Adelita o della zanahoria loca (2)

scritto da woodenship
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Testo: Adelita o della zanahoria loca (2)
di woodenship

Non era stato facile rientrare dal Nicaragua in Guatemala.

l’ultima notte in Nicaragua era stata un incubo: a El Espino la gente era amabile, la cerveza buona. Ma, l’alloggio, fu dei peggiori. Al comedor( ristorante) della locanda in cui mi avevano affittato una capanna come stanza, conobbi un uruguaiano. Un giovane in gamba: a San Pedro Sula, in Honduras, gli avevano rubato fino all’ultimo centesimo, una sera che si era attardato a rientrare. Da lì, sosteneva, di essere rinato a nuova vita: non aveva più nulla da perdere e viveva della generosità delle persone che incontrava. Si che contava di rientrarsene in questo modo in Uruguai. Per farla breve: mi chiese se mi era rimasta qualche moneta nicaraguense. E visto che, uscendo dal Nicaragua, quella moneta non mi sarebbe servita più a nulla, se ero disponibile a fargliene dono. Lui l’avrebbe usata per arrivare al confine col Costarica. Quando viaggi, anche la storie più assurde hanno una loro logica. Come anche quelli che si ingegnano, pure con pochi soldi, per fare il giro del mondo, solo per il gusto di viaggiare. Quindi gli allungai i cordova che rimanevano, trattenendo solo qualche spicciolo per il mattino.
Dopo qualche birra ancora, che fuori veniva giù la pioggia a catinelle, mi ritirai in camera (letteralmente un pagliericcio). Ma non mi importava: la gente era autentica e le storie molto intriganti. Ma ciò non toglie che la notte si trasformasse, come già detto, in incubo. Iniziò che c’era un buco sul tetto e che le gocce mi piovevano in faccia. Provai a spostarmi. Ma c’era sempre un buco da quel tetto che somigliava sempre più ad un colabrodo. Per rendere la notte più interessante, ci si mise pure una sentinella che, da qualche parte, Iniziò a sparare… effettivamente, mi ero quasi dimenticato che c’era la guerra in corso. Motivo per cui non mi azzardai ad uscire che all’alba. Quando, salutati gli amici, attraversai il confine, tornando in Honduras. Speravo di riuscire a raggiungere San Salvador in giornata. Però non avevo fatto i conti con i pulmini honduregni e i buttadentro. Sebbene l’aria sembrasse cambiata, tanto che, ‘stavolta, alla dogana mi fecero passare senza fare storie. La macchinosità del sistema, fece si che arrivassi alla frontiera con El Salvador che era pomeriggio. I salvadoregni, a differenza degli honduregni, andavano a rotta di collo: i pulmini sembravano la diligenza inseguita dagli indiani in “Ombre rosse” di John Ford. Si che mentre sgommavano per i tornanti al sole, guardando indietro, si poteva ammirare la stessa nuvola di polvere ed immaginarci dentro gli apaches urlanti. Alla fin della fiera, riuscii appena ad arrivare a San Miguel.
Non fu facile trovare da dormire. Dopo alcuni dinieghi, trovai rifugio in una posada. La città, come la capitale, era militarizzata: ad ogni angolo c’erano soldati coi fucili spianati. Tanto che dopo avere consumato un pasto frugale, ritornai in camera e nonostante il caldo, mi misi a letto. La sete non tardò ad affacciarsi dalla gola. Stranamente, quando si sa che qualcosa è irraggiungibile, questa cosa acquista sempre più forza fino a diventare ossessione. Si che andai dal tizio alla reception e gli chiesi se c’era qualcosa di aperto a quell’ora(saranno state le 21). All’inizio cercò di dissuadermi. Poi cedette e mi indicò un negozio non lontano. Quando un soldato mi vide brancolare dalle sue parti, mi chiese cosa ci facessi in giro. Gli spiegai la cosa. E lui mi indicò dove appagare la sete. Speravo di trovare qualche bottiglia. Invece dovetti accontentarmi di un paio di bibite nei sacchetti di cellofan… c’era la guerra. Le bottigliette erano giuste per farne molotov. Andò bene anche così. Una volta in stanza mi ci barricai. Mi scolai le bibite e cercai di dormire. A notte fonda mi risvegliò il miagolio caratteristico di un gatto in amore. Insisteva il brigante infame. Al mattino avrei dovuto alzarmi prima dell’alba, se volevo arrivare in Guatemala. Per fortuna risuonò, di punto in bianco, una provvidenziale raffica di mitra. All’inizio parve risultare efficace. Ma il micio insistette dopo qualche minuto di incertezza. A quel punto fu una seconda raffica a risolvere la questione.

Come dicevo: l’aria pareva cambiata. Ad un posto di blocco di campesinos armati, la cosa parve ancor più chiara: quando scesi dal mezzo, uno dei vigilantes mi fece segno di farmi da parte. A differenza di altre volte, controllarono solo i documenti degli altri viaggiatori. Pensai che lo facessero perché mi avevano scambiato per un giornalista. E volevano accreditare l’immagine di un paese in via di pacificazione. Anche al passaggio tra El Salvador e Guatemala fu un lampo. E per fortuna: distrattamente avevo in bellavista un libro di Eduardo Galeano”Dia y noche de guerra y de amor”. Un libro che avrebbe fatto la “gioia” del doganiere honduregno dell’andata. Invece questa volta, il tizio di turno ci diede un’occhiata distratta, lasciandomi passare senza problemi. Confesso che, per un attimo, ebbi a sudare freddo.

Una volta in Guatemala, tutto filò liscio ancor meglio. Tanto che, prima di sera , giunsi a Panajachel sul lago Atitlan.

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