Adelita o della zanahoria loca(3)

scritto da woodenship
Scritto 6 giorni fa • Pubblicato Ieri • Revisionato Ieri
0 0 0

Autore del testo

Immagine di woodenship
Autore del testo woodenship

Testo: Adelita o della zanahoria loca(3)
di woodenship

Dopo la notte con Adelita, il mattino pareva ancora più luminoso. Ci eravamo alzati assieme. Lei era tornata dalle sue amiche. Io andai al lago per fare il bagno. Sarà stato per la mezza dozzina di vulcani che svettavano intorno, ma l’acqua del lago era frizzantina e rinvigorente, tanto da comunicare un’energia fantastica. Non riuscivo a trovare altra spiegazione: avevo dormito poco o nulla in quei giorni di viaggio attraverso paesi in guerra, però non provavo stanchezza. Piuttosto mi sentivo leggermente folle: ero innamorato di Adelita. Lei era fidanzata con un americano dei “peace corps “: organizzazione di cooperazione che andava in giro per il mondo a cercare di aggiustare i guasti che faceva il suo governo, gli USA; qualcosa di simile ai missionari.

Ci ritrovammo tutti a colazione: lo svizzero, il messicano, io e le ragazze. Così seppi che il suo fidanzato arrivava al pomeriggio. Io mi ripromisi di darci un taglio a quella storia: abbozzai e, lasciando la compagnia, andai a fare una passeggiata per le strade del pueblo. Decisi che, per un po’, me ne sarei stato alla larga. Scoprii addirittura un comedor diverso dove pranzare. Ci facevano degli ottimi minestroni e non costava molto. Un giorno a pranzo notai la presenza di un nonno col nipotino: a colpirmi fu la dignità e la serietà del bimbo. Ascoltava attento le parole dell’anziano e mangiava con la compostezza che non avevo mai visto in un bambino della sua età. Abituato ai capricci ed alle bizze dei bimbi messicani, mi venne spontaneo pensare a cosa ci fosse dietro a tutta quella serietà.

Si facevano in giro i preparativi per la festa di qualche santo e pure del paese. Di fronte alla chiesa principale si sistemavano panche e sedie. Qualcuno, da qualche parte, tirava petardi a non finire. Tra le tante persone conobbi persino una ragazza di colore che veniva da Puerto Barrio sul Caribe guatemalteco, provincia di Izabal. Città che conoscevo per esserci già stato. Il centro cittadino sorge su un isolotto in mezzo ad un lago misterioso. Un lago che si alza e si abbassa senza che si riesca a trovarci una soluzione accettabile, dal momento che non ha immissari e nemmeno emissari. Anche Therese era lì per la festa. Ci frequentammo un paio di giorni e poi ci perdemmo di vista. Il paese non è che fosse così grande, però se non si aveva voglia di incontrarsi, si poteva benissimo evitarsi.

Una sera, forse era domenica, inciampai nella processione con al seguito incensieri e petardari. La seguii per un pezzo. C’era pura una minuscola banda di ottoni. I fedeli cantavano e pregavano. Ogni tanto il corteo si fermava e i petardari si sbizzarrivano a bombardare i timpani con i botti. In molti sbevazzavano tra una preghiera e l’altra. Infine tornarono alla piazza della chiesa, già pronta per balli e canti. Più tardi si sarebbero tutti ubriacati in modo sconsiderato. Avevo già letto qualcosa al riguardo. Ma non avrei mai immaginato nulla di simile: bevevano fino a scoppiare, cadendo in coma etilico ovunque si trovassero. Tanto che, a distanza di due o tre giorni, li trovavi come morti ad ogni angolo di strada e lungo i marciapiedi.

Adoravo quel ristorantino quasi in riva al lago: tranquillo, pulito, col ragazzino figlio della cuoca e proprietaria, a fare da cameriere. Ordinai il solito pesce di lago(buonissimo) alla griglia con insalata e l’immancabile coca cola: non mi fidavo dell’acqua. Avevo già avuto brutte esperienze in materia, avevo conosciuto anche un italiano che, per disattenzione, si era preso una brutta epatite alimentare, oltre all’infezione intestinale. La coca cola, invece, la sentivo perfetta per bloccare ogni accenno di dissenteria. La vendetta di Montezuma era sempre in agguato. Intanto che aspettavo, mi perdevo sullo specchio increspato del lago. Aveva piovuto molto durante il giorno. In quel momento, sul limitare della sera, il cielo era uno spettacolo: basso e cupo di nuvole, nascondeva quasi completamente i vulcani San Pedro, Santiago e Atitlàn, rendendo un’atmosfera intensa e gravida, quasi a nascondere l’immensità oltre le foschie di nubi basse che si sfilacciavano e ricomponevano con una rapidità non comune. Mi venne in mente quella notte tarda che stavo a San Pedro la Laguna, sulla riva opposta a Panajachel. Ero andato con dei compagni di viaggi dal fornaio del paese, a mangiare la pizza… insomma, qualcosa di simile alla pizza. Era stata una bella serata in allegria. Solo che, al momento di uscire, si era scatenato il finimondo: un acquazzone terribile aveva trasformato le strade in torrenti limacciosi. Si che c’era da saltare come capre per non finirci dentro a bagno. In uno di quei salti, un’amica venne abbrancata al volo da un figuro sbucato dal buio, e trascinata nel ruscello. Lei era terrorizzata. Il figuro invece era ubriaco perso. E si era dato il caso che saltassero contemporaneamente, incrociandosi a mezz’aria. Per fortuna si bagnò soltanto. Aiutammo pure l’ ubriacone a rialzarsi, si che potette allontanarsi barcollante come non mai. Era arrivato il piatto con su il pesce fumante e croccante. Smisi di sorridere come un ebete, dedicandomi a lui.

Dopo cena, incontrai Astrid che mi chiese dove fossi finito: era da un po’che mi cercavano. C’era da andare in un locale. Ci unimmo agli altri, appartati in un cantuccio tra la calca di giovani guatemaltechi, della capitale, in cerca di divertimento. Astrid tirò fuori, come per incanto, una bottiglia di mezcal e ci facemmo un giro: la serata prometteva bene. Lo svizzero preparò una canna di buona erba e la fece rotolare dopo averla accesa. Peccato che, i proprietari del locale non furono d’accordo. Va bene tutto, ma avremmo dovuto consumare almeno qualcosa di loro. Cosa impossibile, visto quanto eravamo squattrinati. Quindi uscimmo sempre fumando e bevendo. Non ci perdemmo d’animo: in queste cose le ragazze erano in gamba. Così riuscimmo ad imbucarci tutti quanti in una discoteca eruttante musica salsa peggio che un vulcano. Appunto: la “Zanahoria loca”(carota pazza). Erano ed eravamo tutti uno più folle dell’altro. Si ballava sfrenati, si beveva dannati. E l’idea di stare ballando con Adelita mi mandava fuori di testa.

Dovettero sorreggermi per tornare alla capanna. Una volta da solo, vomitai in un secchio e mi posi a nanna. All’alba mi svegliarono i canti di gente che sembrava in partenza. Ed effettivamente, la festa era finita davvero.

Sebbene si fosse a ottobre, come d’estate, al mattino splendeva sempre il sole ed il cielo era terso fino alla mezza spaccata. Qualche minuto dopo, si cominciava a vedere qualche nuvola dietro alla sommità dei vulcani Atitlan e Santiago, erano due vulcani vicinissimi, con alla base un vulcano molto piccolo, una famigliola di vulcani ispirante tenerezza. Nel giro di poco, le nuvole, quasi scavalcando i coni, ci si ponevano in cima, come fossero fumo che scaturisse dalle viscere delle montagne. Durava poco: in breve si diffondevano rapidamente, fino ad oscurare il sole e quindi a scaricare acqua a più non posso.

Così anche la fiesta aveva raggiunto l’acme: erano finite le processioni. Gli ubriachi in giro piano piano si risvegliavano. La mia passione per Adelita cresceva, ma senza speranza. Avevo perso addirittura il conto dei giorni dal nostro incontro: tre, quattro, o forse addirittura una settimana. Decisi di togliere le tende e tornarmene in Messico. A notte salutai tutti e dissi che al mattino sarei partito.

Adelita o della zanahoria loca(3) testo di woodenship
18