Ricordo con una certa nostalgia i tempi di quando le giovani commesse della pasticceria, sotto l'occhio vigile della proprietaria, con occhi sognanti fissati ad un imprecisato punto nel vuoto, usando la forbice, traevano riccioli dal sottile nastro con il quale legavano i pacchi delle paste, anche i più piccoli, cosi che portassero in giro la gloria di quel diluvio di boccoli sapientemente arricciati.
Alle ragazze, sulle quali gravava l'aria di un eterno apprendistato, dato che dovevano restare in piedi per lungo tempo era concesso di indossare le ciabatte.
La fama del negozio travalicava i confini della borgata e la domenica verso mezzogiorno diventava un posto molto affollato. Quasi la gente comprasse lì, dopo la frenetica settimana, il diritto alla tranquillità e all'ozio. Era quella una certificazione che si doveva esibire nel ritornare a casa, come la garanzia dell'estensione della convivialità domenicale che sarebbe terminata con il crepitio di quella carta. Ecco cosa vendevano quelle ragazze. Se poi qualcuno avesse chiesto delle torte o delle scatole di cioccolatini nella vetrina, una di loro, non prima di essersi aggiustata i capelli e il grembiule, usciva trionfante da dietro il bancone e ciabattava per il locale mentre dinanzi a lei la piccola folla in attesa si apriva.