sorellina rimane fuori in quelle notti. Adesso caro lettore prima di salutarti e lasciarti alle tue angosce voglio rettificare una cosa: quello che ricevetti quella sera non fu il bacio della morte, fu il bacio di una morta.
Il Bacio Di Una Morta testo di Inquietante Luce Verdastra
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