Una voce in cucina - prima parte

scritto da Vittoria Solari
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Autore del testo Vittoria Solari

Testo: Una voce in cucina - prima parte
di Vittoria Solari

Una voce in cucina

Prima parte

La stavo canticchiando a bocca chiusa, come mi capita ancora quando cammino da sola e penso che nessuno mi senta: era «Dettagli». La Vanoni l'aveva incisa nel settantatré, e io quell'anno l'avevo fatta girare sul giradischi tante di quelle volte che il fruscio, prima della voce, era diventato parte della canzone. Non so perché mi fosse tornata in mente proprio quella mattina. Le canzoni tornano così, senza bussare, al pari di certi parenti.

Era un sabato di ottobre del settantotto, e camminavo per corso Vercelli con una borsa della spesa che non pesava quasi niente: un etto di prosciutto, due mele, il giornale. Davanti alla vetrina di un negozio di scarpe c'era un uomo con le mani in tasca e la testa un po' inclinata, nella posa in cui all'università fissava gli articoli del codice prima di confessare che non li capiva. Lo riconobbi da quella, prima che dalla faccia.

«Enzo.»

Si voltò, ed era più largo di come lo ricordavo, e i capelli avevano cominciato a ritirarsi dalla fronte. Ma il sorriso era quello, il sorriso di un uomo contento di vederti prima ancora di ricordarsi chi sei.

«Sara. Sara Mainardi.» Disse il mio nome intero, come all'appello. Poi mi abbracciò, goffo, con la borsa della spesa schiacciata in mezzo. «Hai tempo per un caffè?»

Avevo tempo. Ho sempre avuto tempo, ed è una delle cose che ho imparato a non dire.

Il bar era all'angolo, uno di quelli col bancone di zinco e le paste sotto la campana di vetro, e ci sedemmo a un tavolino accanto alla vetrina. Enzo ordinò un caffè, poi ci ripensò e chiese un bicchiere di bianco. Io presi un tè, che non bevo mai, perché non sapevo cosa prendere e un tè si può lasciare a metà.

Mi chiese del lavoro, e gli raccontai il poco che c'era da raccontare. Mi chiese di Cremona, di mia madre. Io gli chiesi dello studio, e lui me ne parlò a lungo, con quella sua voce tranquilla che rendeva interessanti perfino le successioni ereditarie. Poi smise di parlare, girò il bicchiere sul tavolino, una volta, due, e disse:

«Claudia e io ci siamo lasciati.»

Lo disse guardando il vino, quasi la notizia fosse scritta lì dentro.

«Mi dispiace» dissi.

«È più di un anno. Lei ha preso un appartamento suo, dalle parti di Sant'Ambrogio. Lavora sempre in clinica. Ci vediamo ogni tanto, per le carte.» Fece una pausa. «Sai qual è la cosa strana? Che non so perché. Davvero, Sara. Non c'è stato un altro, non abbiamo mai neanche litigato. Una sera mi ha detto che non poteva più. Io le ho chiesto che cosa non poteva più, e lei mi ha guardato con la faccia che si fa davanti a uno che non capirà mai. Forse aveva ragione.»

Rise piano, e la risata gli venne storta.

«Tu la conoscevi da prima di me» disse. «Tu, magari, lo sai.»

Guardai il tè, che si era raffreddato. La bustina galleggiava scura sul fondo della tazza.

«No» dissi. «Non lo so.»

Lui annuì, da uomo che si aspettava quella risposta e la voleva lo stesso. Pagò lui, insistette, e sul marciapiede mi baciò sulle guance e disse che dovevamo vederci, e tutti e due sapevamo che non ci saremmo visti. Lo guardai andare verso la fermata del tram col suo passo un po' pesante, quello di un uomo buono che non ha mai avuto bisogno di guardarsi alle spalle.

Avevo detto una bugia, e non mi era costata niente. Fu questo a stupirmi, più di tutto il resto. Un tempo, per una bugia così, avrei passato la notte sveglia a rigirarla da ogni lato, a immaginare che lui se ne fosse accorto, che lo raccontasse a un amico, che il giorno dopo tutta Milano lo sapesse.

Invece il perché lo sapevo, e lo sapevo da cinque anni, da una sera di dicembre in una cucina di piazza Napoli, e non l'avevo mai detto a nessuno. Non l'avrei detto a Enzo, che non ne aveva colpa, né a nessun altro, finché tacere fosse servito a proteggere qualcuno.

Tornai a casa a piedi, e la canzone, quel giorno, non mi tornò più in mente. Pensai invece a Claudia, in un appartamento che era soltanto suo, e pensai che forse adesso era libera. Se lei era libera, forse potevo esserlo un poco anch'io, e raccontare.

Comincio da Milano, dal marzo del settantatré. Avevo trentadue anni e non sapevo fare niente: così almeno credevo, e così lo racconterò, perché così fu.

Prima parte

I

Arrivai a Milano un giovedì di marzo, con due valigie, uno scatolone di dischi e la sensazione di arrivare con dieci anni di ritardo, quando le altre della mia età avevano già un lavoro, un marito e un divano comprato a rate.

Claudia mi aspettava in fondo al binario, alla Centrale, con un cappotto color cammello e i capelli raccolti come li portava in clinica. Mi vide prima che io vedessi lei, mi venne incontro e, senza dire niente, prese la valigia più pesante. Era sempre stata lei a prendere la valigia più pesante. Io la lasciavo fare, e fra noi era sempre stato così, da prima che sapessi che fra due persone le cose possono anche andare diversamente.

Prendemmo un taxi. Enzo era in tribunale, disse Claudia, e sarebbe tornato per cena. Mi aspettavano da loro, la prima sera, niente discussioni. Guardavo Milano dal finestrino e mi sembrava più grande di come la ricordavo, più grigia, piena di gente che sapeva dove andare.

Il palazzo era del sessantadue. Me lo disse Claudia in ascensore, nel tono con cui si dice l'età di un parente: sette piani di mattoni chiari e balconi tutti uguali, tirato su in fretta negli anni in cui Milano tirava su in fretta tutto. Al quinto piano c'erano due porte, quasi una di fronte all'altra. Su una c'era una targhetta d'ottone, CATTANEO. Sull'altra niente, solo i fori delle viti di una targhetta tolta.

«Questa è la tua» disse Claudia, e mi diede le chiavi.

L'appartamento era di una vedova che si era trasferita a Monza, dalla figlia, e che lo affittava ammobiliato per una cifra che mi era sembrata impossibile quando Claudia me l'aveva scritta. Non ho mai saputo quanto avesse trattato, né con quali argomenti. Claudia sapeva convincere la gente senza che la gente se ne accorgesse, e la gente, dopo, era contenta di essere stata convinta.

Due stanze, un bagno piccolo, una cucina. Nella camera c'era un letto di noce troppo grande per me e, sopra il letto, un crocifisso che la vedova aveva lasciato o dimenticato, e che io non tolsi mai. Nel soggiorno, un divano a fiori e una vetrinetta con dentro dei bicchieri di cristallo che nessuno aveva mai usato. La cucina era la stanza più viva: formica azzurra, un tavolo per due, il frigorifero che ronzava, una finestra sul cortile da cui si vedevano altre cucine, altre finestre, altre donne.

La parete di fondo, quella con la credenza, era in comune con la cucina dei Cattaneo. Lo capii la sera stessa.

*

Cenai da loro. Enzo mi abbracciò sulla porta e mi disse benvenuta come se fosse casa sua, ed era casa sua. Claudia aveva fatto il risotto, e parlammo dell'università, dei professori, di chi si era sposato e di chi era finito dove. Alle dieci tornai di là, nel mio appartamento, e la prima cosa che feci fu tirare fuori il giradischi dallo scatolone.

Il disco l'avevo comprato a Cremona tre giorni prima, appena uscito: era «Dettagli», della Vanoni. Lo misi su piano, perché il palazzo era silenzioso e io avevo paura di disturbare, e mi sedetti in cucina ad ascoltarlo col cappotto ancora addosso.

Quando il disco finì, sentii le voci.

Venivano dalla parete. Non capivo le parole, solo il tono: la voce di Enzo, bassa e allegra, e quella di Claudia, più chiara, più breve. Un tintinnio di piatti, una risata di lui, un'anta che si chiudeva. Era come avere accanto una radio accesa in un'altra stanza, una radio che trasmetteva la vita di altri.

Mi fece compagnia, e insieme mi fece vergognare: mi sembrava di spiare, anche se non avevo fatto niente per sentire. Mi alzai, spensi la luce e andai a letto nella stanza col crocifisso, e là, finalmente, non si sentiva niente.

*

A Cremona, in casa di mio padre, il silenzio dopo cena era un'altra faccenda.

Mio padre era ragioniere al consorzio agrario, un uomo preciso, che teneva i conti di casa su un quaderno a quadretti e che non aveva mai alzato la voce in vita sua. Non ne aveva bisogno: aveva i confronti. La figlia del farmacista aveva preso nove in latino. Il figlio dei Bonfanti, che aveva la mia età, suonava già l'organo in parrocchia. Mia cugina Luisa, un anno meno di me, a dieci anni sapeva le tabelline a rovescio. Lui me lo diceva a tavola, con calma, e poi aspettava, nello stesso modo in cui aspettava i frutti dal pero dell'orto dopo averlo potato.

Lo faceva per spronarmi, diceva. Credo che ci credesse davvero.

Imparai presto a misurarmi sugli altri, e a perdere, e a perdere con una certa eleganza, che era l'unica abilità in cui mi sentissi brava. Non voglio dare a mio padre più colpe di quante ne abbia. Era un uomo che non sapeva fare complimenti, convinto che i figli si migliorassero come gli alberi da frutto, a forza di tagli. Mi ha lasciato soprattutto un'eredità: la certezza di essere un po' più stupida degli altri. Una certezza tranquilla, quasi comoda, che per molto tempo non ho pensato di mettere in discussione, al pari della statura o del colore degli occhi.

*

Claudia l'avevo conosciuta nel sessanta, il primo anno di università, per un annuncio appeso in bacheca: studentessa di medicina cerca compagna di stanza seria. Io non sapevo se ero seria, ma avevo bisogno di una stanza, e mi presentai.

La stanza era in via Lanzone, in casa di una signora che affittava a studentesse e chiudeva il portone alle dieci. Claudia veniva da Bergamo, da una famiglia di medici. Io da Cremona, da una famiglia di ragionieri. Lei aveva una lampada da tavolo verde che teneva accesa fino all'una, e io mi addormentavo con quella luce negli occhi e il fruscio delle pagine che giravano. Studiava sempre. Non l'ho mai vista studiare per l'esame: studiava come altri respirano, e gli esami arrivavano dopo, quasi per conseguenza, sempre trenta, spesso con la lode.

Io studiavo trascinandomi i libri dietro, un sacco di pietre. Leggevo una pagina tre volte e alla terza mi accorgevo di non averla letta. Agli esami mi si chiudeva la gola. Davanti al professore le nozioni che sapevo si mettevano in fila dietro una porta, e la porta non si apriva. Uscivo con un ventuno, con un ventiquattro, e tornavo in via Lanzone sentendomi addosso la faccia di mio padre. La figlia del farmacista. Il figlio dei Bonfanti. Mia cugina Luisa.

Claudia, la sera, mi spiegava. Si sedeva sul mio letto, a gambe incrociate, e mi rifaceva l'esame che avevo appena sostenuto, domanda per domanda, e mi mostrava che le risposte le avevo, che erano lì. Lo faceva con pazienza, senza mai farmi sentire stupida. Era il modo più sicuro per farmi sentire stupida, ma questo non potevo dirglielo, e lei non poteva saperlo.

Enzo era del mio corso. Lo conobbi a diritto privato, il secondo anno: sedeva accanto a me in aula, mi chiese in prestito una penna e alla fine della lezione me la restituì con un caffè. Era un ragazzo grande e buono, che capiva le cose lentamente e poi non le dimenticava più. Studiavamo insieme al bar sotto l'università, lui mi faceva ridere, e io pensavo che con lui gli esami sembrassero più piccoli.

Una sera di novembre lo portai in via Lanzone, a studiare. Claudia aprì la porta.

Da quella sera Enzo venne a studiare da noi molto più spesso, e per una settimana pensai che venisse per me.

Si sposarono nel sessantotto, nella chiesa di Sant'Alessandro a Bergamo, e io fui la testimone di Claudia. Durante la messa, mentre il prete leggeva, lei si voltò a guardarmi, una volta sola. Io le sorrisi, e lei tornò a guardare l'altare.

*

Mi laureai nel sessantanove, a ventotto anni, con ottantanove su centodieci e una tesi sulle servitù prediali che il relatore, credo, non lesse. Le servitù prediali sono i pesi che un fondo sopporta a vantaggio di un fondo vicino: il diritto di passare, di attingere acqua, di appoggiare una trave al muro dell'altro. Le avevo scelte perché non le voleva nessuno.

Tornai a Cremona perché a Milano non c'era niente per me, o così mi dissi, e ci rimasi quasi quattro anni. Diedi ripetizioni di diritto ai ragazzi di ragioneria, che mi trattavano da supplente. Lavorai sei mesi in un'agenzia di assicurazioni in corso Garibaldi, finché l'agenzia chiuse e il titolare, salutandomi, mi disse che ero una brava ragazza, la frase che si rivolge a una donna quando non si sa cos'altro dirle. Feci domanda per tre concorsi, e a tutti e tre mi si chiuse la gola come agli esami. Mio padre non diceva niente. Ormai i confronti non servivano più: bastavano il silenzio a tavola, i figli degli altri che si sposavano uno dopo l'altro, e lui che leggeva le partecipazioni sul giornale e posava il giornale piegato in quattro accanto al mio piatto.

Claudia mi scriveva ogni settimana. Lettere lunghe, fitte, nella sua calligrafia piccola e diritta, che parlavano della clinica, dei pazienti senza nome, del professore, dei libri che leggeva. Di Enzo parlava poco, e sempre bene. Io rispondevo con lettere corte, perché non avevo niente da raccontare, e me ne vergognavo, e la vergogna le accorciava ancora.

A febbraio del settantatré arrivò la lettera dell'appartamento. Diceva che quello accanto al loro si liberava a marzo, che l'affitto era poco, che Enzo era sicuro di trovarmi un impiego. Finiva con una parola sola, sottolineata: Vieni.

Accettai con la gratitudine imbarazzata di chi firma un prestito sapendo di non poterlo restituire.

*

La prima settimana a Milano la passai a fare i lavori che si fanno quando non si ha niente da fare. Comprai le tende, lavai i bicchieri della vetrinetta, imparai il tram per il centro e quello per tornare. La sera cenavo da sola, o da loro, e dopo cena tornavo nella mia cucina. Dalla parete arrivava la radio della loro vita, e io la ascoltavo senza ascoltarla, distratta, al modo della pioggia sui vetri.

La domenica andai da loro a telefonare a mia madre. Io il telefono non l'avevo: la vedova l'aveva fatto staccare, e per riattaccarlo la SIP voleva mesi e soldi che non avevo. In casa Cattaneo gli apparecchi erano due: uno in sala, nero, su un tavolino accanto alla poltrona di Enzo, e uno grigio, appeso al muro della cucina, proprio contro la parete che dividevamo. Feci per prendere quello della cucina, perché era più vicino, e Claudia, che stava lavando i piatti, mi disse di andare di là, che in sala c'era la poltrona, che era più comodo. Andai di là. Mia madre mi chiese se mangiavo, e io le dissi di sì.

Il martedì Claudia suonò alla mia porta con una macchina da scrivere in braccio.

Era una portatile verde, vecchia, con una custodia di finta pelle che aveva perso un fermaglio. Veniva dalla clinica, disse. Non la usava più nessuno. La posò sul mio tavolo di formica e ci mise accanto una cartella gonfia di fogli.

«Mi serve un favore» disse.

Stava lavorando a una ricerca per il professore. Era sulla paura, mi spiegò, e su certi errori del pensiero che le persone commettono senza accorgersene, e che la paura rende più frequenti. Aveva centinaia di pagine di appunti scritti a mano, e la dattilografa della clinica sbagliava tutto e ci metteva il doppio. Le serviva una persona capace di leggere la sua calligrafia e di battere a macchina, e mi avrebbe pagata quanto pagava la dattilografa.

«Tu la mia calligrafia la leggi da dodici anni» disse.

Era vero, e dissi di sì prima che finisse di parlare. Mi sembrò, quella sera, la cosa più bella che mi fosse capitata da molto tempo: non i soldi, anche se mi servivano, ma il fatto che per una volta fosse lei ad aver bisogno di me. Per una volta ero io a prendere la valigia.

Cominciai la sera stessa. Battevo lentamente, con attenzione, per non sbagliare. Non capivo tutto, ma capivo abbastanza. A mezzanotte avevo fatto sei pagine, e dalla parete non veniva più nessun rumore.

*

Enzo lo disse a cena, il venerdì.

«C'è un notaio in centro, dalle parti di Cordusio. Ravier. Cerca qualcuno per lo studio, uno che sappia di diritto e che sappia battere a macchina. Gli ho parlato di te.»

Posai la forchetta.

«Gli hai detto che mi sono laureata con ottantanove?»

Enzo rise. «Gli ho detto che sei brava.»

«Lo è» disse Claudia, senza alzare gli occhi dal piatto.

Cambiai discorso. Chiesi a Enzo di un suo cliente, uno che litigava col fratello per una cascina, e lui me lo raccontò volentieri, e la cena andò avanti. Ma io, mentre lui parlava, avevo già cominciato a fare i conti. Enzo aveva detto una bugia per me, e il notaio se ne sarebbe accorto in una settimana, al massimo due. Mi avrebbe chiamata nel suo ufficio, avrebbe chiuso la porta e mi avrebbe detto, con gentilezza, che c'era stato un equivoco. Poi avrebbe telefonato a Enzo, ed Enzo si sarebbe vergognato di me, e Claudia avrebbe detto che non importava, e io sarei tornata a Cremona con le due valigie e lo scatolone di dischi, e mio padre avrebbe posato il giornale accanto al mio piatto. Una brava ragazza. Tutto questo lo vidi prima del dolce, ed ero sicura che fosse una previsione, non una paura.

Il colloquio era fissato per il lunedì.

*

Fabio lo conobbi la seconda settimana, al bar sotto casa.

Faceva il rappresentante di macchine da caffè per bar e ristoranti, girava la Lombardia con una Fulvia blu che teneva più pulita di casa sua, e aveva sempre nella tasca della giacca un mazzo di banconote piegate a metà, che tirava fuori con un gesto da prestigiatore. Mi offrì un aperitivo, poi un altro, poi mi chiese se il sabato volevo andare a mangiare in una trattoria che conosceva lui, dalle parti del Lorenteggio, dove gli facevano credito.

Dissi di sì. Avevo trentadue anni, pochi soldi e un frigorifero che ronzava in una cucina vuota.

Di Fabio non ricordo molto, e quel poco lo ricordo per quello che mi dava: le cene del sabato, i giri in macchina la domenica fino al lago, le sigarette americane, il fatto di non dover mangiare da sola. Allora pensavo che gli uomini fossero un po' come le case in affitto: si prendevano per quello che offrivano, e si lasciavano quando cominciavano a costare troppo. Mi ci sono voluti anni per capire che anche questo era un modo di avere paura.

*

La domenica sera, prima del colloquio, non riuscivo a dormire. Mi alzai, andai in cucina, misi su «Dettagli» col volume al minimo e mi sedetti al tavolo di formica, davanti alla parete, con la cartella di Claudia aperta e la macchina da scrivere coperta.

Dall'altra parte non si sentiva niente. Poi, a un tratto, la voce di Claudia, bassa, che diceva una frase che non capii. Poi più niente.

Il disco finì, e non lo rimisi. Rimasi lì, con la testa sulle braccia incrociate, come una che aspetta una telefonata.

II

Lo studio del notaio Ravier era al secondo piano di un palazzo di via Meravigli, uno di quei palazzi milanesi che dalla strada sembrano chiusi e dentro nascondono un cortile con un albero. Accanto al portone c'era una targa d'ottone, più grande di quella dei Cattaneo, lucidata ogni mattina da una mano che non vidi mai.

Mi aprì la signorina Pozzi, che aveva sessant'anni, i capelli grigi tirati in uno chignon e un modo di squadrare le persone dalla testa ai piedi che somigliava più a un inventario che a una scortesia. Lavorava per il notaio da ventidue anni, e prima di lui per suo padre, notaio anche lui, nello stesso studio, alla stessa scrivania. Mi fece sedere in anticamera su una sedia di velluto rosso e mi disse che il notaio mi avrebbe ricevuta subito.

Aspettai quaranta minuti.

In quei quaranta minuti ripassai tutto quello che sapevo di diritto, e mi accorsi di non sapere niente. Le servitù prediali, le successioni, le ipoteche: ogni volta che provavo a ricordare un articolo, l'articolo si allontanava, una stella che sparisce appena la fissi, e avevo le mani fredde. Mi ripetevo che Enzo gli aveva detto che ero brava, e a ogni ripetizione la frase mi sembrava più una condanna. Brava. Gli ho detto che sei brava.

Poi la porta si aprì, e la signorina Pozzi disse: «Prego.»

*

Il notaio Ravier era l'uomo più grande che avessi mai visto.

Non alto: grande, seduto dietro una scrivania di noce scuro, in una poltrona di cuoio che si era abituata alla sua forma e che riempiva da bracciolo a bracciolo. Il collo non si vedeva, perché il mento scendeva direttamente nel colletto della camicia, e la faccia era larga e liscia, quasi senza rughe, con gli occhi piantati lì dopo, due capocchie di spillo. Respirava piano, con un leggero sibilo, e ogni tanto la poltrona scricchiolava sotto di lui. Ma quello che mi colpì di più furono le mani: piccole, bianche, curate, con le unghie lucide, si muovevano sulla scrivania con una precisione che non c'entrava niente col resto. Sembravano le mani di un altro uomo.

«La signorina Mainardi» disse, e non era una domanda.

Con una voce morbida, quasi gentile, mi fece sedere, mi chiese di Cremona, dell'università, di mio padre. Poi, senza cambiare tono, mi chiese quale fosse la differenza tra un'ipoteca legale e un'ipoteca giudiziale.

Lo sapevo. Lo sapevo quanto il mio nome. Ma la domanda arrivò, e dietro la domanda c'erano i suoi occhi, quelle due capocchie, e io sentii la porta chiudersi. La gola si strinse, il sangue mi batteva nelle orecchie. Aprii la bocca e ne uscì una frase che cominciava bene e finiva nel vuoto, una strada di campagna che si interrompe in mezzo a un prato.

Il notaio aspettò, poi rispose lui, con calma, frase per frase, al ritmo di un professore che detta.

«Comincia lunedì» disse alla fine. «Vediamo.»

Non ho mai capito perché mi abbia presa. Forse per Enzo, che gli mandava clienti. Forse perché la signorina Pozzi aveva bisogno di qualcuno che battesse a macchina. Forse perché a un uomo come lui serviva una persona davanti a cui essere grande.

*

Il lavoro era fatto di carta: c'erano le bozze degli atti, che preparavo sui formulari dello studio e che il notaio mi restituiva coperte di segni a matita rossa. C'erano le visure, che il ragionier Banfi, l'altro impiegato, un uomo magro e silenzioso con le maniche di lustrino, mi insegnò a fare in Conservatoria e al Catasto, fra registri enormi che odoravano di polvere e di colla. C'erano l'agenda delle stipule, i clienti da far accomodare, il telefono, e la macchina da scrivere, una Olivetti grande e pesante che batteva con un rumore di grandine sui tetti.

Il notaio non alzava mai la voce. Non ne aveva bisogno, come mio padre. Aveva un altro metodo. Mi chiamava nel suo ufficio, mi faceva sedere davanti alla scrivania, prendeva la bozza con quelle sue mani piccole e la leggeva ad alta voce, piano, fermandosi su ogni parola che non gli piaceva.

«Signorina Mainardi. Qui lei scrive "l'immobile in oggetto". In oggetto di che cosa?»

Io non rispondevo, perché ogni risposta mi sembrava sbagliata prima ancora di pronunciarla.

«Glielo hanno insegnato a Cremona, a scrivere così?»

E andava avanti, riga per riga, e io restavo seduta con le mani in grembo, guardavo le sue mani e aspettavo che finisse. Quando finiva mi restituiva il foglio senza guardarmi e diceva: «La rifaccia.» Io la rifacevo, e la volta dopo era uguale.

Tutti lo chiamavano notaio, anche la signorina Pozzi, anche il ragionier Banfi. Massimiliano lo sentii dire una volta sola, il primo mese, al telefono: era sua moglie. La signorina Pozzi mi passò la telefonata dicendo «la signora», io la girai in ufficio e sentii la sua voce morbida dire «Sì, Massimiliano», e poi «No, Massimiliano», e mi sembrò impossibile che quell'uomo avesse un nome di battesimo, che a un certo punto della vita fosse stato un bambino in calzoni corti.

*

La stipula fu a fine aprile, un giovedì.

Era una compravendita: un appartamento in viale Papiniano, tre locali e servizi, venduto da una vedova a una coppia giovane. Lui era un geometra del Comune. Lei aspettava un bambino e si teneva la pancia con una mano, a difesa, una borsetta da non perdere nella calca. Sul tavolo c'erano gli assegni circolari, il mediatore fumava, la vedova portava un cappello nero e aveva accanto il figlio che controllava le cifre. Il notaio sedeva a capotavola nella sala delle stipule, nella sua poltrona portata apposta dall'ufficio, e leggeva l'atto con la sua voce morbida, e tutti lo ascoltavano in un silenzio da chiesa.

Io stavo in piedi accanto alla porta, con la cartella della pratica in mano, per passargli i documenti.

A metà della lettura si fermò.

«La visura ipotecaria» disse, senza voltarsi, e tese la mano.

Aprii la cartella: le visure le avevo fatte io, il martedì, in Conservatoria, e le avevo messe lì dentro, ne ero sicura. Sfogliai i fogli: l'atto di provenienza, il certificato catastale, la planimetria. La visura non c'era.

Sfogliai di nuovo.

Non so quanto tempo passò. Mi sembrò lunghissimo, e insieme fermo, quasi tutto si fosse rallentato e io sola continuassi a muovermi. Non vedevo più la stanza, ma la mano tesa del notaio, bianca, ferma a mezz'aria, la piega della nuca sopra il colletto, i fogli che mi scivolavano tra le dita senza che riuscissi a leggerli. Sentivo il respiro della donna incinta, il mediatore che schiacciava la sigaretta nel portacenere, il traffico lontanissimo di via Meravigli. La testa era vuota e piena insieme, un ronzio bianco, e in mezzo a quel ronzio una sola frase, ripetuta: lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo.

Fu la signorina Pozzi a prendermi la cartella di mano. La aprì, andò all'ultimo foglio, sfilò la visura, che era rimasta attaccata alla planimetria con una graffetta, e la posò sul palmo del notaio.

Il notaio riprese a leggere come se niente fosse.

Dopo, quando i clienti se ne furono andati, mi chiamò nel suo ufficio, e non mi fece sedere.

«Signorina» disse, sempre con la sua voce morbida. «Lei forse non si rende conto di dove si trova. Questo non è un ufficio postale. Davanti a un cliente, uno studio notarile non sbaglia. Mai. Quando sbaglia, smette di essere uno studio notarile.»

Poi riprese in mano una pratica, e io capii che potevo andare.

*

Quella sera non cenai, e quando Claudia bussò alla mia porta alle otto, per chiamarmi da loro, le dissi attraverso la porta che avevo mal di testa. In quelle settimane non le avevo raccontato niente dello studio, se non quello che si può raccontare: la signorina Pozzi, il cortile con l'albero, le visure. La stipula non gliel'avrei raccontata mai. Avrei preferito morire.

Mi sedetti in cucina e rifeci la giornata da capo, come Claudia mi rifaceva gli esami in via Lanzone, solo che io non cercavo le risposte giuste: cercavo tutti i modi in cui avevo sbagliato. Questo non è un ufficio postale: lo rigiravo, lo soppesavo, e voleva dire che mi avrebbe licenziata. Voleva dire che l'aveva già deciso, e aspettava solo il momento, forse la fine del mese, per non dover pagare il preavviso. La signorina Pozzi l'avrebbe raccontato al ragionier Banfi, il ragionier Banfi l'avrebbe raccontato in Conservatoria, e in Conservatoria tutti avrebbero saputo che la ragazza del notaio Ravier non sapeva trovare un foglio in una cartella. Il notaio avrebbe telefonato a Enzo, ed Enzo si sarebbe scusato per me. Era tutto chiaro, era tutto già successo. Mancava solo che succedesse davvero.

Stupida, mi dicevo. Stupida, stupida. Lo dicevo con la voce di mio padre, ma più forte.

Verso le dieci, per non pensare, tolsi la custodia alla macchina verde e aprii la cartella di Claudia.

Quella sera toccava a un capitolo intitolato, nella sua calligrafia diritta, «Errori del pensiero sotto l'effetto della paura». Era un elenco: Claudia scriveva per punti, con le frecce e le parole sottolineate, e io dovevo trasformare le frecce in frasi. Il paziente vede solo due possibilità: o tutto va bene, o tutto è perduto. Il paziente attribuisce agli altri pensieri che gli altri non hanno espresso, e reagisce a quei pensieri come se fossero stati detti. Il paziente, davanti a un errore, ne deduce una regola: ho sbagliato una volta, sbaglierò sempre. La paura restringe il campo: chi ha paura vede soltanto l'oggetto della paura, e niente intorno.

Battevo, e pensavo al notaio. Uno studio notarile non sbaglia, mai: era esattamente il primo punto, tutto o niente. Pensai che se Claudia lo avesse conosciuto ne avrebbe fatto un caso clinico, e quasi mi venne da ridere. Pensai alla vedova col cappello nero, che aveva controllato le cifre tre volte, e al geometra del Comune, che durante la lettura dell'atto aveva sudato come un imputato. Riconoscevo tutti, in quelle pagine, e le battei con la soddisfazione maligna di chi vede finalmente scritto quello che ha sempre sospettato degli altri. Di me, in quell'elenco, non mi accorsi.

A mezzanotte meno un quarto la voce di Claudia arrivò dalla parete.

*

Era più chiara del solito, forse perché il palazzo dormiva, forse perché lei parlava vicino al muro. So solo che per la prima volta, da quando ero lì, distinguevo le parole.

«Marta? Sono io. No, no, non è successo niente. Ti ho chiamata perché ieri mi sembravi giù.»

Marta era una cugina di Bergamo. L'avevo sentita nominare all'università. Smisi di battere e rimasi con le dita sui tasti, ferma, e mi vergognai, e non mi mossi.

«Ancora quello? Il tuo capo?» Seguì una pausa breve. «Marta, ascoltami. Uno così, uno grande e grosso che ti legge le lettere ad alta voce per farti sentire una cretina, lo fa perché ha paura anche lui. Più di te, magari. Ha paura che qualcuno si accorga che sbaglia anche lui, e allora cerca qualcun altro che sbagli prima.»

Un'altra pausa, e Claudia rise piano.

«No, non ti sto prendendo in giro. Ti dico tre cose, e tu domani le fai, e poi mi racconti. La prima: non chiedergli scusa prima di rispondere. Mai. Quelli come lui, quando senti "scusi", sanno di avere vinto. La seconda: guardalo in faccia. Non guardare in basso, non guardare la scrivania, guarda lui. La terza: prima di rispondere, respira. Conta fino a tre, dentro di te. Quelli così hanno sempre fretta, è la loro debolezza. Se tu non hai fretta, non sanno più cosa fare.»

Ci fu un silenzio, poi, più piano:

«Lo so che ti senti stupida. Non lo sei. Non lo sei mai stata.»

Poi parlò d'altro, di una zia, di un matrimonio a settembre, e io smisi di ascoltare. Coprii la macchina da scrivere e andai a letto, e nel buio della stanza col crocifisso ripetei le tre regole, una preghiera della sera: non chiedere scusa, guardalo in faccia, conta fino a tre. Pensai che i capi dovevano essere tutti uguali, se quello di una cugina di Bergamo somigliava tanto al mio, e mi addormentai pensandolo.

*

Il notaio mi chiamò alle undici.

Sul tavolo aveva la bozza di una divisione tra fratelli, una casa a Lodi e un terreno, che avevo preparato la settimana prima. Prese il foglio con le sue mani piccole, lo lesse in silenzio e si fermò sulla terza pagina.

«Signorina Mainardi. Qui lei ha richiamato una servitù di passaggio. Chi gliel'ha chiesta?»

Sentii la porta che cominciava a chiudersi, e la parola scusi salirmi alla bocca, già pronta, un riflesso.

Non la dissi. Contai fino a tre, uno, due, tre, e alzai gli occhi dalle sue mani e lo guardai in faccia, in quella faccia larga e liscia, nelle due capocchie degli occhi.

«L'ho richiamata perché il cortile della casa di Lodi è in comune col fabbricato vicino» dissi. «Nell'atto di provenienza c'è una servitù di passaggio a favore del vicino. Se non la richiamiamo, il fratello che prende la casa può dire di non saperne niente, e contestarla.»

La poltrona scricchiolò, e il notaio guardò la bozza, poi me, poi di nuovo la bozza. Fu un silenzio di tre secondi, forse quattro, e per la prima volta mi sembrò che fosse lui a contarli.

«Va bene» disse. «La lasci.»

Mi restituì il foglio: non c'era un segno rosso.

Quando uscii dall'ufficio, la signorina Pozzi alzò gli occhi dalla macchina da scrivere e mi squadrò dalla testa ai piedi, come il primo giorno. Ma questa volta non mi sembrò un inventario: mi sembrò che cercasse sulla mia faccia un tratto che prima non c'era.

*

Tornando a casa, sul tram, pensai che era stata fortuna. Il notaio era di buon umore. La sera prima, forse, aveva mangiato bene. E poi c'era stata la telefonata: se non avessi sentito Claudia parlare con sua cugina, avrei detto scusi, avrei guardato le sue mani, e tutto sarebbe andato come sempre. Ero stata fortunata due volte, per il buon umore del notaio e per un muro troppo sottile.

Della servitù non pensai niente: era scritta nell'atto di provenienza, e io l'avevo letta. Chiunque l'avrebbe letta.

La sera riportai a Claudia il capitolo battuto a macchina. Lei aprì la porta col grembiule addosso e prese i fogli.

«Com'è andata oggi?» chiese.

«Bene. Il notaio era di buon umore.»

Claudia sorrise. «Capita anche a loro» disse, e richiuse la porta col piede, le mani occupate dai fogli.

III

Le telefonate tornarono, non tutte le sere ma spesso, e sempre alla stessa ora, tra le undici e mezzanotte, quando il palazzo era zitto e io battevo a macchina le pagine di Claudia.

All'inizio mi alzavo per non sentire: andavo in bagno, aprivo il rubinetto, tornavo, e la voce era ancora lì. Poi smisi di alzarmi. Mi dicevo che non era colpa mia se i muri erano sottili, e che non stavo origliando: stavo battendo a macchina, ed era Claudia che parlava. Era un ragionamento da avvocato, e lo sapevo. Ma un avvocato lo pagano apposta per crederci, e io mi pagavo da sola.

Parlava quasi sempre con Marta, qualche volta con sua madre, a Bergamo, ma con la madre le telefonate erano brevi e piene di sì, mamma, no, mamma. Con Marta era diverso: le parlava a lungo, piano, chiaro, con la voce di via Lanzone, quando mi rifaceva gli esami. E Marta aveva sempre un problema, e il problema somigliava sempre a uno dei miei.

Marta aveva un cliente difficile, uno che non si fidava di nessuno e voleva parlare solo col capo. Claudia le diceva di lasciarlo parlare fino in fondo, senza interromperlo, e poi di ripetergli con parole sue quello che aveva detto, prima di rispondere: chi si sente ascoltato smette di avere paura, e chi smette di avere paura smette di attaccare. Due giorni dopo, allo studio, un commerciante di Sesto si presentò senza appuntamento, rosso in faccia, e pretese il notaio, che non c'era. Lo lasciai parlare fino in fondo. Poi gli ripetei quello che aveva detto. Si calmò, e alla fine mi strinse la mano.

Marta aveva paura di chiedere un giorno di permesso. Claudia le diceva di chiederlo dopo pranzo, mai prima, perché certi uomini prima di pranzo mordono e dopo pranzo si sentono generosi. Io avevo bisogno di un giorno, a giugno, per andare a Cremona al compleanno di mia madre: lo chiesi al notaio alle tre del pomeriggio, e lui disse va bene senza alzare gli occhi.

Marta si sentiva stupida, e Claudia le diceva che non lo era. Questo glielo diceva quasi ogni volta, alla fine, prima di salutarla, e io mi fermavo con le dita sui tasti ad ascoltarlo, e non so dire cosa provassi. Invidia, credo. Invidia per una cugina di Bergamo che non avevo mai visto.

C'era un dettaglio che notavo, e che non pensai mai di dover capire: il telefono non squillava. La voce di Claudia cominciava all'improvviso, a volte con un «Marta? Sono io», a volte con un «Ah, sei tu», quasi l'avessero chiamata, ma prima non sentivo nessuno squillo. Pensai che avesse abbassato la suoneria, per non svegliare Enzo, che si addormentava presto, e mi parve una delicatezza da Claudia.

*

Il venerdì sera cenavo da loro. Era diventata un'abitudine, la mia messa della settimana: Claudia cucinava, Enzo apriva il vino, io portavo il dolce dalla pasticceria sotto lo studio, e parlavamo.

Enzo parlava del tribunale, dei clienti, dei colleghi. Era un narratore generoso, che raccontava le vicende degli altri con più affetto di quanto gli altri ne meritassero. E siccome mandava clienti a Ravier da anni, e lo incontrava alle udienze e alle cene dell'ordine, del notaio sapeva molto. Me ne parlava ridendo, per tirarmi su.

«Lo sai che ha paura di sua madre?» disse una sera. «Ha cinquantotto anni e la domenica va a pranzo da lei a Varese, e se arriva in ritardo lei non gli parla per tutto il pranzo. Lo racconta Bassetti, che è suo cugino.»

«E con chi è gentile?» chiese Claudia.

Enzo ci pensò su, grattandosi il mento. «Con chi non ha fretta. Con quelli che lo trattano da notaio, ma non da vescovo. Gli piacciono le persone precise. Odia chi si scusa.»

«Davvero?» disse Claudia, versando il vino. «E che cosa lo fa arrabbiare di più?»

«Fare brutta figura. Quando sbaglia lui, dà la colpa al primo che passa. Ma lo sanno tutti, e nessuno glielo dice.»

Io risi, perché era vero, e perché detto da Enzo sembrava meno grave. Claudia non rise. Fece un'altra domanda, e poi un'altra, sul notaio, sulla signorina Pozzi, sulle stipule del lunedì, ed Enzo rispondeva, contento di essere ascoltato. Pensai che Claudia fosse gentile con lui a interessarsi del suo lavoro, e gentile con me a interessarsi del mio.

Quella notte Marta aveva un capo che odiava le scuse e che, quando sbagliava, dava la colpa al primo che passava.

Non ci feci caso. Avevo smesso da tempo di farci caso. Mi pareva che il mondo fosse pieno di uomini così, e che Marta e io fossimo due donne qualunque, con due capi qualunque, in due città che si somigliavano. Bergamo e Milano, in fondo, distano un'ora di treno.

*

C'erano anche i giochi.

Claudia li proponeva dopo cena, quando Enzo era stanco e io non avevo voglia di tornare di là. Diceva che erano esercizi che facevano in clinica, ma che in fondo erano un gioco, e che noi due eravamo le sue cavie preferite.

Ci faceva stendere, Enzo sul divano e io sul tappeto, e ci diceva di chiudere gli occhi. Poi parlava piano. Il braccio destro è pesante. Il braccio destro è pesante e caldo. Il respiro è calmo. Il cuore batte tranquillo. Enzo si addormentava al terzo braccio e cominciava a russare, noi ridevamo, e il gioco finiva lì. Ma io, qualche volta, la notte, nel letto della vedova, lo rifacevo da sola, sottovoce. Il braccio destro è pesante. E qualche volta mi addormentavo prima di arrivare al cuore.

Un'altra sera ci propose un esercizio diverso. Si prende una paura, disse, e la si divide in pezzi piccoli, sempre più piccoli, finché il pezzo è così piccolo da far ridere. Poi si fa solo quello. Enzo disse che lui aveva paura del dentista, e Claudia gli rispose: allora domani non devi andare dal dentista, devi solo cercare il numero sull'elenco del telefono. Enzo rise, io no: pensai alla Conservatoria, ai registri enormi, alle visure che ancora mi facevano tremare le mani, e il giorno dopo, invece di pensare a tutte le visure della settimana, pensai solo alla prima, e poi alla seconda.

*

E poi c'erano le pagine.

La ricerca andava avanti, e io la battevo a macchina un capitolo dopo l'altro. Dopo gli errori del pensiero venne un capitolo sulla paura nel corpo: il cuore che accelera, la gola che si chiude, il tempo che rallenta, la mente che si svuota proprio quando servirebbe piena. Battendolo pensai alla stipula di aprile, alla cartella, alla visura attaccata alla planimetria con la graffetta, e mi venne caldo alla faccia. Ma fu un pensiero veloce, e lo misi via.

Poi venne un capitolo sui casi, descritti con le iniziali, secondo l'uso, e con poche righe ciascuno. Il caso F., un operaio che non riusciva più a salire sui tram. Il caso G., uno studente che vomitava prima degli esami. E il caso M.: una giovane impiegata, laureata, che temeva il suo capo fino a non riuscire più a parlargli, e che con piccoli esercizi, un passo alla volta, aveva imparato a rispondergli.

M., pensai: Marta.

Mi parve strano, e un po' scorretto, che Claudia avesse messo la cugina nella sua ricerca, anche solo con l'iniziale. Poi pensai che Marta forse lo sapeva, che forse era d'accordo. Battei il caso M. con una cura speciale, senza un errore, e ricordo che quella sera, alla fine, mi venne da dire ad alta voce, da sola in cucina: brava, Marta. E mi sentii un po' ridicola, e un po' contenta.

*

A fine giugno andai a trovare Claudia in clinica.

Non ci ero mai stata. Era un sabato mattina di sole già caldo, e lei aveva dimenticato a casa un capitolo che le serviva per il professore. Mi aveva chiesto, attraverso la porta, se potevo portarglielo prima di andare allo studio. Presi il tram con la cartella sulle ginocchia, stretta, un messale da non sgualcire.

La clinica era un edificio vecchio, coi corridoi dipinti di verde fino a metà muro e di bianco sopra, e un odore di disinfettante e di minestra che non riuscii a togliermi dai vestiti per tutto il giorno. C'erano finestre alte con le inferriate e panche di legno lungo le pareti, e sulle panche gente in vestaglia che fissava il vuoto davanti a sé. Un uomo giovane camminava avanti e indietro contando i passi a bassa voce. Una donna anziana, minuta, coi capelli raccolti in una retina, mi prese la manica mentre passavo e mi chiese se ero venuta a prenderla.

Claudia arrivò dal fondo del corridoio, in camice bianco. Non l'avevo mai vista in camice: sembrava più alta, più magra, e camminava in un modo che non le conoscevo, svelto e sicuro, da padrona di casa. La donna anziana lasciò la mia manica e prese la sua.

«Dottoressina» disse. «La mia dottoressina.»

Claudia si chinò e le parlò piano, e la donna si calmò, e io riconobbi la voce. Era quella di via Lanzone, quella che usava sul mio letto a gambe incrociate, quando mi rifaceva gli esami. Era la stessa voce che sentivo la notte attraverso il muro, quando parlava con Marta. Mi fece un effetto strano sentirla lì, in mezzo a quella gente: pareva che Claudia avesse una voce sola per tutti quelli che avevano paura.

Un medico alto, coi baffi e il camice aperto, passò senza guardarmi.

«Sanvitale, il professore ti cerca» disse. Non disse dottoressa, non disse Claudia: disse il cognome con il tono che si usa per chiamare un infermiere.

«Arrivo» rispose lei, senza voltarsi.

Poi mi prese la cartella dalle mani, mi disse aspettami cinque minuti, e sparì dietro una porta. Ne passarono venti. Quando tornò si era tolta il camice. Mi portò nel cortile, dove c'erano un platano enorme e una panchina all'ombra, e ci sedemmo. Lei accese una sigaretta, un gesto che non le avevo mai visto fare.

«Non dirlo a Enzo» disse, e rise.

Rimanemmo un poco in silenzio, mentre dalle finestre veniva una radio, e da qualche parte una voce che chiamava un nome, sempre lo stesso.

«Come stai?» mi chiese. «Davvero, dico.»

Le raccontai dello studio: le dissi che il notaio mi correggeva meno, che la signorina Pozzi mi chiamava per nome, che forse, chissà, ce l'avrei fatta. Lei ascoltava guardandomi le mani, come faceva da ragazza quando le spiegavo un esame andato male, e io gesticolavo troppo, me ne accorgevo, e non riuscivo a smettere.

«Lo sapevo» disse alla fine.

«Che cosa?»

«Che ce l'avresti fatta.»

«È fortuna» dissi. «E il notaio che invecchia. E Enzo che gli manda i clienti.»

Claudia spense la sigaretta sotto la scarpa, con cura, poi raccolse il mozzicone e lo tenne in mano, perché non c'era un portacenere. Fece per parlare, lo vidi. Aprì la bocca, poi la richiuse, e guardò il platano.

«Mi piace che tu sia qui» disse invece. «Dall'altra parte del muro.»

Risi. «Ti disturbo con la Vanoni.»

«No» disse. Soltanto quello: no.

Poi suonò un campanello, dentro, e lei si alzò, mi accompagnò al portone e mi diede un bacio sulla guancia, come sempre. Sul tram, tornando verso il centro, pensai che Claudia era la migliore amica che avessi mai avuto, e che non me la meritavo. Mi sembrò un pensiero triste e giusto, e lo tenni con me tutto il giorno, insieme all'odore della minestra.

Una voce in cucina - prima parte testo di Vittoria Solari
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